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ZETA 02

RACCONTO: ZETA 02 - SECONDO CAPITOLO, seconda puntata del racconto scritto da Matteo per Iyezine

ZETA 02

LEGGI IL PRIMO CAPITOLO : ZETA 01

SECONDO

Il mattino seguente fu simile a quello precedente. Testa sull’orlo dell’esplosione, occhi incollati, bocca di metallo.

Le palpebre si divisero faticosamente, lei era di nuovo davanti a lui. La guardava di sbieco cercando di metterla a fuoco. Non capiva chi fosse, la immaginava stupenda ma non ne riconosceva le sembianze.

Emise qualche suono incomprensibile con la bocca e sparì.

Quando lei uscì dal campo visivo di Jim, egli ricadde nel sonno per risvegliarsi qualche ora dopo.

Andò in bagno per sciacquarsi il viso e si imbatté nella figura del suo volto riflessa allo specchio.

Le gocce sulla pelle scivolavano lente verso il basso. Si guardava Jim e più si concentrava sui suoi occhi più entrava in contatto con quella figura che sembrava un essere lontano, segnato da un’inquietudine insolita solo in apparenza. Provò una sensazione di sgomento, non si riconosceva, era un’altra persona quella dall’altra parte.

Cercò di mettere a tacere la sensazione di smarrimento che lo stava turbando, scrollando la testa e

immergendola nel panno morbido per asciugarsi.

L’immagine continuava a perpetrarsi nei suoi occhi chiusi, il cervello non aveva intenzione di eliminarla.

Strofinò la pelle con veemenza come se il dolore potesse cancellare quella figura, eppure nulla.

Restava lì, vivida e paurosa. Tornato con lo sguardo alla luce scintillante dello specchio, infilò la testa sotto l’acqua ghiacciata e in un momento di freddezza riuscì a toccare, per un attimo, la tranquillità.

Ritrovata parzialmente la connessione con la parte razionale di sé, andò in cucina.

La colazione era pronta, la guardò con disprezzo e fumò una sigaretta distrattamente senza sentirne il sapore. In alcuni casi la dose minima di nicotina era più importante della soddisfazione dei sensi coinvolti.

Spense il mozzicone senza curarsi della riuscita dell’intento ed uscì.

Il sole era rovente, gli occhi bruciavano più del fuoco dell’inferno, sempre che all’inferno ci siano davvero delle fiamme. A malapena riconosceva i luoghi della mattina precedente. Camminava senza un senso compiuto, osservava il paesaggio attorno, le case delle “signore” e le donne che, una ad una, lo guardavano. Erano ancora tutte lì, come il giorno precedente.

Girato l’angolo si ritrovò ancora davanti al ristorante.

Christopher era sulla porta con un mozzicone spento in bocca.

I due si guardarono, l’uomo fece una smorfia per invitarlo ad entrare, Jim esitò ma entrò richiamato dai profumi del pranzo.

– Benvenuto, cosa ti porto?

– Un bicchiere d’acqua e qualcosa da mangiare

Il cuoco, dalla porta, sbuffò per poi entrare in cucina ridendo.

Il piatto unico soddisfò la fame fisica, al momento del conto Jim si recò al bancone e l’uomo gli offrì nuovamente il Blimcs.

– Questa la offriamo la sera solitamente, ma per questa volta faremo uno strappo alla regola

– La ringrazio, ma non ne capisco il motivo

– Non la vuoi?

– Si certo, ma mi dica cos’è

– Bravo, così mi piaci, non dire mai di no quando qualcuno ti offre da bere, bevi e non pensare, per quello avrai tempo tutta la vita. Jim trangugiò. Alzato lo sguardo nell’atto di versare il liquido in gola ebbe una fitta agli occhi. Una sensazione già provata, un’immagine già osservata, vissuta, abitata con corpo e mente.

Un lampo, occhi spalancati e in un attimo corse fuori senza comprendere il senso di quella sensazione di angoscia.

In affanno, preso dallo spavento di poco prima, si poggiava con le mani sulle ginocchia per riprendere fiato come dopo una lunga corsa. Una lunga fuga immersa nel fiato pesante della corsa.

Il petto bruciava come un sole imprigionato nella cassa toracica, il dolore scatenò un altro flash. Si trovava dentro la casa di una delle “signore”. Origliava fuori da una porta socchiusa. Vedeva la sagoma di lei muoversi e godere sotto una luce fioca sopra il corpo di un cliente. Si appoggiò maldestramente alla porta ed essa si aprì facendogli perdere per un attimo l’equilibrio generando imbarazzo nella stanza.

Precipitò letteralmente all’interno emettendo un suono di stupore. Allibito e spaesato guardò i due che contraccambiarono con i lori sguardi feroci.

