“La lezione della storia” di Carlo Cassola, edito da Rizzoli
Fa le tante cose, in questo libro del ’78 Cassola anticipa in parte quanto scritto dall’antropologo Davi Graeber trent’anni dopo e pubblicato nel 2012 da Elèuthera (“Critica della democrazia occidentale”), ovvero, che la “vera” democrazia è democrazia diretta, un processo di discussione pubblica aperto ed egualitario, in altri termini, anarchia – non a caso, la stessa parola “democrazia” è stata per secoli sinonimo di caos e di sommossa, proprio come accade oggi al termine “anarchia”.
Potrete leggere passaggi come questi:
E’ un pacifista da strapazzo chiunque dica: “Io sono per la pace ma…” Non c’è ma che tenga: o si è per la pace o si è per la guerra. Pacifista è solo colui che antepone il bene della pace a qualsiasi altro; cioè, che non subordina la pace a nessuna condizione.
L’America e la Russia (…) sono ferme all’idea di un mondo diviso in Stati sovrani armati, condannato quindi alla fine. Mancano d’intelligenza: non sanno immaginare un mondo senza carcerieri, senza poliziotti, senza diplomatici, senza militari. Gli uni ci aggiungono un po’ di capitalisti, gli altri un po’ di burocrati, ma l’immagine cambia di poco. (…) nell’era atomica, quando l’unione tra i popoli è di vitale necessità per la semplice sopravvivenza del genere umano, abbiamo un mondo diviso e che continua a dividersi!
La causa della guerra è la guerra stessa, diceva Victor Hugo.
Apriamo una qualsiasi carta politica del mondo e avremo la spiegazione della guerra. Le frontiere stesse fanno venir voglia di spostarle.
I militari, si dice, non hanno idee politiche. Per legge non possono iscriversi ai partiti. Non si considera che il militare fa un mestiere assurdo: si prepara alla guerra in tempo di pace. Sarebbe come se un architetto passasse la vita a far progetti senza poterne realizzare nessuno. È logico che l’architetto desideri che gli edifici progettati si realizzino. Allo stesso modo è logico che i militari desiderino che la guerra fatta per gioco venga fatta sul serio. Il militare aspira quindi a diventare un politico, in modo da imporre le proprie idee, e io non mi meraviglio di vedere generali e colonnelli al potere in un terzo del mondo (…).
(…) la coscienza della fine del mondo farebbe capire che ci si può salvare solo adottando le utopie della pace perpetua, del disarmo e dell’internazionale. Come vanno predicando da sempre gli anarchici. Come in questo dopoguerra sono andati predicando i maggiori scienziati: cominciando da Einstein.
(Nel 1958) oltre 9 mila scienziati, fra cui 33 Premi Nobel (…) indirizzarono un ammonimento analogo al segretario generale dell’ONU, che era allora U Thant. Il quale non si limitò a comunicare l’ammonimento degli scienziati all’Assemblea, fece suo il loro punto di vista; disse press’a poco ai rappresentanti degli Stati membri: “O la fate finita con le vostre ridicole contese, o il mondo salta per aria”. Come nessuno ha prestato ascolto agli ammonimenti degli anarchici, così nessuno ha prestato ascolto agli ammonimenti degli scienziati e dello stesso U Thant. Gli stati hanno insistito nelle loro ridicole contese e la scienza della distruzione ha fatto passi da gigante.
In tutto il mondo i ministeri della difesa dovrebbero chiamarsi ministeri dell’aggressione; o ministeri dei quattrini buttati via. Il nostro merita appunto questo secondo appellativo. Nel caso del tutto improbabile di un’aggressione straniera, le forze armate regolari resisterebbero, al massimo, poche ore.
Cosa diremmo di un taglialegna che esitasse a tagliare un albero ormai secco per via della muffa e dei licheni che prosperano sulla corteccia? Diremmo che è un imbecille. Se non vogliamo passare da imbecilli, dobbiamo tagliare senza misericordia i molti alberi secchi nella foresta di avanzi che ci circonda: cominciando dal più inutile, dal più dannoso, dal più costoso e dal più pericoloso: le forze armate.
La gente si scandalizza dell’omicidio commesso, per esempio, da un rapinatore; non si scandalizza affatto dei massacri su larga scala chiamati guerre. Non solo, ma trova doveroso che il proprio Paese si prepari alla guerra in tempo di pace. Finché nella gente albergherà il pregiudizio militarista, nessuna delle battaglia progressiste (per la nonviolenza, per l’obiezione di coscienza, per la difesa della natura, per l’emancipazione della donna, ecc.) avrà la minima possibilità di successo. Perché? Per due ragioni, una migliore dell’altra: 1) finché il Paese si svenerà per tenere in piedi le forze armate, non avrà mai soldi a sufficienza per le riforme sociali; 2) le strutture militari sono incompatibili con le preoccupazioni sociali.
Non intendo dire che la democrazia politica sia la maschera di una sostanziale dittatura della borghesia e che tutto quindi si accomoderebbe sostituendovi la dittatura del proletariato. La democrazia non va abolita per sostituirvi la dittatura. Va abolita per sostituirvi l’anarchia.
Alla fine la gente capirebbe che i soli puliti sono gli anarchici. Deluse dal dispotismo comunista, nonché da un potere meno dispotico ma pur sempre oppressivo e antipopolare come quello democratico, le masse approderebbero finalmente alla convinzione che la verità è l’anarchia, cioè una democrazia non soltanto formale ma anche sostanziale.
(…) le masse non si lasciano convincere dalle parole; solo dai fatti. Per cui è poco producente dipingere l’anarchia a parole: dovremmo avere la possibilità di contrapporre allo Stato comunista una Società anarchica. Purtroppo non l’abbiamo. Giacché la società anarchica nata in Spagna in risposta al golpe fascista, è durata solo pochi mesi. Nel 1937 i comunisti l’avevano già distrutta; due anni dopo la vittoria fascista mise un definitivo suggello funebre su quell’esperienza.
Stavolta non aggiungerei altro.










