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Recensione : :: ACUFENI :: FASTIDI AURICOLARI CONTEMPORANEI #38

Cinque dischi da scoprire: Massa Nera, Monkeys On Mars, Noir Noir, Old Year e Sakna analizzati da In Your Eyes Ezine.

Massa Nera, Monkeys On Mars, Noir Noir, Old Year e Sakna

Massa Nera, Monkeys On Mars, Noir Noir, Old Year e Sakna

Questi i dischi che oggi crediamo meritino (per motivi tra loro assolutamente non concordanti, e non vincolanti) la vostra attenzione. Abbiamo cercato di non indirizzare le sonorità in una direzione univoca, in modo da permettere a tutti di trovare quel qualcosa che possa aiutare a lenire la noia.

Come sempre, le nostre sollecitazioni, sono in rigoroso ordine alfabetico.

Massa Nera :: The Emptiness of All Things

“The Emptiness of All Things” non è solo la terza release per gli statunitensi Massa Nera. È anche, e soprattutto il loro grido disperato per quello che sta accadendo sul pianeta.

Tra carestie sempre più diffuse, gentrificazione, aumento delle polveri sottili, eventi metereologici estremi, desertificazione e deforestazione (giusto per rimanere sulle prime criticità che individuano) la band del New Jersey non sa più dove rivolgere il suo sguardo preoccupato.

Amiamo particolarmente i dischi politici e, conseguentemente, non potevamo restare indifferenti a un album con premesse di questo calibro.

Da un punto di vista sonoro si tratta del loro disco più intenso. Non ci sono dubbi. Un album che sprigiona energia e che invita all’azione, con un susseguirsi di crescente claustrofobia che sfocia nel caos organizzato più delirante che ci sia capitato tra le mani in questi ultimi mesi.

Per un’impresa folle come quella di invertire la rotta per un mondo che sta collassando su se stesso, non poteva che arrivare un album altrettanto follemente lanciato verso una presa di coscienza schizofrenica.

“The Emptiness of All Things” è angoscia allo stato puro. È carica sovversiva pronta ad esplodere. Ma è anche un qualcosa che ti entra dentro da subito, e che nei momenti (pochi) più riflessivi, ti costringe, mettendoti con le spalle al muro, a prenderti le tue responsabilità, perché è finito il tempo dei discorsi, occorre agire, e farlo in fretta.

L’album nel suo incedere ricorda una crisi epilettica che ci scuote da dentro, in un susseguirsi di scosse tonico cloniche che non ci permettono di fare nulla, se non restare in attesa che tutto finisca, che il disco finisca. Per poi provare a rimettere a posto le idee, quelle poche che ci sono rimaste, che poi, sono sempre le stesse.

Post Hardcore, Post Metal, Post quellochecazzovolete, non sono le etichette la discriminante che può farvi capire quanto sia intensamente coinvolgente, e, a suo modo, maledetto questo album.

Il nostro consiglio è uno solo – ascoltatevelo ad un volume adeguato che possa mettere il luce tutta la rabbia di cui è costituito, e se qualcuno vi urla di abbassare, rimettetelo da capo ad un volume, se possibile ancora più alto.

Monkeys On Mars :: Monkey On Mars

Monkeys on Mars è un progetto collaborativo che racchiude e unisce i membri di Mars Red Sky e dei Monkey3. Non si tratta di uno split ma di una registrazione unica che ha coinvolto entrambe le band.

Ne è venuto fuori un EP a due tracce in cui sono confluiti tutti gli elementi che da sempre caratterizzano il sound dei due progetti. Una sorta di kraut rock spaziale che si regge su un impatto maestoso garantito da due bassi e due batterie che suonano contemporaneamente.

Non abbiamo idea, al momento, se si tratti di un episodio isolato, o se, invece, dobbiamo aspettarci un album intero. Per cui ci concentriamo su quello che abbiamo sottomano, e cioè un disco che pur nella sua brevità riesce a far capire dove vogliano andare i Monkeys on Mars.