Jim chiese scusa impaurito e iniziò a correre inseguito dalla “signora” che si era vista perdere il guadagno a causa sua.

Il ricordo si fermava lì, sotto la finestra della ragazza del mattino.

Il fiato era tornato normale e guardandosi attorno si ritrovò smarrito tra la folla di gente che nel frattempo aveva gremito la strada, la via, la città tutta.

Riprese a camminare, a vagare, impenetrabile nello sguardo, ogni pensiero veniva esposto nel suo cervello impermeabile agli sguardi. Si chiedeva come fosse finito ad origliare alla porta di una “signora” come un ragazzino alle prime esperienze sessuali.

Le persone scivolavano sotto il peso dei suoi pensieri tra spallate, spinte e scontri incapaci di provocare dolore ad un corpo ormai distaccato dalla mente. Era smarrito, perso nei meandri del suo personale nulla.

Le gambe, prese da un’insolita autonomia, decisero di fermarsi all’improvviso smettendo di rispondere ad ogni minimo comando, lasciandolo immobile in uno stato misto di catatonia e panico in mezzo a un’enormità di macchine impazzite che correvano ai suoi fianchi, fino a quando una “cabrio”, guidata da una ragazza, non si fermò al suo lato.

– Presto, salta su
Lui la guardò esterrefatto, non capiva chi potesse essere, l’intruglio gli aveva annebbiato la vista, ma era sicuro di non conoscerla.

– Chi sei?

– Mi chiamo Marika ma ora non ha importanza, sali

Le preoccupazioni e le domande su chi fosse quella ragazza lo bloccarono per un istante, ma la sua voce sembrava così convincente e ammaliante da fargli aprire la portiera senza pensare oltre alla giustezza o meno dell’azione.

– Dove andiamo? E dove corrono tutti impazziti?

– Stanno fuggendo dalle loro vite

– Cercando di ammazzarsi in auto?

– No. Non sanno nemmeno loro da cosa fuggono, la frenesia li conduce dove vuole lei senza indicargli una meta.

– E noi dove stiamo andando?

Non ci fu risposta ma l’aria fresca delle colline servì a riprenderlo abbastanza almeno da fargli vedere le sembianze di quella ragazza.

Lei taceva, lui la guardava cercando di non farsi accorgere e sentiva di provare un generico sentimento di affetto.

In un altro momento della vita avrebbe sicuramente trovato la carta giusta nel mazzo dei sentimenti.

Era bella, o per lo meno, lo era secondo i suoi canoni di bellezza.

– Sei tu la ragazza che ogni mattina…

– Non so di cosa tu stia parlando

Lo interruppe bruscamente come se sapesse di cosa stesse parlando, mentre la brezza le accarezzava il sorriso.

– Hai una sigaretta?

– Guardati in tasca e accendine una anche a me.
Un altro mistero da non indagare per Jim, le sigarette erano in tasca davvero. Le prese quasi senza stupore, ormai le domande erano superflue. Accese le due sigarette contemporaneamente e ne porse una alla nuova conosciuta.

– Ora mi puoi dire dove andiamo?

– Quanta fretta. Non ti basta essere stato salvato?

– Da cosa?

– Dalla frenesia del mondo

Il silenzio piombò nuovamente sulle labbra della ragazza.

Jim guardò attorno, nulla nel verde, quando dal vuoto cosmico apparve un gruppo di persone attorno ad un albero in cima ad una collinetta.

La macchina si fermò. Lei scese e iniziò a camminare verso di loro.

Jim la seguì, sapere cosa stesse accadendo sarebbe stata un’impresa eroica, un idillio della conoscenza.

Quelle persone stavano in piedi sotto l’albero con le mani tese in attesa di qualcosa.

Una volta avvicinati vide meglio i frutti. Alcuni avevano la forma di piccoli cilindri, altri erano capsule gialle e blu o viola e nere.

– Cos’è questo?

Uno di loro lo zittì brutalmente. Aveva le pupille dilatate e lo sguardo perso nel vuoto dell’anima scura della solitudine.

Osservando meglio tutte quelle persone, notò come la solitudine fosse viva e fiera nelle pupille di tutti loro, era una sorta di tratto distintivo di una comunità assuefatta da una qualche entità superiore.

La ragazza si voltò verso Jim.

– Non devi parlare qui

Lui allora fece un voto di silenzio dentro sé e accettò la regola del gruppo. Alternative non erano contemplate. Un luogo sconosciuto, con persone tutt’altro che socievoli, anzi apatiche, sociopatiche,

asservite alla loro vita apparentemente inutile.

Stette in silenzio, ligio al voto appena espresso, ma riuscì ad avvicinarsi abbastanza da capire.

