riforma gelmini: stupido autoritarismo e idiozia pedagogica.

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Sondaggi.
Leggo sul quotidiano la Repubblica in data odierna che un sondaggio di opinione indica una prevalenza di opinioni contrarie alla riforma della scuola voluta dal governo Berlusconi. Non credo nei sondaggi per vari motivi ma in questo caso ho letto con interesse i dati e i commenti anche perché mi faceva piacere l’idea che dopo una serie di manifestazioni e scioperi il sentimento popolare sul tema si era decisamente spostato. Leggendo attentamente però si notava come il giudizio degli italiani che veniva registrato dal sondaggio segnalava un diverso atteggiamento verso le diverse norme contenute nei decreti in via di approvazione. Ad essere particolarmente popolari rimanevano alcune parti della riforma, in particolare le norme che prevedono il ritorno del grembiule, la riforma del voto in condotta e il ritorno degli esami di riparazione, norma questa ultima a dire il vero già attiva ad opera del precedente governo di centrosinistra con la firma del ministro Fioroni. Più problematico il giudizio degli intervistati sul maestro unico, con una opinione degli intervistati spaccata a metà tra favorevoli e contrari.

Sembra invece poco popolare l’idea della chiusura di molte scuole anche con pochi studenti. Ciò che invece emerge con buona nettezza è un recupero nel giudizio di immagine del corpo docente, dato particolarmente significativo in quanto la figura degli insegnanti sembrava essere definitivamente stata travolta da una martellante campagna tesa all’equazione insegnante uguale fannullone, poco preparato se non di peggio. Come dimenticare le campagne scandalistiche messe in opera da moltissimi media e autorevoli commentatori in questo senso, tese alla delegittimazione dei lavoratori della scuola. Ricordiamo ancora il Presidente del Consiglio che dichiara che la scuola è stata in questi anni l’ammortizzatore sociale della sinistra o le campagne a firma autorevole quali ad esempio quelle di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, ma l’esempio sarebbe troppo lungo e quindi ci fermiamo qui.

Autoritarismo.
Da che tipo di provvedimenti è quindi costituita la riforma Gelmini, in parte già attiva e in parte ancora in fieri? Il giudizio dell’opinione pubblica pare distinguere una parte che definiremo repressiva tesa a riportare a detta dei commentatori e del governo un clima di maggiore serietà nella scuola. Giudizio comune ai più vede la scuola come una istituzione in preda ad una totale indisciplina, minata da episodi incredibili, dove il bullismo rappresenterebbe la visione esterna di una totale mancanza di serietà. Tale mancanza, oltre a generare riprovazioni di tipo generazionale del tipo “ma guarda dove siamo arrivati” imputa agli insegnanti una mancanza di autorità che gli deriverebbe in parte o totalmente da una educazione antiautoritaria di tipo sessantottesco.
La situazione di disagio disciplinare nella scuola viene anche propagandata a sinistra, si pensi agli interventi di autorevoli commentatori quali il giornalista di Repubblica Mario Pirani o lo scrittore insegnante Marco Lodoli. Aldilà della realtà vera o presunta di disagio, anche ai miei tempi gli insegnanti anziani ritenevano i nostri comportamenti da studenti assolutamente inaccettabili, le variazioni di costume creano sempre conflitti generazionali, rimane un dato di fatto ineccepibile e cioè che le idee per risolvere questo problema, ammesso che ci sia, sono quelle idee classiche di stupido autoritarismo tipiche di una mentalità reazionaria che in Italia è sempre stata maggioritaria, che per anni cova sotto la cenere di un pensiero democratico corretto, ma che poi finalmente esplode quando al governo si instaura un pensiero populista. L’autoritarismo per una cultura di sinistra comunista o libertaria è già di per sé qualcosa di sconveniente e inaccettabile, ma in questo caso emerge con evidenza anche la stupidità e l’inutilità dei provvedimenti.
Si è spacciato il ritorno del grembiule con l’idea di un ritorno al vestito egualitario, mentre basta fare un giro nei supermercati e nelle scuole elementare per notare i grembiulini griffati, si dice che il ritorno del voto in condotta costringerà gli studenti ad una condotta più consona, utilizzando gli stessi argomenti che portano a valutare come positivo il ricorso alla pena capitale come rimedio all’emergenza criminalità.

