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ZETA 04

Quarta puntata avvincente del nostro racconto a puntate...

ZETA 04

PRIMA PUNTATA  – ZETA 01
SECONDA PUNTATA – ZETA 02
TERZA PUNTATA – ZETA 03

 

QUARTO

– Ti ho lasciato la colazione sul tavolo

Jim spalancò gli occhi, lanciò fuori la mano come fosse la zampa di una tigre, riuscì a sfiorare quella ragazza misteriosa, si gettò a terra, fuori dal letto, ma lei sparì dietro la porta.

A terra non poteva muoversi per il dolore al braccio.

Guardò la mano e vide il pungiglione di un’ape conficcato come l’ago di una siringa arrugginita. Si guardò la mano incredulo di ciò che stesse guardando. Il sogno diventato realtà o la realtà che si insinuava nei sogni? Decise di optare su una coincidenza insolita ed uscì di casa senza pensare. Il sole era alto, una sigaretta fumava tra le sue mani, nicotina da pompare nelle vene di un corpo stanco e mangiato da vizi e sentimenti contrastanti. I contatti con il mondo esterno erano esclusi dal litio scarico.

Una trasposizione del suo stato d’animo in quel tornare a vivere ogni giorno lo stesso attimo delirante di occhi che correvano via allontanandosi dalla sua pelle.

– Ragazzo dove stai andando?

– Io?

Barba incolta, vestiti laceri, mani nere, odore acre.

L’uomo lo fissava mentre Jim rallentava il passo nevrotico fino ad arrestarsi più avanti senza staccare gli occhi da quella figura.

– Sembri sconvolto, come se stessi vivendo un incubo ricorrente, non correre, così peggiori solo le cose

Prese in mano un cartone di vino scadente per offrirne un sorso. Compiaciuto e soddisfatto emise un suono gutturale e si pulì la bocca con la manica della giacca.

Jim lo osservava, aveva un qualcosa di familiare, ora il cuore aveva smesso di rimbombare nelle orecchie, il respiro non era più affannato.

– Ti senti solo e spaesato vero?

– Come lo sai?

– Mi sentivo anche io così e ogni tanto mi capita ancora

– E come riesci ad andare avanti?

– Con questo

Il barbone mostrò il cartone di vino sorridendo.

– Non è la soluzione, è solo un palliativo ma funziona

– Funziona?

– Funziona

Jim glielo tolse dalle mani e diede un sorso.

– Alla tua età è successo anche a me sai? Sono rimasto incastrato in una vicenda dalla quale ancora oggi non saprei come uscirne. Offrimi una sigaretta e siediti qui acanto, tanto correre non ti servirà. Siediti ti racconto una storia.

– Ma quale storia

– Siediti e ascolta

Jim si sedette intimorito accanto al mendicante. Il corpo tremava ma gli occhi erano incantati da quell’uomo.

– Sai qual è l’unica specie animale che tenta di autodistruggersi?

– Quale?

– Tu fumi?

– Si

– Bevi?

– Si

– E sei cosciente che tutto ciò ti distrugge?

– Certo

– Ecco amico mio anche tu ne appartieni, proprio come me e tutta questa gente attorno.

All’essere umano piace autodistruggersi e crearsi problemi. E più pensa in maniera collettiva più i problemi e l’autodistruzione esondano. Si autodistrugge e distrugge tutto ciò che ha attorno. Siamo riusciti anche a far fumare l’intero pianeta per distruggerlo assieme a noi e ci siamo creati da soli un problema mondiale. Ahahaha

Rise il mendicante, come se avesse appena raccontato una barzelletta a tiepido sfondo sessuale in un bar di periferia.

– Fa ridere tutto questo non trovi?

– Si ma questo cosa ha a che fare con me?

– Forse nulla ma sei il primo che accetta di ascoltarmi

Jim non si chiese nulla…

Non parlava, non aveva modo di rispondere. Quella mattina infinita che continuava a ripetersi ogni giorno, era un serpente che lo stringeva tra le spire.

Tirò fuori una sigaretta dal pacchetto ormai liso e la offrì al mendicante.

– Guarda la gente che corre come te

Credi abbiano una meta, o che sappiano dove stiano andando. Eppure ti assicuro, nemmeno loro sanno.

Proprio come te.

Le persone, che nel frattempo si erano moltiplicate attorno a loro, camminavano veloci verso luoghi indefiniti. Chi con lo sguardo immerso nel vuoto, chi lo immergeva nello schermo piatto e lucido di un telefono.

– Signore, mi scusi…

Nulla, non uno sguardo, non un cenno.