Non si trattava di frutti. Come per magia onirica le leggi newtoniane lo premiarono, fortuna del novizio, la persona giusta al momento giusto, chi può dirlo, fatto sta che di colpo gli occhi degli zombie tornarono a brillare per un solo attimo di sporca e subdola invidia. Essere al centro dell’attenzione altrui non fece altro che farlo tornare nel panico.

– Xanax! Questo è un albero di Xanax?

– Guarda meglio

L’albero non gettava solo Xanax. Più in alto nascevano pastiglie di Tavor, Lexotan, Valium ed En, mentre più in basso dai rami più piccoli ancora giovani Rivoltril, Lorans, Diazepam e Lorazepam.

Sembrava di stare sotto l’albero del paradiso delle benzodiazepine.

L’atmosfera era ovattata e sorda, i rumori sembravano lontani, le voci venire da un’altra dimensione.

Quando anche la ragazza fu premiata dall’albero, i due si appartarono per cercare un attimo di solitudine.

– Quindi l’albero premia tutti prima o poi?

– Si è sufficiente avere pazienza, anche se in certe occasioni averne è davvero dura

Rise.

– E cosa fa qui questa gente?

– Loro? Cercano la serenità. E dovresti cercarla anche tu. Metti in bocca quella delizia

– La serenità

Ripeté stupito Jim.

– La serenità sotto un albero di psicofarmaci, ansiolitici, e tranquillanti

– Esatto

– Ottimo

– La natura li riporta alla serenità

– Ma questa non è natura

– E’ un albero. E’ natura per loro. E le sostanze incluse in quelle “medicine” sono ricavate dalla natura, sintetizzate e iniettate nella vita dell’uomo

– Allora perché non salgono a raccoglierli?

– Loro aspettano

– Aspettano

– Si, sono in attesa che qualcuno, o qualcosa, lo faccia per loro

– Qualcuno che non arriverà

– Sbagli

– …

– Ci penserà la gravità, per questo l’albero si chiama Newton duemila

– “La gravità”, l’unica gravità che conosco in questo momento è la gravità della mia situazione”

Pensò Jim tra sé e sé.

– Sarebbe più semplice raccoglierli, io impazzirei immobile ad attendere.

– Eppure anche tu eri immobile quando ti ho raccolto sulla strada

– Ero in preda al panico

– Anche loro, ma non lo sanno

L’inquietudine nasce dall’immobilismo che accerchia le menti e le trascina verso l’abbandono della realtà.

Loro godono in questa inquietudine per avere una scusa appetibile per poter continuare a stare sotto a Newton. Fino all’abbandono di ciò che di più caro hanno. E quando, nonostante le loro situazioni, non abbandonano di loro iniziativa, allora…

– Allora?

– Allora vengono abbandonati

La mente di Jim corse come un lampo alle mattine in cui la ragazza lo abbandonava regolarmente senza spiegarne il motivo.

– Stai pensando a lei vero?

– Come lo puoi sapere?

Rise Marika, una risata penetrante più del dolore che si può accusare una volta provata la sensazione amara e discostante di essere lasciati ogni giorno senza conoscerne il motivo e senza la possibilità di abituarvisi.

– Non importa come o cosa io sappia. Guarda laggiù.

I volti del gruppo sembravano sciogliersi come statue di cera sotto il sole di un deserto di idee.

– Il tuo volto è teso ed impaurito, ti senti solo e smarrito dentro di te. Guarda loro come sono rilassati grazie a quei “frutti”

Jim li osservava disorientato da quella situazione, girava tra le mani la pastiglia dono di Newton. La

guardava e leggeva nelle lettere la via verso la disperazione senza ritorno.

– Una volta provata starai meglio

– Ed ora che fai?

– Ora torno indietro

– Ora?

– Si

– Ora torno indietro

– E io?

– Ora ingoia quella pastiglia e taci per trovare la tua serenità
Jim ricordò le parole di Christopher “non rifiutare mai se qualcuno ti offre da bere”, così allargò il consiglio e non vide il male nell’assumere per via orale il dono della natura.

La soddisfazione si disegnò nell’espressione di Marika. Sorrise e lo prese per la nuca per avvicinare con veemenza le labbra alle sue, quasi per farlo soffrire in un istinto d’amore. Il dolore si faceva sempre più acuto, le labbra si infiammarono, il respiro si accorciava, per poi scendere di livello, diventare più appassionato, delicato, soffice.

Le labbra tornarono ad essere morbide, la nuca libera e i pensieri sereni. Le scaglie di pastiglie rimaste nella bocca della ragazza, unite al dono di Newton, entrarono in contatto con le terminazioni nervose di Jim. Le colline iniziarono a muoversi come le onde del mare, il sole non era più caldo come poco prima, la brezza gli accarezzava dolcemente il volto e di colpo un suono atroce nel cervello. Sirene di allarme di guerra, un bombardamento in tempo di pace.

 

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