Titane di Julia Ducournau – 2021

Titane di Julia Ducournau

Titane di Julia Ducournau – 2021

Si è fatto un gran parlare di “Titane”, e non solo per la Palma d’Oro a Cannes dello scorso anno. Detto che i premi istituzionali mi hanno lasciato sostanzialmente indifferente, ho scelto di parlarne a distanza proprio per uscire da quella bolla mediatica successiva alla premiazione. A distanza di un lustro dal suo debutto come regista (quel “Grave” colpevolmente tradotto in Italia con “Raw, una cruda verità”) Julia Ducournau ci regala un film di grande impatto che non lascia assolutamente indifferenti. E non mi riferisco ai passaggi più crudi, che non sono nemmeno pochi, quanto all’aria di malsano delirio che si respira per tutti i centodieci minuti della sua durata.

Della trama si è detto tutto e il contrario di tutto. Spesso mostrando grande superficialità nel tentativo di sminuire la portata del film attraverso un attacco alla vicenda intorno a cui la Ducournau costruisce il suo pensiero. Riassumendo in breve, non le è stata perdonata la gravidanza della protagonista, avvenuta dopo un amplesso della stessa con una Cadillac. Questo rapporto donna-automobile è stato visto come troppo “contronatura” e lì ci si è fermati, senza andare oltre e guardare a tutto quello che ne consegue in termine di narrazione. La gravidanza non è il fine, ma il pretesto per raccontare una storia nerissima sul cambiamento, sulla “mutazione” a voler essere più didascalici, che rappresenta perfettamente quella che è oggi la società contemporanea, con tutti i suoi macroscopici difetti. L’illogico e l’irrazionale sono il motore dei rapporti che caratterizzano il film. Specchio di una società come la nostra che basa tutto non solo sull’apparenza, ma anche sulla superficialità, quando si parla di rapporti umani tra pari.

Stroncato da molti per essere “un film dalla trama strampalata”, quello della Ducournau è in realtà una pellicola che ha ben poco di strampalato. Viviamo tempi distopici, difficili, inimmaginabili fino a pochi anni fa. Continuare a negarlo non ha senso, proprio come queste critiche anch’esse prive di sostanza, sostenute da chi non ha, o non riesce ad avere, una visione globale del nostro quotidiano. Guardare alla trama (così come al lieto fine di un film di questa portata) significa non aver dimestichezza con l’intelligenza e la capacità di evasione, di astrazione del pensiero. Ciò che conta in “Titane” non è e non può essere la trama, ma il significato di ogni singolo gesto, di ogni frase, di ogni sguardo e di ogni silenzio che la Ducournau ci mostra (o ci nasconde) sul grande schermo che stiamo fissando. Qui, come tante altre volte, si deve guardare alla pellicola considerandola non un film ma come “cinema” e quindi arte. La differenza tra le due cose, non mi stancherò mai di dirlo, è tanto abissale quanto di semplice deduzione.

Si tratta di una pellicola sicuramente provocatoria, che guarda alla nuova consapevolezza, soprattutto di noi stessi. Alla necessità (e per certi versi al dovere) di mostrarci per quello che siamo, senza paura del giudizio altrui, nel bene e nel male. È un film che riesce ad alienare grazie alla sua alienazione, e che quindi necessita di un approccio che tenga conto di quella giusta dose di immaginazione nel momento in cui si assiste ad una proiezione che chiede di provare ad astrarre il pensiero. Ma è anche un film che parla di libertà, termine troppo abusato di recente, per tutti i fatti su cui non serve nemmeno tornare. Un film che attacca il malcostume maschilista e omofobo cui ci siamo troppo pigramente abituati.
È qui che nasce secondo me la necessità da parte della Ducournau di mostrare i due protagonisti principali come individui mutanti. Nulla in loro è definito, statico, oggettivo. Tranne il bisogno/dovere morale di adattarsi a quello che è il loro intimo sentire. A qualunque costo. Per assurdo possiamo pensare che sia il film stesso a mutare, cambiando pelle man mano che si mostra ai nostri occhi. Come se non fosse un solo film, ma più film dentro lo stesso.