Pedagogia creativa.
La seconda parte di provvedimenti che il governo pare destinato a mettere in pratica in realtà appaiono come tagli di bilancio spacciati per necessità pedagogiche.
Anche in questo caso il clima è stato preparato per tempo con opportune campagne mediatiche. I nostri giornali e televisioni infatti, al solito così disattenti a ciò che si muove nelle pieghe della società, sono apparsi molto interessati nel dipingere a tinte fosche lo stato dell’istruzione in Italia. Il punto di partenza quasi sempre i famosi test di valutazione OCSE PISA e gli italiani INVALSI. Il giudizio quasi sempre negativo ad eccezione della scuola primaria metteva l’Italia agli ultimi posti nelle statistiche di apprendimento. Ora, chi lavora nella scuola, sia esso docente o dirigente scolastico sa di che materiali sono fatti i suddetti test. Si tratta di quesiti prettamente nozionistici spesso formulati in maniera inadeguata che vengono somministrati agli studenti senza nessun approfondimento specifico. Spesso durante l’esecuzione di tali test l’attenzione è ai livelli minimi. A nessun operatore della scuola per quel che so io verrebbe in mente di giudicare tali prove come rappresentative del livello di preparazione per i propri studenti. Inoltre la struttura a test sembra fatta apposta per negare qualsiasi validità a tutte quelle forme di approfondimento che non ritengono essenziale il nozionismo. In questi anni infatti, in accordo con le moderne e avanzate tecniche didattiche, il mondo della scuola si sta orientando verso un insegnamento teso a valorizzare questioni di metodo di indagine e di studio, in modo da fornire nozioni tecniche che permettano l’approfondimento individuale, che facilitino l’autoapprendimento. In altre parole si preferisce formare un metodo di studio fornendone le basi e gli strumenti generali. E’ possibile che in questo modo la scuola abbia perso in parte la capacità di fornire anche nozioni, questo è sicuramente possibile e va corretto, ma sicuramente giudicare la qualità dell’apprendimento attraverso i succitati test appare per lo meno non rispettoso delle diverse culture didattiche, per non parlare di un metodo reazionario tout court. Certo il giudizio così fatto appare certo anche strumentale all’idea di distruzione della scuola pubblica attraverso una sua continua denigrazione. L’unione Europea in questi anni autrice attraverso le sue agenzie di una continua opera di distruzione del welfare dei vari stati membri sembra in questo modo avallare l’idea della scuola pubblica come fucina di ignoranza. Fatta questa premessa di base, nessuno vuole negare che l’insegnamento di qualità è un qualcosa che si raggiunge lavorando molto e nessuno nega la necessità di operare per un continuo miglioramento della qualità dell’apprendimento. Il governo dice di voler fare tutto questo attraverso una decisa diminuzione delle ore di studio e di tempo scuola, un aumento del numero di alunni per classe, una diminuzione del numero dei docenti. Come possa sostenere una tale assurdità è un mistero della comunicazione e della faccia tosta.

Proposte di studio.
Nel tentativo di operare un elevato risparmio per le casse dello Stato, e nel frattempo di favorire lo sviluppo delle scuole private il governo per bocca del Ministro Gelmini ha sostenuto che le ore attuali di lezione costituirebbero un impegno troppo gravoso per gli studenti. Ha quindi proposto una diminuzione del monte ore per tutti gli ordini scolastici e per le scuole superiori è allo studio l’idea di passare a cicli di quattro anni al posto degli attuali cicli di cinque. L’aiuto alle scuole private è evidente anche nell’idea di abolizione del valore legale del titolo di studio, provvedimento che permetterebbe alle scuole cattoliche e ai diplomifici di eseguire l’esame senza il controllo d’autorità delle scuole pubbliche. Questo comporterebbe un notevole aumento delle iscrizioni alle scuole private viste in genere come scuole più facili (diplomifici) o più accoglienti in quanto in grado di decidere in qualche modo la qualità degli studenti discriminandoli in modi diversi, ad esempio attraverso il censo. In tutta questa manovra di stampo classista rimane forse da salvaguardare solo l’idea della diminuzione del monte ore. Chi scrive infatti è convinto che attualmente gli studenti siano costretti a studiare troppo in troppo poco tempo. Una giornata di sei ore è molto pesante. Questo non significa affatto una diminuzione del numero di ore totali di insegnamento in quanto si potrebbe pensare ad un aumento del numero di anni di studio. L’idea mia personale sarebbe quella di una diminuzione del monte ore annuale compensata oltre le perdite annuali da un aumento del numero di anni di studio. Si potrebbero immaginare un passaggio da tre a quattro anni per la media inferiore, oppure un ciclo di sei anni per le medie superiori, prevedendo una fase di obbligo scolastico almeno fino a sedici o diciotto anni. Inoltre copiando dall’esempio francese si potrebbe prevedere una interruzione settimanale del normale corso delle lezioni, tale giornata verrebbe dedicata a approfondimenti, recuperi, attività alternative, formazione e aggiornamento dei docenti. Ovvio che una riforma di questo tipo richiede investimenti e non tagli.

Scuola di classe.
Oggi il mondo della scuola è impegnato in una dura battaglia contro i provvedimenti governativi di riforma. Nel tentativo di opporsi a un attacco all’idea di scuola pubblica che non ha precedenti nella storia repubblicana, gli operatori della scuola non devono dimenticare che la difesa dell’esistente e di ciò che funziona è importante ma non bisogna mai perdere di vista che un atteggiamento di conservazione non è mai foriero di avanzamenti sociali. La scuola che ci hanno consegnato non è il migliore dei mondi possibili. Una scuola come la nostra è uno specchio della società che ha di fronte. Se la società è divisa in classi allora la scuola per quanto si sforzi di essere un soggetto di promozione sociale, non può che ripetere molti dei meccanismi che opprimono il vivere quotidiano di chi non ha i mezzi culturali, educativi e economici per vivere in maniera dignitosa. Chiunque abbia a cuore le sorti della scuola come mezzo per il riscatto delle fasce più deboli della società dovrebbe indagare ad esempio sulla composizione sociale degli studenti delle scuole professionali e in parte delle scuole tecniche e confrontare statisticamente questi dati in confronto alla composizione sociale degli studenti dei licei. Si scoprirebbe che le classi ghetto esistono già, e la contrazione continua dei fondi alla scuola continua ad alimentare la distanza qualitativa tra scuole per ricchi e scuole per poveri. Tutto questo nella scuola pubblica c’è già oggi. L’opera del ministro Gelmini è un inedito non perché crea dal nulla una situazione di disagio, ma perché pone le definitive condizioni per lo smantellamento di ogni possibilità di intervento sociale, atto al miglioramento della funzione democratica della scuola.

Epilogo (per ora).
Tutto ciò mentre circa 150.000 operatori della scuola a tutti gli effetti, alcuni con anni di precariato alle spalle verranno mandati a casa. Non saranno licenziati, certo non c’è questa necessità, basterà non rinnovare il contratto. E poi dicono che la precarietà non è un’opportunità.

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