– Osserva quel signore distinto, lo sguardo perso nel vuoto, la valigetta colma di carta prodotta inutilmente per una società anomica, macchiata di vocali e consonanti incomprensibili.

Occhi spenti, tristi o stanchi, visi lisi sciupati e scialbi, carnagioni grigie e spente, vestiti stupendi attorno a corpi non morti solo per l’anagrafe.

– Signora una piccola oblazione per un uomo distrutto dall’esistenza

La signora si fermò. Aperta la borsa mise la mano all’interno, rovistò un po’. Quando estrasse il portafogli caddero alcune pastiglie, erano come quelle che Jim si vide cadere tra le mani sotto Newton 2000. La guardò allora con più attenzione, aveva gli occhi spenti. Non si leggevano emozioni sul suo viso e l’espressione non variava. Pose alcuni spiccioli nel cappello girato per accoglierli e se ne andò, senza raccogliere le pastiglie come se si vergognasse di ciò che assumeva.

– Anche oggi riuscirò a comprare almeno un cartone di questo vino obbrobrioso e poi…

– … e poi?

– E poi nulla, andrò a cercare un luogo tranquillo dove stendermi e rilassarmi.

Signore perché non si ferma a donare un attimo del suo tempo?

L’uomo si voltò, aveva occhi gialli da fegato logorato. Si accasciò, prese in mano il cartone del vino e con una smorfia insoddisfatta cercò altre monete nella tasca.

– Il mio tempo non lo concedo a mia moglie. Tenete questi soldi e cercatevi del vino migliore

– Per lo meno questa volta non berrò acido. Ragazzo come ti chiami?

– Jim

– Jim

Ripeté l’uomo alzando gli occhi socchiusi al cielo.

– Da quanto stai cercando di uscire?

– Non lo so più

– Capisco

– Io no, ma adesso non posso fermarmi qui, devo andare

– Andare dove, anche tu senza meta

– Non ne ho idea

– Allora fermati

– No

Fa come credi ma stai in guardia da ciò che ti sta attorno, non tutto è sempre uguale, le cose possono mutare, le persone possono cambiare, i luoghi possono spostarsi in continuazione

– E tu cosa farai?

– Resterò qui, sono troppo vecchio per cercare di tornare indietro. Ciò che dovevo capire l’ho capito, ma…

Fece una pausa. Lunga interminabile alla mente di Jim. Un treno in corsa che si arresta senza motivo, un fiore appena colto al quale muoiono i petali all’istante, e poi…

– Ma è troppo tardi, ora va

Jim continuò a fissarlo mentre indietreggiava spaventato ed incuriosito.

– Tornerò

– Io non credo

Si guardava attorno per capire dove fosse capitato. Assorto nei pensieri scrutava il panorama davanti a se senza tuttavia riuscire a seguire un pensiero preciso. Ogni parola successiva alla precedente nata nella mente era scoordinata, un ragionamento completo era impossibile se ad ogni passo i ricordi venivano cancellati dall’ansia che piano piano stava crescendo dentro. Il cuore era al massimo sforzo, sentiva le pulsazioni salire dallo stomaco al cervello. L’unica cosa che poteva sembrare regolare era il suo passo sicuro e deciso, che Jim indossava come una bauta in ogni momento di delirio.

– Ciao, di nuovo tu?

Era Marika. Foulard attorno al collo, occhiali da sole decisamente giganti per il suo piccolo viso e un sorriso penetrante.

– Ti ricordi di me vero?

– Si certo. Cosa fai qui?

– Giro. Guardo. Osservo

– Non sei più andata al Newton?

– No. Stavo giusto cercando qualcuno con cui andare. Oggi hanno dato pioggia e sarebbe davvero il caso di andare. Vuoi?

Lo disse abbassando gli occhiali con due dita della mano destra per poter farsi guardare negli occhi e conficcarli nello sguardo perso di Jim.

– Cosa succede quando piove?

– Lo vedrai

Incuriosito da quelle parole accettò ovviamente l’invito. Marika era bellissima e il suo sguardo poteva convincere a prendere vita anche gli oggetti inanimati.

Arrivati a destinazione erano tutti attorno all’albero a consumare quell’inspiegabile attesa che Jim non riusciva a giustificare.

– Non vedo davvero il motivo per il quale non raccolgano senza aspettare
– Perché tu non vivi le loro vite assuefatte

– Tu cosa sai di me?

– Ciò che nemmeno tu sai di te a quanto pare Jim
Restò sgomento ripensando al nulla che regnava nella sua mente in quei giorni.