Il loro è un viaggio psichedelico che intende far concorrenza nello sbarco sul pianeta rosso al miliardario sudafricano che ha messo la lingua in bocca (o altrove?) all’attuale presidente USA, senza però poi ottenere quanto sperato.

Un viaggio che ci accompagna con un carico di sperimentazione lisergica interstellare che conquista nonostante la breve durata complessiva.

Durata che fa riferimento esclusivamente al numero dei brani (due) e non al minutaggio che si assesta sui venticinque primi. Il problema è che quando un disco ci piace vorremmo che non finisse mai, ma questo è un altro discorso, per cui torniamo all’album prima di perderci.

I momenti che si lasciano preferire sono, al netto di una sezione ritmica di tutto rispetto, come anticipato poco sopra, quelli in cui la mente riesce a viaggiare in totale autonomia, quando cioè le atmosfere si fanno più rarefatte e la sensazione di stare davvero vagando nello spazio infinito si fa più reale.

Un EP a cui non avremmo potuto chiedere nulla di più. C’è tutto quello che serve per farci entrare nell’ottica di doverci attendere un album, o almeno questo è quello che vorremmo noi.

La speranza è che le due band la pensino allo stesso modo, e stiano già lavorando in questo senso. Su una durata più ampia avremmo molte più occasioni per poter godere della loro genialità. Per ora ci accontentiamo. E va bene così.

Noir Noir :: Black Curtain / Divine Swelling

Non è facile raccontare un album di Noir Noir. Intanto perché le info sul progetto solista del polistrumentista catalano DVG, dedito all’occultismo e alla ritualità esoterica, sono davvero risicate.

E, in seconda battuta, perché l’alone di mistero che si respira ogni qual volta ci si approccia ad un suo lavoro sembra sempre più fitto, uscita dopo uscita.

Dal primo album nel 2011 è passato parecchio, ma quello che non è, nel frattempo scemato, è l’approccio nerissimo e inquietante che accompagna ogni release.

Un approccio che sublima l’oscurità della violenza di un mondo industrial che guarda al suo lato più sperimentale ed elettronico, e che si muove in un contesto di dark ambient maledetto.

Questo ultimo lavoro, il primo per la Sentient Ruin, è la riedizione in un unico album di due delle sue precedenti uscite, vale a dire Black Curtain (pubblicato nel 2016 da Fallow Field Records) e Divine Swelling (uscito nel 2022 con Hedonic Reversal Records), qui raccolti e rimasterizzati, in un’unica veste in CD, tape e 12″.

Ancora una volta siamo qui a ringraziare la Sentient Ruin, etichetta che, come poche altre, fa del rumore in ogni sua declinazione, la propria ragione di vita, per averci regalato questa ennesima meraviglia.

I due album, che sembrano usciti dalla stessa sessione di registrazione, per quanto sono affini da un punto di vista sonoro, sembrano incanalati verso un noise ritualistico volto a negare, da un punto di vista concettuale, l’esistenza stessa della vita.

Anche se, come detto, il noise è l’elemento portante, non di rado fa capolino qualche melodia darkwave, sapientemente dosata e intelligentemente collocata in modo da non risultare troppo aliena al disegno di base.

Black Curtain / Divine Swelling sono una coppia di album grezza e fastidiosa, ma in grado di incuriosire, grazie ad una costruzione che sposta continuamente l’attenzione e il tiro, in un rituale perverso che guarda all’oscurità che abbiamo dentro, invitandoci a coltivarla e a preservarla dalla luce.

Quello di Noir Noir è un inferno che non siamo in grado di abbandonare e che finirà per consumarci lentamente. Un inferno in cui regnano incontrastati suoni apparentemente disarticolati che invece sottintendono un disegno precisissimo e curato che non fa sconti a nessuno.

Old Year :: No Dissent

Il trio statunitense proveniente dall’Idaho arriva all’esordio discografico dopo aver pubblicato soltanto un singolo un paio di anni fa. È la Apocalyptic Witchcraft Records a dar loro la possibilità di mostrare a tutti il potenziale che si ritiene i tre abbiano a disposizione.

