adanedhel the green-the green album

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(Autoprodotto 2009)-Una delle difficoltà più robuste insite nell’ascolto di un disco ambient come The Green Album del siciliano Adanedhel The Green (al secolo Alberto Bonadonna) dimora di fatto nell’osmosi tra il fruitore e l’opera stessa. I suoni di questo genere musicale si materializzano nell’ascoltatore in maniera nativa ed originaria oltre che scontrarsi (spesso con forze impari) con la sfilza di sedimentazioni induttive ereditate dal proprio bagaglio di ascolti. Sarebbe rischioso dunque approcciarsi ad un disco del genere tenendo a mente i vari Eno, Yanni, Vangelis, Jarre. Rischioso e controproducente.

Mi vengono in aiuto ora tutte le belle cose della Constellation, ancora la ricerca metafisica degli Earth o le turbe sperimentali di Harvest Man, ma di fatto è una certa ingenuità con la quale tutto si concentra, mutuato da immagini ad alta densità, attorno ad un nucleo di note che riesce comunque a dare un senso al mio silenzio. Attenzione, nulla di oggettivamente rilevante nella qualità del suono o nelle alchimie compositive che vestono la livrea ’70-’80 (soprattutto ’80) del krautrock e della kosmische music che fu di Tangerine Dream e Popul Vuh, per certi versi ormai sdrucita ed inflazionata negli anni a seguire da una quantità inimmaginabile di richiami più o meno validi, ma è proprio questo senso di fugacità che Adanedhel distilla lungo tutto il suo percorso mistico, permeandolo con una distinguibilissima innocenza emulativa (senza malizia e senza nessuna intenzione acchiappa consensi), che ci restituisce un’essenza gradevole, tenera, godibile.
L’esprit di The green album sta dunque proprio nella sua forza espressiva, così fortemente evocativa dei bei fantasy di Tolkien eppure altrettanto distante nella sua definizione stessa, a prescindere dall’originalità delle soluzioni ivi accolte. E questa tendenza è così evidente in brani come Nebulosa Planetaria, molto vicina a talune cose di Ummagumma dei Pink Floyd ed in Near the Clouds in cui i Krisma di Chinese Restaurant incontrano Stockhausen. Insomma un bel brodo primordiale new age in cui c’è “tutto” ma anche “tutto il resto”.
Va da sè come, per Alberto, la musica sia “dal” sogno e non “del” sogno che, tradotto in termini pratici, vuol dire tanto, troppo, anzi per adesso probabilmente “tutto”! Un appendice utile dunque al vario e corollato stilema del DIY a cui mi sento di garantire un posto nel mio lettore anche nei giorni seguenti, sebbene converga in toto con Eno nel prescrivere alla musica ambient di essere «…tanto ignorabile quanto è interessante…».

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