This Frilly Ape – Lovely Mutant Cauliflower

Lovely Mutant Cauliflower

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This Frilly Ape - Lovely Mutant Cauliflower There’s a lot of work to do, now. It’s burying me, I swim in it. I can endure everything : it’s stuck in my head, that is what matters. I’m happy to be so tired : this is my new reason for being. I will have to pay my sleep debt one of these days, isn’t it?‘…

Cosa ne diresti se nel bel mezzo del sonno ti piombassero in testa queste parole e fossi travolto dallo svalvolato e martellante opening ‘Carcinogenic Slave-Driver‘ in vari punti del cerebro, complice pure la irriguardosa batteria che ammaccherebbe il tuo riposo?

This Frilly Ape è il solo project del francese Jérémy Rumerio, di Durfort (Occitania). Costui ha deciso di cascare giù dal letto e montare un 13 tracks album marchiandolo a fuoco con un titolo pseudo-zappiano, infilandoci dentro la visione irregolare che gli girava nel brain già da un po’ di anni, a lui e alla sua band.

Bypassando come un centometrista ad ostacoli le barriere che rallentavano l’idea iniziale di gestire una band, Jérémy, avendo battuto la testa in seguito alla caduta suddetta, ha dato fuori di matto ed è sceso in campo in solitudine, affrontando eroicamente le nascenti problematiche connesse con la scrittura, l’ingegneria, il mixaggio e la padronanza della musica esternata in homemade, ingaggiando in solitaria addirittura la lotta con l’artwork di matrice dada.

La scelta coraggiosa e il carattere occitano scorrono nelle vene ignee che irrorano il LOVELY MUTANT CAULIFLOWER album, titolo su cui si potrebbe arzigogolare di tutto se provvisti di generosa fantasia.

In che modo è saltato fuori questo disco DIY?

Il fatto è riconducibile ad una visione (di Bob ndr) spiegabile più o meno così: tra mille, ho riconosciuto un volto mentre traversavo il lungo viale decorato a festa nell’affollata ora di punta. Inizialmente è apparso il viso e poi tutta la sagoma della figura a cui esso appartiene; l’ho registrato nella mente e lì l’ho accantonato, poiché trascinato dalla fretta di altri impegni prenatalizi, però, una volta rincasato, approfittando della testa sgombra e della calma domestica, ecco che in serata mi si è palesata limpida quella immagine incontrata poco prima.

Mandando indietro la pellicola della giornata, ho individuando quel frammento particolare ed il bloccarlo istantaneamente per contemplarlo è stata la mossa consequenziale: – Non potevo lasciarmelo sfuggire!

Avrebbe potuto essere stata una bella scimmietta, uno spazzacamino, un enigmatico quadro, uno scottante manifesto pubblicitario, un gioiello splendente, un cane abbandonato, un angolo inconsueto della città, cioè, qualsiasi cosa capace di colpire il mio inconscio.

In questo caso si trattava del Delizioso Cavolfiore Mutante!!!

E si capisce al volo che una sottile corrispondenza mi si fosse insinuata sotto pelle, allorché il ritrovare anche le ragioni scatenanti di quel fermo-immagine  fa parte di una irrinunciabile centralità magnetica, restando comunque io certo e sicuro di voler indagare quella promessa di sensazione piacevole e improvvisa provata per strada, allo scopo di riportarla alla luce e di goderne appieno.

 

Due cose avvampano la specificità del Lovely Mutant Cauliflower, una certa complessità della percorribilità sonora e le bellissime liriche di Jérémy Rumerio, andando ad infrangere una ipotetica linearità della scrittura testuale e prendendo di petto il collaterale effetto dell’appassionante materiale sonico, tappezzando un collage alternativo schizzato dal blend messo a punto, i cui riferimenti musicali congeniti sono: experimental metal, metal, avant-garde rock, experimental rock, grunge, no wave, noise, post punk.

Se l’intro, nei lunghi e non tediosi 9 minuti di gestazione fetale, è da incubo deformante, unito ad un testo commiserevole, il passo seguente ‘Spoilt for Choice‘ mette fuori utero la deficienza subumana partorita solleticando il concetto di devianza, quale istituzione amorale insita nella narrazione testuale/sonora.

