“77, E POI…” di Oreste Scalzone

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Chi meglio di Oreste Scalzone poteva scrivere un resoconto del ’77 in Italia, lui che è stato elemento di spicco di quel movimento, fondatore di quelle forze extraparlamentari che vanno sotto il nome di Potere Operaio e Autonomia Operaia, sempre in mezzo ai fatti, alle botte, agli scontri, alle assemblee infuocate, tra viaggi su e giù per l’Italia per organizzare, stilare volantini, opuscoli, riviste, azioni d’ogni tipo, chi meglio di lui?
Oreste Scalzone, passato alla storia anche per gli scontri di Valle Giulia del ’68 e quel banco che lanciato dall’ultimo piano della facoltà di Giurisprudenza dai fascisti del Movimento Sociale capeggiati da Almirate gli procura una ferita ala spina dorsale. Poi i rapporti a volte contrastanti con Toni Negri, quelli con Piperno, il processo del 7 aprile de ’79, l’arresto, la fuga in Francia grazie all’aiuto dell’amico Gian Maria Volontè, gli altri processi, le altre battaglie, fino a ora, tornato in patria, ancora in strada, ancora a fomentare rivolta, come sua natura, inestricabile dalla ribellione, fornace di idee contropotere, anarco-comunista nelle ossa.

Cosa ci dice Scalzone in questo libro? Scalzone ci parla di quel periodo di forte lotta sociale che è il ’77, periodo duro, senza pause, violento come deve essere a volte la difesa del diritto di sopravvivere. Ci parla di quella miscellanea di realtà che trasbordano dalla galassia del Movimento della sinistra extra-parlamentare (“Quella che ai tempi poteva apparire come una spontaneità armata, in realtà non era mai una “spontaneità spontanea”: più che di gruppi spontanei possiamo parlare di una nebulosa di gruppi auto-organizzati, nati spesso per partenogenesi”) – delle assemblee, delle decisioni politiche difficili, le mille manifestazioni, tra gli strazi delle morti nelle strade, le rapine di autofinanziamento, il coraggio che s’impermea di quel romantico accanimento alla rivolta. Senso di ribellione che vive nella testa, nella lingua, nelle mani di Scalzone che immaginiamo muovere frenetiche, ora aprendosi, ora chiudendosi in pugno nei lunghi colloqui che hanno fatto sì che questo libro nascesse.

Perché “77…e poi” edito ora da Mimesis, ha una lunga gestazione. Nato 10 anni fa come un libro intervista di cui fa la parte del cronista Pino Casamassima, vede la luce ora senza i virgolettati del domanda/risposta, ma come un turbinante e fluido discorrere di Scalzone.
Scalzone nel libro usa la sua caratteristica lingua imperniata da neologismi, da tecnicismi a volte complicati, da colte combinazioni dialettiche che assomigliano a quel parlato trascritto da destrutturazione sintattica di céliniana memoria, un affratellamento del detto col riportato costellato da parentesi, punti di sospensione, argutezze corsive, ma che non fanno perdere la sostanza, anzi forse ne acquista vigore in questo modo, questa polpa che Scalzone ci porge ancora fumante, di quel ’77, seppur quarant’anni sono passati.

Grazie alla “prodigiosa memoria a lungo termine”, citando Erri De Luca nella prefazione, Scalzone ci mostra dettagli, eventi e situazioni di un’epoca che solo chi c’è stato in mezzo può descrivere.
Partendo dalla manifestazione dei “5000 armati” di Roma del 12 marzo, passando a quella del 14 maggio di Milano resa famosa dallo scatto degli uomini armati in passamontagna in Via De Amicis, e poi al convegno sulla repressione di Bologna in cui nella bolgia manesca che si crea Scalzone per acquietare gli animi comincia a intonare “L’Internazionale” al megafono, passando poi alle varie disamine su lavoro e precarietà, su fabbrica/uomo, arricchendo la storia di aneddoti imperdibili e riflessioni esperte.
Tra Comitati Comunisti, Potere Operaio, Lotta Continua, Mls, Prima Linea e personaggi che hanno fatto la storia delle teorizzazioni dell’operaismo quali Piperno, Negri e Sofri tra i più conosciuti, nell’amalgama di gruppi che divampano, si spezzano, si ricoagulano in schieramenti, aggregazioni, partigianerie, con scopi, indoli, strutturazioni diverse ma comunque unite in questo universo di scontro e protesta, di sommovimento diciamo dal basso, di coscienza suppergiù, chi più chi meno, rivoluzionaria.
E’ un racconto che riesce a mischiare analisi politica e teorie dell’epoca con gli avvenimenti cruciali e di lottarmatismo e di strada, quello di Scalzone, senza mai rischiare una facile autocelebrazione: “il mio non è un racconto edulcorato. Io non sopporto né le ricostruzioninorride e false, di quelli che mettono davanti a ogni cosa un filtro color merda, né le auto-agiografie, umanamente comprensibili, ma che non convincono nessuno. La realtà è un intreccio di demenziale e sublime.”

Gli aneddoti sono cento e più in questo libro, e Scalzone riuscendo a contestualizzare il ’77 ci disegna un quadro da cui attingere le nuove forme di ribellione, che oggi, più che mai sono indispensabili, in questo periodo in cui le istituzioni latitano, e quando non latitano fanno il loro sporco dovere, cioè spesso birresco più che altro.
Un libro quindi che non solo dà uno sguardo preciso e autonomo a uno specifico periodo storico imprescindibile per capire le manovre politiche odierne e forse di sempre, ma ci regala input per nuove espressioni di lotta, di autodeterminazione, di un mai accondiscendente modo di vivere.

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