Sopra di loro il cielo stava diventando plumbeo e pesante, le nuvole si accatastavano lentamente.

Lampi e tuoni si fecero sempre più potenti e fragorosi. Jim cercò di tornare alla macchina impaurito da quei boati ma quando si voltò era sparita e Marika rideva scherzandolo.

– Dove hai messo la macchina?

– Ora non c’è tempo per la macchina

– Ma…

– Niente ma, andiamo

Camminarono verso la cima della collina.

Una volta raggiunta la compagnia dell’albero, qualcuno si voltò a guardare chi fosse arrivato.

– Quello che ti sta guardando con gli occhi senz’anima è un avvocato, accanto a lui la moglie, mai

lavorato un giorno in vita sua. Assuefatta dalla noia lo tradisce ogni giorno. Non per cattiveria o perché non lo ami. La noia. E quello davanti a loro due un luminare della scienza. Sembra strano ma anche chi dovrebbe restarne alla larga in realtà è il primo consumatore dei frutti di Newton.

La donna era la stessa che poco prima aveva perso le pastiglie nell’intento di donare qualche moneta al barbone appena conosciuto. Era quasi palese, a quel punto, trovarla li e Jim per una volta riuscì a trattenere lo stupore.

– E perché ne usa?

– Ne usa? Ne abusa. Guardalo.

Dondola perso anche lui nella disperazione delle responsabilità di un giuramento che non ha mai tradito. A differenza degli altri lui si sente in dovere di assumere le sostanze.

– Mi sento osservato

– Lascia stare le tue ansie e le tue convinzioni di essere al centro del mondo, certo che lo sei.

Un novizio è sempre osservato, è normale stai tranquillo, per di più sei stato qui una volta e l’albero ti ha già premiato e i tuoi occhi sono ancora troppo accesi per essere accettato. Guarda finalmente inizia a piovere.
Jim alzò gli occhi al cielo e iniziò a vedere cadere le gocce. Non era pioggia normale. Le gocce erano sfere liquide perfette che quasi evaporavano al contatto con i corpi.

Marika fece lo stesso, alzò gli occhi al cielo ma a differenza di Jim, aprì la bocca per bere. Così fecero tutti.

Jim allora provò. Aveva un gusto amaro. Dopo pochi minuti la pioggia smise di cadere. Le persone attorno a Jim persero la malignità negli occhi e iniziarono ad abbracciarsi presi da un’estasi implacabile.

Solo sorrisi e tranquillità. I suoni arrivavano alla mente ovattati nuovamente, come la prima volta.

Intorno tutto sembrava sereno. Le nuvole erano sparite e il sole colorò di giallo il paesaggio attorno.

Le colline ora sembravano morbidi cuscini sui quali poter rilassarsi e distendersi. Un senso di pace ricopriva tutto e tutti. Jim non se lo spiegava ma si sentiva a suo agio e in armonia con l’universo attorno.

Si sdraiò sull’erba, Marika fece lo stesso accanto a lui. Lo guardava soddisfatta e gioiosa. Un amore chimico tra i due, mentre Jim non riusciva a mettere insieme una parola con l’altra, la guardava completamente assorto in un pensiero inesistente, senza rendersi conto di cosa fosse quella pioggia.

– Allora ti è piaciuta la pioggia?

– Non capisco cosa stia accadendo

– Nulla di grave. Hai solo provato la pioggia di benzodiazepina generata da Newton

– E tu lo provi spesso?

– Io? Certo. Questo è il mio luogo preferito. L’unico in cui posso essere felice e lontana dalla vita

– Io non voglio stare lontano dalla vita. Io devo riprendermi la mia

– Perché? Non ti piacerebbe stare qui con noi?

– No, io… io non ho intenzione di ritrovarmi vecchio e stanco dentro a questo incubo, come l’uomo di oggi

– Quale uomo?

– Oggi ho incontrato un uomo che…

– Zitto non parlare e baciami

Lo zittì portando il dito indice alla sua bocca e lo baciò. Jim fu sorpreso, si lasciò andare per un attimo ai piaceri della passione. Lei lo stringeva forte tra le braccia quasi a volerlo assimilare.

Lui chiuse gli occhi, la forza di quella ragazza era incredibile, la sua eccitazione lo stava contagiando. Si abbracciarono, si baciarono per un tempo indefinito fino a quando Jim non vide palesarsi davanti ai suoi occhi un enorme serpente. Marika si era trasformata Tentò di divincolarsi ma non riusciva a muoversi, la presa era troppo stretta, e più tentava di liberarsi più l’animale accentuava la morsa emettendo un suono simile ad una risata.

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