Gli anni ottanta sono stati una fucina di sperimentazioni sensazionali. Lo diciamo adesso, a distanza di sicurezza. Al tempo eravamo forse troppo presi dagli echi del punk per poter apprezzare a dovere quello che stava accadendo. Anagraficamente abbiamo avuto la fortuna di viverli, e, al netto di quello di cui si diceva sopra, li ricordiamo con piacere, e non solo perché al tempo eravamo ancora giovani e speranzosi. In altre parole la realtà fallimentare di un paese in costante declino non era ancora manifesta come oggi.
Gli anni di piombo erano in via di conclusione, ma eravamo nel pieno della stagione stragista iniziata nei settanta ma che proprio negli ottanta con la strage alla stazione di Bologna ha toccato il suo punto di massima violenza. Da un punto di vista musicale i grandi stravolgimenti sociali (caratterizzati dall’esordio della società dei consumi) funzionarono da apripista verso una rivoluzione sonora.
Noi c’eravamo. Per tutti coloro che li hanno mancati, ecco arrivare Livia Satriano con il suo “Gli altri ottanta. Racconti dalla galassia post-punk italiana. L’altra faccia degli anni ottanta. La nuova ondata musicale italiana raccontata dai protagonisti.” Il testo, uscito poco più di un decennio fa per l’attivissima Agenzia X raccoglie le testimonianze di chi in quegli anni ha fatto della musica il centro della propria esistenza. Sono racconti in prima persona, liberi, a tratti intimisti. Una serie di confessioni allo specchio, da cui Livia Satriano si sottrae, e resta in un silenzio quasi religioso, limitandosi ad annotare e riscrivere. Livia, nata nel 1987, non ha ricordi in materia, per cui approccia e affronta il tutto con il dovuto rispetto, soprattutto perché emerge in modo piuttosto netto come, al tempo, la musica fosse realmente vissuta con un trasporto quasi sacro. Non era importante sentirsi dei musicisti a tutti gli effetti, perfetti, professionali. Contavano molto di più l’approccio e la determinazione.
L’importanza del suo libro emerge nel momento in cui andiamo a capire quello che era l’atteggiamento nei confronti della musica. Le difficoltà erano notevoli, la tecnologia era ancora lontana dall’invadenza con cui oggi entra nelle nostre vite stravolgendole. Diciamo che erano i mezzi a mancare, le idee erano molte, e molto interessanti. Ma non solo, guardandoci indietro, riflettendo sul nostro passato (musicale e non) saremo in grado di riuscire a capire dove siamo finiti oggi, e che cosa abbiamo smarrito per strada.
Dovendo trovare un difetto al libro, lo inquadriamo nella risicata partecipazione femminile. Su quattordici contributi soltanto due sono le donne che prendono parte all’analisi. Non sappiamo però se si tratta di una scelta editoriale, o obbligata, se sono venuti cioè a mancare quei contributi e quelle presenze che avrebbero potuto bilanciare il tutto.
Detto questo, cambiamo registro e torniamo ai contenuti. La scena che Livia individua come “galassia post punk” è allargata praticamente a tutto il paese, ma sono due le città che fondamentalmente funzionano da aggreganti, Firenze e Bologna. È li che si concentrano le realtà più dinamiche. Quelle che ancora oggi conservano un fascino che il tempo non ha minimamente eroso. La grande commercializzazione della musica non era ancora arrivata ad appiattire tutto quanto, e si poteva respirare davvero una ventata di freschezza, dopo un decennio nichilisticamente votato all’autodistruzione. Lì c’era la condivisione, quella vera, non le cialtronerie di oggi che imperano sui social network.
C’era soprattutto l’idea che i dischi, oltre a vendere, potessero avere una vita che durasse negli anni, andando a influenzare quello che sarebbe venuto a posteriori. C’era una sorta di “selezione all’entrata” che permetteva di scremare le proposte, mentre oggi tutto questo, dopo l’avvento di internet, che ha “democratizzato” la musica, non è più possibile. Oggi il surplus di offerta tutti hanno sostanzialmente la stessa visibilità, indipendentemente dal fatto che siano qualitativamente validi o meno. Si crea un calderone in cui poi diventa difficile andare a trovare quello che di interessante bolle in pentola. Ma fermiamoci qui con le nostre divagazioni, quello di Livia Satriano non è un testo che intende comparare presente e passato.
Pur non volendo dividere la lavagna tra buoni e cattivi, o fare classifiche di merito, non possiamo non sottolineare come, tra i tanti, i contributi che si elevano sugli altri, per intelligenza, competenza e profondità, sono quelli di Roberto Freak Antoni degli Skiantos e di Fausto Rossi, più conosciuto come Faust’O. Ci saremmo aspettati qualcosa di più pregno e significante da figure come Massimo Zamboni dei CCCP e da Andrea Chimenti dei Moda. Interessanti contributi in chiave sociale sono invece quelli di Giorgio Lavagna dei Gaznevada e di Marinella “Lalli” Ollino dei Franti. Mentre Federico Fiumani dei Diaframma si chiede, e ci chiede, se non sia necessario un cambio di passo a livello sonoro, partendo dalla sua riflessione che analizza come oggi un certo tipo di sound “non faccia più paura”. Ad allargare il ragionamento contribuisce Carlo Casale dei Frigidaire Tango, che considera il tutto da un punto di vista strettamente musicale, che lo porta a spingersi ad affermare come, a suo dire, dal duemila in poi siano usciti ben pochi dischi che possiamo definire come “epocali.” In ogni caso, quello che accomuna tutti i contributi è la voglia di affermare come non ci sia alcuna intenzione di rimpiangere il passato. Anzi, sono tutti concordi sul fatto di ritenersi fortunati di averli potuti vivere quegli anni.
Dovendo chiudere con una battuta, torniamo alle prime pagine del libro di Livia, quelle dedicate a Freak Antoni. In cui, il compianto Roberto ribadisce ancora una volta, citando l’omonimo album degli Skiantos pubblicato nel 1987, che “non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti.”










