L’adatto vocabolario di ogni specie di Alessandro Silva

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Fu il primo segno che non ero perdonato, il primo di tanti segni che la fabbrica non perdona; non perdona chi è solo, chi non si arrende al suo potere, chi crede alla giustizia umana e invoca la sua clemenza; la fabbrica non perdona gli ultimi.

Paolo Volponi, “Memoriale”

Ecco che leggendo Alessandro Silva in “L’adatto vocabolario della specie” emerge fulminante quella poesia cruda di matrice operaia (quando con operaio si intende il sinonimo di essere umano nella sua accezione più terrigna, verace, strettamente congiunta alla drammatica giostra della vita e della sussistenza in essa), di poesia civile che evidenzia i confini sociali da abbattere, le brutture del potere che cannibalizza, tutto un vissuto realissimo che ruota attorno alla fabbrica e alla morte, ma anche alla santissima voglia di sopravvivere.

Le poesie di Silva stringono il cerchio delle parole attorno all’Ilva di Taranto, il più grande impianto siderurgico d’Europa, raccontando la tragedia della vita attorno a questo colosso di altoforni, ghisa, le polveri d’amianto che galleggiano nell’aria trafiggendo i corpi, devastando famiglie, riducendo l’uomo-ingranaggio in uno zombi al servizio del lavoro.

L’epidermide  si scuce dal derma

[dal motore oscuro di nervi]

a manciate si giocano i capelli

mossi e toccati da polveri e unghie

 Le emissioni velenose dell’Ilva causano tumori allo stomaco, alla pleura, alla prostata, alla vescica, non solo negli operai o ex-operai ma anche negli abitanti dei quartieri limitrofi alla fabbrica, anche i bambini crescono già malati, la nube apocalittica della fabbrica fuma in faccia alla gente la morte, è un disastro umano e ambientale conclamato coi nomi dei colpevoli incisi sulle lamiere, sui furgoni, sulle tute da lavoro, anche il cielo abbronzato lo sa, ma la produzione deve continuare, produci-cinsuma-crepa, ad infinitum, mentre dobbiamo ringraziare i padroni Riva, ringraziare il loro sogno americano di capitalizzare sempre e comunque, ringraziarli per il brevetto della colata continua, sia mai che la produzione e i disastri annessi si prendano una pausa, ringraziarli delle centinaia di cadaveri che galleggiano nel golfo, ringraziarli per un territorio deturpato, ringraziarli per il lavoro e gli stipendi, certo, perché senza lavoro si muore, e col lavoro invece? Ora potranno elargire qualche spicciolo per risarcire, vendere ad altre partnership il mostro vomita-acciaio, eclissarsi in altre faccende, lasciare la cenere ancora calda dopo il falò.

Nelle poesie di Alessandro Silva la crudezza e la musicale spigolosità delle parole creano quel giusto contrasto tra lamiera e carne, uomo/macchina e fabbrica, morte accidentale di un operaio e vita che deve continuare. L’organismo umano sembra mischiarsi, incanalarsi e soggiacere nel corpo metallico dello stabilimento. La pelle, gli occhi, il cuore solo in funzione dell’apparato industriale. Cronenberghiana visione, ma purtroppo reale, purtroppo dramma ancora attuale. Linguaggio doveroso, calzante la tragedia umana moderna.

Lo ricordo

con braccia di tessuto in annodo

a una cattedrale di costole e caldi

archi di carne mentre [sopra] la notte

sprofonda e perde il suo bianco

Con queste poesie  viene tracciato in chiare lettere un disguido umano, una disfunzione politica, è narrato l’adattamento al dramma cucito nella paura, ma anche scaturisce prorompente una presa di coscienza forte e dunque il diritto di ribellarsi, di non accettare e accettarsi solo come ingranaggio di un meccanismo diabolico, mortale.

“L’adatto vocabolario di ogni specie” di Alessandro Silva edito da Pietre Vive Editore è impreziosito dalle illustrazioni di Giovanni Munari, disegni che interagiscono con le poesie per codificare un messaggio univoco di lotta, creando un veicolo di parole e immagini che ci aiuta e riprendere il contatto con quell’arte di matrice civile importantissima per ogni epoca.

Libro da leggere e rileggere, per non dimenticare.

L’ADATTO VOCABOLARIO DI OGNI SPECIE

 Dal turno di notte si esce malconci

e molli di ossa strette da un’ombra.

 Scomparse le donne per strada, quelle

con lo strano linguaggio del corpo che

balla sui tacchi e tra i denti si cerca

un sorriso per chi ha voglia di pelle

con forza.

 

Di uomini meno ma chi li compra

non merita lo sdegno stupito degli altri:

è un’esigenza diversa di latte

[annusata ricerca di conforto

fondo come negli alberi stanno

 

avvolti gli anelli].

Un gatto di strada mangia meno

di un gatto ammaestrato alla casa

ma lotta uguale per avere meno

pulci nel pelo.

 

Al semaforo rosso il mattino

ingiallisce in un luogo marcio

di arance e molli fauci di lattuga

nel sacchetto a terra squarciato.

 

Per poco si ha, nel saluto

la voce di roccia della fornace.

 

 

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