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Recensione : BUILT TO SPILL – WHEN THE WIND FORGETS YOUR NAME

Ci sono voluti trenta anni di percorso artistico, ma alla fine i Built To Spill ce l'hanno fatta a realizzare il proprio obiettivo di far uscire un proprio album per la Sub Pop.

BUILT TO SPILL – WHEN THE WIND FORGETS YOUR NAME

Freschi di contratto siglato con l’iconica Sub Pop Records, desiderio da sempre espresso con sincerità, e senza manie di arrivismo, dal frontman della band, Doug Martsch, tornano i Built To Spill, ormai veterana indie-alternative rock band originaria di Boise (Idaho) attiva dal 1992, e non si fa fatica a credere all’onesta volontà del gruppo di incidere per l’etichetta del Nordovest degli States che, checché se ne dica, ha contribuito in maniera fondamentale all’esplosione dell’indie rock a livello mondiale, un’epopea consumatasi, almeno sotto i riflettori del mainstream, nel giro di un decennio (dalla seconda metà degli Eighties alla prima metà dei Nineties) nella vicina Seattle, che il buon Doug ha sicuramente avuto modo di ammirare, frequentare e studiare, fin dal principio, da un punto di vista privilegiato, essendo Boise confinante con lo stato di Washington, ma anche la città che ha dato i natali a Tad Doyle, leader dei TAD, una delle formazioni meno celebrate, ma più rappresentative e importanti per la nascita e lo sviluppo del cosiddetto “Seattle sound”, poi ribattezzato “grunge”.

 

Ci sono voluti trenta anni di percorso artistico, ma alla fine i Built To Spill (dal 2019 ridotti a un trio, composto dal membro fondatore Martsch alla chitarra e voce, dalla bassista Melanie Radford e la batterista Teresa Esguerra) ce l’hanno fatta a realizzare il proprio obiettivo di far uscire un proprio album per la Sub Pop (che tuttavia Martsch ha registrato insieme agli Oruã, duo brasiliano jazz-rock formato da João Casaes al basso e Lê Almeida alla batteria) e questo loro ultimo Lp, “When the wind forgets your name“, fa arrivare il combo alla cifra tonda, essendo il decimo 33 giri ufficiale in tre decenni di rumorosa esistenza. Il disco arriva a sette anni di distanza dall’ultimo vero studio album, “Untethered Moon“, e a due dal tributo al compianto Daniel Johnston, e rappresenta un nuovo inizio per la rinnovata line up dei BTS, che cominciano subito col botto, grazie alla chitarrozza squisitamente anni Novanta dell’apripista “Gonna Loose“, due minuti e mezzo di aspro saliscendi, per poi proseguire sulle usuali coordinate di ispirazioni divise tra canto e chitarrismo “musone” malinconico alla Neil Young corretto J Mascis dei Dinosaur Jr. (in “Fool’s Gold“, “Understood“, la preferita del lotto per chi vi scrive, in “Elements“, quest’ultima arricchita da sognanti inserti d’organo, nella dinamica “Spiderweb“, con un retrogusto REM, e in “Never Alright“) continua con un curioso omaggio alla ska e al dub dalle liriche sarcastiche (“Rocksteady“) e si chiude con la lunga e vivace “Comes a Day“, destinata a diventare protagonista di dilatate jam ai concerti.

 

When the wind forgets your name” non è un disco immediato, quasi tutti i brani superano i quattro-cinque minuti di durata, ma chi è già ben disposto a certe sonorità non si annoierà ed apprezzerà le sue sfumature jangle-folk, e di certo è un’opera che necessita di più ascolti per essere goduto a pieno. Per quanto la band oggi sembri ormai quasi un progetto solista di Doug Martsch, si scrive Built To Spill e si legge anni Novanta, quelli belli, quelli di dischi come “There’s nothing wrong with love“, “Perfect from now on” e “Keep it like a secret“, quelli della felice formula di equilibrio “50% melodia/strofa tranquilla, 50% chitarre elettriche/ritornello urlato“, quelli dell’alt. rock, dell’indie e del lo-fi sdoganati dalle nicchie e portati alle masse, in un florilegio elettrico di creatività e lampi di genio che non si sarebbe più ripetuto nei decenni successivi, l’ultimo sussulto del rock ‘n’ roll come soundtrack e motore rombante che assecondava il ribellismo giovanile su scala internazionale. E anche se la Sub Pop da divestri lustri non è più una label indipendente (ma comunque lontana dai clamori commerciali e dai fasti di ormai trent’anni fa) e i BTS sostanzialmente non si sono smossi dalle loro consuete soluzioni sonore (a parte la novità nel cantato dall’eco riverberato) questo matrimonio era destinato a farsi, prima o poi, data l’affinità musicale in comune tra band ed etichetta, e salutiamo con favore l’uscita di questo Lp, perché a volte fa bene all’anima porgere l’udito verso un amarcord dei bei tempi che furono.

 

TRACKLIST

 

1. Gonna Lose
2. Fool’s Gold
3. Understood
4. Elements
5. Rocksteady
6. Spiderweb
7. Never Alright
8. Alright
9. Comes a Day

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