E lo si accetta ottimamente il pezzo che sfocia nel vagito demente di ‘Release’, intrufolandosi indi nel pertugio pastoso di ‘Knead me‘, notevolissimo di dissonanze e bizzarrie a sei corde, smidollante e poi rinvigorente di ritmico post-grunge surreale, che ne fa la gioia dei padiglioni sensoriali ansimanti di ascoltare novità, improvvisando onirici, nottambuli e algidi piaceri deturpanti, dragando infine nel liquame sprocedato di ‘Fresh Waves Blast’.

E non siamo ancora alla frutta!

Il sorbetto è una necessità ed è offerto dalla refrigerante ‘We Want Our Rights!‘, che si sfoga delle elettriche smanettate in accelerazione; qui Jérémy scandisce un dialogo che fa impallidire il pop di Beck; la track scopre desideri inconciliabili con la politica attuale, denudando un generico individuo vessato da egoismo, ansia e lassismo.

La traccia omonima letteralmente affascina condendo il suono con uscite naif, spiluccando sentori di folk acido vergati da rintocchi di percussioni e pattern modali basilari di astrusità armoniche in eco beefheartiana, esplodendo in una mistura pesante addizionata di intromissioni fruibili – cori, falsetto e chitarre squassanti: un’orgia psycho-noise.

 

While it does me good, why do without?‘. E fa davvero bene al cardio la macchina sonora macina velocità di ‘Radioactive Wreck‘, trasformandosi presto in un trattore stritolante che fuma da tutte le parti sotto il devastante impulso della perdizione orale, ove le mini incursioni strumentali introdotte verso la fine imperversano lungo l’orchestrazione logico-immaginifica (ma per trasposizione), confermando godibilissima la ultra-track, pur snervando, spossando, l’anima surreale della squinternata song.

Tanto che ‘Centripetal Stages‘ giunge ristorativa dell’anima, un’oasi melodiosa, ricongiungendo per un attimo i fili della ragione; ma è giusto un atto momentaneo,  giacché si fatica a restare nei binari di una cristallina condotta, questa la si subodora per sublimazione, e la disparità tra visionarietà e formalismo seduce pericolosamente, minando lo stesso concetto di equilibrio espresso anche dal testo in vena della micragna di Wilfried e scatenante la bramosia instabile di vendetta del soggetto narrante: ‘I am still remembering our friendship, even after all those years, Wilfried…//And I sigh… Yesterday I ran ‘to you : you became a vile snob, with frills, bells and whistles. You didn’t even recognize me ; your swelled-ass cockroaches inject vitamins syringes to you. They go into raptures, feed you directly in your throat! You satisfy without me, son of a bitch! I would like you to burn your money, but also to lose your friends on Facebook, to have a miscarriage and you also get bored stiff…

Gli 8 minuti di ‘Self-Constrained‘ ammiccano alla psichedelia e quasi vorrebbe partire a razzo seguendo quelle folli corse liminali di Jimi con gli Experience, ma ci si sballotta in ogni direzione nel procedere innanzi a enormi falcate incontrollabili, come si stesse camminando affondando su molli e ampi materassi. La chitarra e il basso sbilanciano il baricentro della struttura che tuttavia resiste, operando un miracolo nel reggersi su.

‘Verbally Impaired’ la lascio commentare a ciascuno nel proprio intimo (e che non vi sfuggano le cicale notturne).

Chiude lo stravagante albo, in aria anarco-naif,  ‘Drifting‘, il cui andamento (tocca dire) è appena più conformista rispetto al resto delle tracce proposte. Viene creata una hit tragica con condensante pathos esacerbante, rigando di netto il cuore, essendo armati di solo grezzo diamante.

 

Track List
1. Carcinogenic slave-driver
2. Spoilt for choice
3. Release
4. Knead me
5. Fresh waves blast
6. We want our rights!
7. Lovely mutant cauliflower
8. Yucky
9. Radioactive wreck
10. Centripetal stages
11. Self-constrained
12. Verbally impaired
13. Drifting

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