Abbiamo recensito il nuovo disco di Path qualche tempo fa. Personalmente, lo seguo dai tempi del punk (ha suonato in band importanti per la scena come Automatica Aggregazione e Gli Ultimi), da quanto avevamo la testa rasata, le Dr Martens e ci scambiavamo le fanzine che scrivevamo e fotocopiavamo.
Questo quarto album del suo corso solista, diversissimo dai precedenti, ĆØ la riconferma che abbiamo a che fare con un artista di grande spessore, sensibilitĆ e cultura.
Abbiamo fatto una chiacchierata assieme a lui e mi accorgo che abbiamo parlato dellāalbum, scavando letteralmente al suo interno e nel suo immaginario, senza quasi mai parlare direttamente dellāalbum e dei suoi pezzi.
Ne ĆØ venuto fuori un interessantissimo confronto sui riferimenti letterari, cinematografici, umani ed ovviamente musicali dellāartista.
1) Più che del cambio stilistico voglio iniziare parlando del cambio nella tua voce e nel tuo sguardo, perchĆ© mi sembra, correggimi se sbaglio, di sentire da ogni brano che la svolta c’ĆØ stata in Path come uomo.
Alla vigilia di questo disco ci sono stati un paio di cambiamenti personali importanti che hanno sconvolto tutto. Essendo questo un disco āapertoā, ovvero in continua modifica anche durante le registrazioni, credo che la transizione personaleĀ in qualche modo si avverta.
Ho inciso āHombre Lobo Sessionsā in condizioni psicologiche non adatte per la registrazione di un album, āCinemaā doveva essere il mio riscatto in studio: metriche sciolte, pezzi āin divenireā, musica piena di groove come quella che ascoltavo da ragazzino. Non mi sono mai divertito tanto a fare un disco, forse unāaltra volta solamente con āStorie da un posto qualunqueā de Gli Ultimi.
Quello che ĆØ diverso al livello di testi ĆØ appunto lo sguardo: non più confidenziale, ma ācinematograficoā, non più raccontare una storia, ma descrivere una scena che immaginavo di vedere davanti agli occhi. Mi posso permettere di essere cosi preciso perchĆ© lo stile di narrazione lāho deciso coscientemente.
Paradossalmente, in āCinemaā, sono stati tanto definiti gli intenti tematici, quanto istintivi quelli musicali.
2) Ti ho sempre associato ad un piccolo Martin Eden di provincia, costantemente in viaggio fisico e soprattutto culturale. Poi ascoltandoti mi vengono in mente altre letture importanti come “Il tallone di ferro” e “Il popolo dell’abisso” di cui sei e ti confermi essere una delle voce più delicate e profonde. Quanto Jack London c’ĆØ nella tua opera?
Meno di quanto vorrei, temo.
London ĆØ per me quello che un intellettuale dovrebbe essere, con la testa tra le nuvole ma attaccato alla vita cruda, un viaggiatore instancabile che assorbe esperienza come una spugna. Eā quello che dovrei essere, che ero e che non so se sarò più.
Il mio spirito dāavventura si ĆØ abbastanza inaridito nel tempo, ma continuo ad andare a tornare, forse perchĆ© ĆØ una delle poche cose che sono sicuro di saper fare.
Con Martin Eden condivido una storia: un figlio di nessuno dalle classi popolari impara da solo a scrivere testi, respinto e osteggiato dalla borghesia. Martin/Jack riesce nellāimpresa, io ci sto ancora lavorando.
3) Gil Scott Heron e Sigaro. Non la voce di chi non ha voce, perchĆ© mi sembra quasi che chi non ha voce oggi non ha più coscienza. Loro sono stati, invece, la coscienza che l’artista proletario vuole risvegliare.
Personalmente faticherei a vedermi come la voce di qualcuno, non sempre riesco nemmeno ad essere la mia. Con la parola āartistaā , nonostante non mi piaccia per niente, credo tu abbia centrato il punto. Quello che distingue un menestrello/cantacronache dai personaggi che hai citato ĆØ proprio il senso dāarte e di poesia, che permette loro di toccare corde di coscienza più profonde di un cantastorie classico, che racconta i fatti per come sono avvenuti, utilizzando unāarmonia standard. Eā lāamore per la musica, oltre che per il messaggio, che ha reso uniciĀ Gil Scott Heron, Sigaro, Joe Strummer, Billy Bragg, Chris Dean.
Lāurgenza di risvegliare coscienze non ĆØ la presunzione di aver capito tutto, ma semplicemente sapere di avere una corda sensibile che vibra più facilmente che nelle altre persone, e sentire il dovere di farlo notare.
Il prezzo che si paga per questo ruolo, spesso, ĆØ lāenorme sacrificio della vita stessa.
4) Lo squallore nel quale siamo immersi, di giorno per il lavoro, di notte per dimenticare il giorno precedente. Claudio Caligari.
āMuoio come uno stronzo, e ho fatto solo tre filmā.Ā Peccato che parliamo di āAmore Tossicoā, āLāodore della notteā, āNon essere cattivoā. āCapolavoriā lo lascio gridare agli esperti di cinema, fatto sta che parliamo di pellicole intense, crude, reali, commoventi.
E troppi narratori intensi, crudi, reali e commoventi abbiamo lasciato morire soli e abbandonati in questo paese.
