Rave In Italy

Rave in Italy - Gli anni novanta raccontati dai protagonisti

Rave In Italy

Capita spesso di veder associato ad iniziative del tutto prive di significato e profondità il termine “controcultura”. È uno dei grandi equivoci del nostro tempo. L’autodefinirsi controculturali. L’idea di sentirsi, o meglio, autoproclamarsi parte attiva di dinamiche, che nella realtà delle cose non hanno nulla dal punto di vista sociale e politico, è molto più diffusa di quanto si pensi. Sono i danni portati dall’omologazione digitale di internet, che ha tra le tante negatività quella di aver appiattito le coscienze livellando verso il basso sia la capacità critica che la necessità aggregativa. Per questo ho scelto di recuperare alcuni titoli che potessero far luce su quella che a tutti gli effetti è stata (e resta) l’ultima controcultura italiana. Documentarsi per provare a ripartire da dove i raver (ci) hanno lasciato.

“Rave in Italy” di Pablito El Drito (ovviamente edito da Agenzia X, autentico faro in materia) è quello che tra i tanti ho trovato più utile per provare a capire il movimento rave, che causa anagrafe e mancati “agganci”, ho visto sfilare davanti ai miei occhi senza riuscire a toccare. La scelta di lasciare campo alle parole dei protagonisti è il punto forte del libro. Lo scheletro portante che permette, pagina dopo pagina, di farsi un’idea di quella che è stata una generazione ribelle a tutti gli effetti. E che in molti davvero, a partire dal sottoscritto, non sono stati in grado di intercettare, capire e sostenere.

“Se i punk gridavano “no future”, i raver sono andati oltre il futuro. Non è più il tempo delle provocazioni nichiliste nel tentativo di combattere da un’altra angolazione il capitalismo, per i raver la catastrofe è già avvenuta. Inutile lottare per cambiare la società, molto meglio trovare delle zone temporaneamente autonome dove sperimentare una vita libera dopo l’apocalisse. Sovrastimolati da sostanze psichedeliche e da interminabili danze sciamaniche, i raver hanno anticipato di due decenni ciò che è diventata l’attuale realtà: la morte della politica e la fine del mondo come lo conoscevamo prima”.

“Rave in Italy” è un volume dalle mille sfaccettature. Non facile da inquadrare nell’immediato. Proprio per il numero e la varietà dei suoi contributi. Non c’è una voce univoca, ma una moltitudine di posizioni che raccontano in prima persona, non un “fenomeno” a sé stante, ma una cultura “altra” a tutti gli effetti. Siamo negli anni novanta, un decennio di grandi cambiamenti caratterizzato dalla transizione verso il nuovo millennio. Un decennio che, rivisto e ripensato oggi, a distanza di anni, può essere tranquillamente inquadrato come quello dell’ultima generazione “ribelle”. Un decennio che ha come colonna sonora la “tekno” ballata nei rave illegali che in quegli anni si sono allargati a macchia d’olio sul territorio. Perché la vera discriminante in ambito musicale è proprio da ricercare, ancor prima che nella musica decisamente più abrasiva, nella collocazione ambientale di questi raduni. La fuga dagli ambienti istituzionalizzati e patinati delle discoteche, a favore di ambienti metropolitani, degradati, abbandonati e dimenticati, cui i rave diedero nuova vita. Le cosidette Zone Temporaneamente Autonome. Fuga che ha riguardato anche il contesto dei centri sociali occupati, che, almeno in fase iniziale videro nella minaccia della “tekno” un possibile nemico, osteggiandone la diffusione nei propri spazi. Dando vita ad una sorta di incontro/scontro con le idee e le prospettive delle nuove generazioni. Che in nome di un approccio decisamente più libertario e psichedelico andavano in una direzione non facile da assimilare e accettare dagli occupanti anagraficamente più in là con gli anni. Una direzione sostenuta da una visione di “liberazione personale e collettiva” a più ampio raggio. Nel momento in cui si realizzava l’idea delle Zone Temporaneamente Autonome, nel riappropriarsi degli spazi dismessi, dimenticati e abbandonati c’era anche un’altra idea, quella di andare verso l’aggregazione, la conoscenza altrui, il creare qualcosa laddove fino a poco prima esisteva solo il nulla. In questo contesto sociale a culturale i inseriscono i contributi. Che spaziano dai dj dell’epoca, ai semplici fruitori degli eventi, agli organizzatori e in ultima istanza anche ai pusher. Perché è bene chiarirlo sin da subito, nei rave la droga circolava copiosamente e nessuno ha mai nemmenno pensato di smentirlo.

Come sempre la Agenzia X dà voce direttamente ai protagonisti che hanno vissuto gli eventi in prima persona, e non per sentito dire, documentandosi in quel calderone a cui tutti possono attingere che è internet. Gli oltre trenta contributi non guardano in faccia a niente e nessuno. Con un linguaggio diretto e asciutto descrivono alla perfezione, “da dentro”, quello che è stato il decennio dei raver, che con i pochi mezzi a disposizione, contestando e allontanandosi dalla “commercializzazione della musica, dal proibizionismo e dalla società mainstream”, si inventarono un movimento iconoclasta che in breve tempo andò ad inglobare partecipanti da tutte le fasce sociali.