“No Dissent”, uscito subito dopo l’estate, si caratterizza per un incedere monolitico che guarda alla stagnazione emotiva grazie ad un carico di martellante brutalità sonora che mostra sin da subito il suo piglio minaccioso e aggressivo.

L’album è oltremodo carico di un’oscura aurea che risuona maledettamente tenebrosa. Quattro brani per trentasei minuti complessivi in cui il trio di Boise non smette per un solo istante di inquinare l’aria ipersatura di quel mefitico inferno in terra in cui ci ha rinchiuso.

Un album che non ha alcuna intenzione di andare a creare qualcosa di nuovo, ma che ha scelto la via dell’oppressione senza compromessi.

“No Dissent” è talmente carico di negatività in ogni suo singolo componente, che non siamo in grado di percepire nient’altro che una totale assenza di ogni forma di speranza. C’è solo una condanna eterna a cui non siamo in grado di sottrarci, né ora né mai.

Un album crudo, che non ha – come detto – ambizioni rivoluzionarie, ma che pensa solo all’effetto finale, quello cioè di infastidire chiunque abbia il coraggio di interrompere tutto quello che stava facendo per dedicarsi all’ascolto.

Alla lunga questo però può diventare un limite, soprattutto nel momento in cui cerchiamo qualcosa che vada oltre la colata lavica del muro di suono che i tre statunitensi hanno eretto.

Non ci sono soluzioni che possano riaccendere il fuoco una volta che si è spento sotto la ripetitività di un album estremamente pesante come questo. Sarà dunque il loro prossimo disco quello che sancirà la strada che la band vorrà intraprendere.

È allora che si capirà se c’è un futuro e quanto luminoso potrà diventare.

Sakna :: De Syv Dødssynder

Sakna è una realtà decisamente misteriosa. Fino a poco tempo fa non si conosceva praticamente nulla in merito. La sua nascita viene fatta risalire al 2006, ad opera del compianto Solemn, al tempo quattordicenne, polistrumentista canadese suicidatosi nel 2011.

Due decenni dopo la sua dipartita, il fratello ha deciso di dare lustro alle sue composizioni, rimaste fino a quel momento inedite. Ci ha pensato la Hypaethral Records a completare il progetto, stampando il materiale che è andato a comporre quello che è e sarà l’unico album dei Sakna, “De Syv Dødssynder”.

L’album si caratterizza per un suono che sposa le dinamiche sonore di un black metal scandinavo dalle forti influenze folk ed epiche. Non c’è nulla di trascendentale nel disco, tranne la spontaneità di un progetto che è rimasto sepolto sotto la polvere di un’esistenza prematuramente consumatasi.

Nel corso degli anni Sakna avrebbe potuto prendere mille altre strade, ma non sapremo mai quali. Le potenzialità che emergono dalle otto tracce (bonus compresi) che compongono “De Syv Dødssynder” ci portano infatti a pensare che nulla, in linea teorica, sarebbe stato precluso alla creatività di Solemn.

La sua eleganza compositiva emerge con prepotenza e delicatezza, in un alternarsi di momenti contrastanti che riescono comunque a mantenere un pathos elevato durante l’ascolto.

L’album deve essere visto, stando a quanto ha dichiarato il fratello, come la rilettura della Divina Commedia dantesca. Ipotesi un po’ azzardata, ma che possiamo concedere, non fosse altro che per il coraggio con cui ha ripreso in mano tutto il materiale, rimasterizzandolo, remixandolo e riuscendo, finalmente, a portare a termine il desiderio di Solemn.

La resa finale è decisamente elevata, per un disco che è rimasto anni chiuso in file zippato su di un hard disk. Quello del disco è infatti un sound meravigliosamente fiero, pulito e potente, che trascina e conquista, grazie ad una produzione cristallina in grado di esaltare ogni strumento, in ogni passaggio.

L’ascolto riesce a mantenere sempre un livello di magnificenza altissimo. Un album in cui le atmosfere epiche flirtano con un approccio depressive, andando a sancire un quadro di insieme di straordinaria bellezza.

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