L’Ocelle Mare


Recensione

Quinto album, primo registrato in studio, per il poliedrico artista che si cela sotto il nome di L'Ocelle Mare; di origine francese ma residente in Spagna, Thomas Bonvalet esibisce un'opera radicata nel mondo dell'acustica, dotata di potere profondo di penetrazione che coinvolge la parte conscia e quella inconscia di chi ascolta, orchestrandone a piacimento le emozioni scure, recondite e primitive frutto delle concezioni personali del musicista.

Il disco intraprende strade inconsuete, l’acustico ed il tribale disintegrano il pop articolando un linguaggio primitivo.

Sensi perduti nel maelstrom primordiale riaffiorano lungo panorami misteriosi, lontani da civiltà future, probabile che lo spirito residente nelle intenzioni del progetto L’Ocelle Mare sia quello di straniamento dall’esperienza virtuale in una più tangibile; siamo abbandonati in una foresta di sensazioni avendo quale unico contatto il paesaggio che la musica crea nel suo sviluppo, passando attraverso stridori, scampanellii, unisoni e battiti; c’è il respiro dettato dai silenzi, mentre suoni astrusi escono inaspettati da sorgenti segrete, esplorando nella loro ampiezza e persistere il “Temps En Terre” secondo visione particolarissima di L’Ocelle Mare, progetto solista di Thomas Bonvalet, polistrumentista autodidatta che nel 2004 ha chiuso la curiosa ed eversiva esperienza, in forma di duo, a nome “Cheval De Frise”.

La predilezione verso un’ansia ritmica disturbante il senso comune dell’ascolto, la tensiva minaccia di esondazione del corpus leviatano prodotto, colpiscono il midollo spinale acuendo i sensi di un selvaggio animale in preda al pericolo, alla paura. Decisamente musica altra, sperimentale, anticonvenzionale, ed altre le ispirazioni che isolano la ricerca in una via d’uscita: il labirinto, la claustrofobia, la perdita di riferimenti ove il tempo è spiritualmente rimosso dalla scala pedestre eppure fisicamente scandito dalla strana strumentazione adottata: catapultati in territori inusuali, sconosciuti, auscultando in trepidante attesa l’evolversi delle trame al limite dell’orchestrazione – dal gusto naif -, l’io moderno elettronico è messo in crisi dall’altra faccia della medaglia, il ritorno alle origini del suono e la nuova prospettiva fuor dagli orpelli/patterns informatici/elettronici originano un nascente “io” introspettivo, timbrico, figlio dell’angoscia del distacco, della sopravvivenza creativa, del ritrovato rapporto dell’uomo con la natura ed il senso circadiano.

I 9 pezzi (senza titolo) presenziano nella testa dell’ascoltatore come un’entità organica prossima all’evoluzione lungo lo scorrere del proprio personale film, nel quale, divenutone attore, viene diretto telepaticamente da Jodorowsky, mentre Magritte, gettata alle ortiche la cosmesi della propria pittorica conosciuta, suggerisce scarni, primitivi e ben più imperscrutabili scenari ai confini di sinestesie rumoristiche venate di fanciullezza, cioè, il tipico, fantastico modo di imprimere suoni ed immagini.

Ditemi se non vale più di un ascolto?

ETICHETTA : Kythibong / L’Autre Distribution

TRACKLIST
1. Temps en terre 1
2. Temps en terre 2
3. Temps en terre 3
4. Temps en terre 4
5. Temps en terre 5
6. Temps en terre 6
7. Temps en terre 7
8. Temps en terre 8
9. Temps en terre 9

LINE-UP
Thomas Bonvalet – Piano, 6 string bass banjo, mechanical metronome, tuning forks, claves, hand and foot clapping and tapping, mini amps, amps, subwoofer, microphones, small mix desk, bells, mouth organ fragments, concertina, componiums, “stringin it”, audio ducker, drum skins, clockwork motors…

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2 Comments

  1. Bob Accio
    13 febbraio 2018
    Rispondi

    Plauso per la copertina!

  2. Bob Accio
    13 febbraio 2018
    Rispondi

    E. C. Gli unici attimi di silenzio in quest’opera sono dettati dallo stacco tra un brano e l’altro.

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