C’erano altre soluzioni al disagio e alla disaffezione giovanile di quegli anni? Non è importante in questa sede provare a capirlo. “Rave in Italy” si muove in un’altra direzione. Quella di raccontare senza filtri che cosa sia stata la cultura rave, per provare a capire che cosa fosse realmente, e che cosa muovesse i suoi partecipanti. Capire prima di giudicare aprioristicamente come è stato fatto troppe volte in passato.  Il rave per la sua natura sostanzialmente escapista si basava su alcuni punti fermi che emergono nitidamente dalle pagine del libro. Possiamo inquadrarli come la riappropriazione e l’autogestione (temporanea) di spazi urbani abbandonati, la distanza dall’istituzionalità delle discoteche, la distanza dal mainstream musicale, la sperimentazione di stati di coscienza alternativi, la riscoperta della socialità, un uso diverso e più sovversivo delle tecnologie, l’uguaglianza che si sostanza nella diversità. Quello dei raver è stato un movimento che si autoalimentava dando spazio a chiunque volesse prenderne parte. Questo per lo meno è individuabile come punto di partenza. Inevitabile poi che il tempo abbia dato una diversa sentenza, contribuendo a farlo scemare nel corso degli anni. Soprattutto quando gli eventi sono diventati qualcosa di difficilmente gestibile, sia come numero di partecipanti che come controllo sulle sostanze stupefacenti. Col passare del tempo si è assistito al cambio di approccio da parte dei raver, con la nascita, anche se involontaria, e non programmata, di un “dress code da rave”. Si è andata quindi a perdere la caratteristica iniziale dell’anonimia che aveva contraddistinto la nascita del movimento. In pratica ci si è trasformati in quello che si pensava e si voleva osteggiare in partenza, la standardizzazione e la cultura mainstream. Ma non solo. Si viene a perdere contemporaneamente anche quella caratteristica politicizzata degli esordi, in favore di un culto edonistico che mette al primo posto il divertimento individuale, slegato dal contesto sociale politicamente inteso. Va in un certo senso a sparire quella zona grigia che i ravers avevano individuato a metà strada tra la cultura mainstream e quella alternativa dei centri sociali. Zona che era stata il terreno fertile su cui far crescere il movimento.

L’uso massiccio delle sostanze, se da un lato, almeno in fase iniziale ha contribuito alla crescita del movimento in modo assolutamente funzionale, quasi aggregativo, alla lunga ha portato al declino dello stesso, essendo diventata l’unica finalità dei raduni. Fino all’arrivo della ketamina sostanzialmente la situazione è stata accettabile, dopo il degenero, il dissolversi di ogni velleità sociale. Alla gente interessava solo farsi e basta. Ogni idea inclusiva è andata a morire con l’impossibilità a comunicare. È morta in sostanza quella “nuova famiglia urbana” eterogenea che si era velocemente creata nei primi periodi. Il mix tra sostanze, ambiente e musica (nell’ordine in cui ognuno preferisce sistemarli) determinava un distacco dalla realtà, una diversa percezione sensoriale, un’esperienza per certi versi sciamanica, trascendentale. Che però era ancora possibile riuscire a vedere come un rituale collettivo. Con la Ketamina, ma soprattutto coi suoi effetti “isolanti” è iniziato il declino.

Creare e sperimentare “includendo”, al contrario di molte altre controculture precedenti. Era questo il credo dei raver e del loro rituale pagano di fine millennio volto alla “partecipazione attiva e di comunità”. Quello che è mancato a molti della mia generazione è stato il riuscire a capire che cosa cercassero di dirci i ravers. Siamo forse stati troppo fermi su alcune nostre posizioni. Rigidamente. E abbiamo fatto l’errore di non cercare di interpretare il loro linguaggio chiudendo frettolosamente e forse aprioristicamente ogni dialogo. Partendo dal presupposto che la “nostra” musica fosse culturalmente “superiore” ci siamo lasciati scappare una grossa occasione di confronto, e quindi di crescita.

L’idea che ci potesse essere un contenuto che ci sfuggiva all’interno di questi “sabba” collettivi non ci ha sfiorato più di tanto. La loro richiesta di consapevolezza, di attenzione, di socializzazione, schiacciata dal peso di un mondo che abbiamo donato loro peggiore di quello che abbiamo ereditato è rimasta quindi inevasa. Un ottimo testo come “Rave in Italy” non può che aiutarci a recuperare il tempo perduto e colmare questa nostra lacuna.

 

Rave in Italy – Gli anni novanta raccontati dai protagonisti

di Pablito El Drito (Agenzia X)

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Marco Valenti
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Marco Valenti [La Spezia 1971] megadirettore galattico di Toten Schwan Records racconta i suoi deliri sul magazine aperiodico Tritacarne parla di musica nella sua rubrica "L'ora del lupo" su Fango Radio perde il suo tempo guardando vecchi incontri di wrestling

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