nadine khouri – a song to the city

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(One Flash Records 2010) Eureka! Adesso so esattamente quale sia la distanza tra cuore e cervello. Infatti, sebbene sia stato spesso sul punto di rinunciarvi, credo finalmente di aver individuato la soluzione. Impresa davvero ardua quella di mettere pace tra le distonie aritmiche del muscolo e la logica compassata fornita dall’encefalo, eppure, pur non superando tutte le riserve in merito, ho intuito che la soluzione debba essere, per forza di cose, a portata di mano, o di orecchio insomma. È strano come, per questi arcani gnoseologismi , venga sempre in aiuto la musica, quella suonata, quella genuina, fatta anch’essa di cuore e cervello.

Nadine Khouri incarna in maniera immanente questa soluzione. La sua Beirut, devastata dall’atavico conflitto, è nel suo cuore tanto quanto lo sia Londra (che attualmente vive) nella sua mente. Un rincorrersi di bianco e nero, giusto e sbagliato. Cuore e cervello, appunto. Ecco come suona questo A song to the city, primo dei due ep autoprodotti dalla songwriter libanese a noi giunto per il tramite di un softcore assolutamente proiettato nella modernità della city ma con addosso le cicatrici del vissuto dell’infanzia.

Cinque brani che trasudano di buono, preludio di un artigianato che rompe gli indugi e si fa sontuoso ma che si era già fatto apprezzare nel precedente Cuts from Inside, non foss’altro per aver prestato alcune armonie alla trama di I can’t think straight, pellicola girata a Londra e diretta dal regista indiano Shamim Sarif. The army of love è preziosa mentre scorre lenta sul suo ruffiano ardire di orpelli sonori e quella voce maledettamente amabile. Con Rouge ci si lascia accarezzare dalla stessa dolcezza accattivante di Róisín Murphy mentre la title track ammicca, se pur timidamente, agli esotismi mediorientali. In Blue of Princes si riassaporano certi manierismi Arcade Fire in un crescendo d’intensità davvero trascinante ed Invisible ci coccola nuovamente con un sadcore d’impatto, in cui trombe e docili linee di chitarra seguono lo schema che dai Low a Liz Phair, passando per il cantautorato di Cat Power, Allette Brooks e Laura Nyro, abbiamo in effetti già imparato ad amare ed apprezzare, con il cuore e con il cervello, appunto.

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