Ruota tutto intorno all’accettazione di noi stessi, della nostra identità, indipendentemente da quella che è la percezione altrui nei nostri confronti. Ed è proprio questa distanza che permette alla Ducournau di giocare sul flebile confine tra realtà e allucinazione (delirio), lasciando aperta ogni tipo di interpretazione, contando proprio sul fatto che non c’è una visione rigidamente dogmatica a cui fare riferimento. Ognuno è esattamente ciò che si sente di essere, alla faccia dei compromessi che reggono il nostro impianto sociale.
Il suo è un cinema che rifiuta il convenzionale per andare a ricercare con ogni modo possibile quello che siamo davvero nel profondo di noi stessi. Scandaglia il corpo per arrivare all’essenza. Non cerca il facile consenso attraverso immagini e situazioni al limite, ma predilige una ricerca volta a dare forma e sostanza a quello che troviamo laddove non abbiamo mai avuto il coraggio di guardare.

Quella con il metallo è una liaison che rappresenta la sublimazione di un rapporto che va ad invertirsi, i protagonisti sono sì fatti di carne ma morti dentro, al contrario del metallo che diventa sempre più vivo fino al finale, l’unico auspicabile e l’unico realmente plausibile guardando alla storia con la stessa folle visione della regista.
“Titane” è un film che non possiamo (e non vogliamo) etichettare, troppe sono le sue sfaccettature per poter anche solo pensare di (rin)chiuderlo in un contesto statico. È una pellicola troppo dinamica da approcciare. È drammatico, nel senso più letterale del termine. E riesce ad esserlo aprendo squarci di un lirismo quasi poetico che guardano alla fantascienza e all’orrore.
La sue tematiche di base sono quelle attualissime che convogliano il nostro pensiero verso la pansessualità, l’ibridazione, la ridefinizione di se stessi. E lo fa con il coraggio di chi osa al punto di permettersi il lusso di poter sbagliare. Ma non è questo quello che conta. In troppi hanno fatto le pulci alla pellicola della Ducournau, mossi da un livore inspiegabile e da una voglia di rivalsa che non li porterà mai a poter anche solo pensare di realizzare un film di questa portata. Un film talmente libero che, come detto, si prende anche la libertà di mostrare i suoi errori.

In troppi hanno voluto “fare le pulci” alla sceneggiatura, senza capire, senza andare “al livello successivo”, senza accettare di non essere forse in grado di mettere a fuoco ciò che si stava guardando. Presi magari da una conversazione sul cellulare, immancabile compagno di ogni nostro gesto quotidiano. Senza contare gli idioti che vedono nella premiazione del film a Cannes la conseguenza degli strali di protesta del movimento #metoo. Quando saremo in grado di guardare ad una pellicola cinematografica senza dover per forza fare della dietrologia sul sesso del regista?

È un film più complesso di quello che potrebbe sembrare. Sciocco è colui che pensa di aver capito tutto e che vomita sentenze in tempo quasi reale. Sciocco e superficiale. Come la nostra società. Una società che guarda finalmente alla fluidità sessuale, corporea e mentale. Che faccia dell’ostentazione orgogliosa della propria diversità e dei propri difetti il motore del rinnovamento. Una pellicola di questa portata, a suo modo (giustamente, mi sento di aggiungere) doverosamente ambiziosa deve per forza di cose colpire duro, decostruire i capisaldi del pensare comune. Mettere in crisi i confini politici, sociali e morali. Un film quindi decisamente “politico”.

Dalla gravidanza non può che derivare l’ennesima mutazione, quella definitiva, con cui il nascituro si sostituisce alla madre, proseguendo la stirpe “ibridata” di cui lei è la matriarca assoluta. C’è un mondo nuovo alle porte e non abbiamo scuse per non farne parte. Un mondo che non sappiamo se migliore o peggiore, che di certo però risulta diverso da ciò a cui siamo abituati, da ciò che abbiamo (volutamente) portato al collasso, anche se continuiamo a dichiararci non colpevoli. La mutazione, corporea e mentale sta alla base della pellicola. È la necessità di avere una certezza in un mondo che ce le sta continuamente negando a tenere insieme i personaggi, ognuno dei quali alle prese con la propria personale alienazione.

Una mutazione necessaria, per “rinascere”, per ricominciare a sperare in qualcosa (finalmente). Una mutazione già in atto, che non è più possibile nascondere, ma solo assecondare.

Titane di Julia Ducournau

Marco Valenti
toten.info@gmail.com

Marco Valenti [La Spezia 1971] megadirettore galattico di Toten Schwan Records racconta i suoi deliri sul magazine aperiodico Tritacarne parla di musica nella sua rubrica "L'ora del lupo" su Fango Radio perde il suo tempo guardando vecchi incontri di wrestling

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