I quartieri di notte sembrano esalare lāangoscia verso lāalto, come a formare una nuvola, ognuno lāammazza come sa, come può, come e se ci riesce.
Poi cāeā la sigla del TG5 delle 7 e tutto ricomincia.
Se Caligari avesse saputo a cosa andava incontro, avrebbe fatto tutto lo stesso, perchĆ© per quelli come lui conta la āstoriaā, conta il lavoro, prima di tutto, prima di se stessi anche.
5) Eccoci infatti ad un altro tema dei tuoi brani. Gli anti-eroi solitari che sembrano vivere solo per se stessi, come possono più che come vogliono. Sopra una bicicletta consegnando una pizza o su uno scooter andando “in cittĆ ” a consegnare un curriculum. Sergio Leone e John Fante.
Eā quando li vedi ridere al bancone di un bar, mano nella mano con la figlioletta, che ti commuovi e non puoi capacitarti di dove prendano tutta la forza che hanno.
Uomini e donne fatti e finiti, trattati come ragazzini di bottega, corrono al buio in motorino di notte prendendo schiaffi e insulti a destra e sinistra. Eppure non li stai piegando, come il Clint Eastwood torturato da Mario Brega, stai infierendo su un corpo inerme, ma ti stai anche condannando a morte.
Il capitalismo toglie la faccia alle persone, diventano il ruolo che ricoprono: cosƬ il muratore che ha preso ordini tutto il giorno finisce che se la prende col rider del sushi, la sera, senza capire che sono perfettamente sulla stessa barca: la vittima del giorno diventa il carnefice della notte.
Poi cāĆØ chi siede davanti a un foglio bianco ore ed oreĀ per farsi venire unāidea, con due arance per cena come lāArturo Bandini dei āSogni di Bunker Hillā, ma questa ĆØ unāaltra storia.
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6) I ragazzi di vita, le borgate, Anguillara ed i palazzoni della 167, i baretti e le Peroni stappate per noia. Non c’ĆØ nulla di romantico o romanticizzato nei tuoi brani. Un Pasolini letto con gli occhi di Paul Weller.
Eā quello che accade quando il narratore ĆØ organico alla storia che racconta.
Non potrai mai trovare la fascinazione che Pasolini, De AndrĆØ o De Gregori subivano dal proletariato, da estranei, in una storia mia.
Quello che vedo coi miei occhi ha giĆ una gelatina di romanticismo attorno, basta e avanza, mi limito a descriverla per come la vedo.
Vedo fotografie, con questi occhi, che non ti lasciano il tempo di prendere la macchinetta e scattare, sono già lì, nessuno si è messo in posa.
Ogni cosa che faccioĀ ĆØ fotografata e poi ricostruita in studio, come se fosse unāestrema e azzardata sintesi tra la poetica di Pasolini e quella di Fellini: ĆØ tutto vero, ma ĆØ tutto ricostruito.
Per questo, scherzando, dico sempre che farò la fine di Shellburn su āGodās Pocketā , il giornalista che per trentāanni aveva raccontato vizi e virtù del suo quartiere, linciato infine dalla folla inferocita per la sua indiscrezione.
Ā
7) L’America, come concetto ideale prima che geografico.
LāAmerica ĆØ la contraddizione vivente, fascino puro, ho visto gente perdere la testa per lāAmerica. Eā il paese che ha influenzato i cantautori italiani che preferisco, strappandoli al monopolio del modello chansonnier francese:Ā il folk di Guccini e De Gregori ancorato a Dylan, Dalla e Battisti che azzardano la pista di Otis Redding e Wilson Pickett, Colle Der Fomento e James Senese che inseguendo gli americani inventano un nuovo linguaggio.
Le mie considerazioni sullāAmerica sono confinate alla narrazione: mi ha dato le canzoni di Guthrie, Seeger, Dylan, Van Zandt, Springsteen; le parole di Steinbeck, Kerouac, Ellroy, Hemingway; il cinema di Scorsese, Coppola e Spike Lee.
E anche, perchƩ no, la musica di Rancid, Social Distortion, Bad Religion, Avail.
LāAmerica ĆØ il luogo dove un disastro di proporzioni colossali come la crisi del ā29 partorisce unāonda di cultura di cui tutto il mondo beneficia ancora oggi. Eā incredibile e sconvolgente.
Ā
8) E gli anni 80 inglesi, quel senso di decadenza e la disperazione nel riscatto.
A livello musicale lāInghilterra ĆØ come la Giamaica, una continua rielaborazione dei suoni americani, ma disossati dalla pompositĆ , ridotti allāosso.
Volendo fare un disco – passatemi il termine – soul/ rhythm and blues, ci ĆØ venuto naturale guardare al Regno Unito dove Rod Stewart, Billy Bragg, The Redskins, Paul Weller, impregnati di musica statunitense ma proiettati alla canzone dāautore, rielaboravano quelle sonoritĆ filtrandole attraverso un temperamento a bassa tensione, allāinglese.
Io sono da sempre appassionato di rhythm and blues USA, ma dischi come āEvery Picture Tells A Storyā, āNeither Washington Nor Moscowā, āWild Woodā strappavano un compromesso tra black music, snellezzaĀ e politica dal basso assolutamente irresistibile, ci ha permesso di puntare ad un modello che eliminasseĀ unāautoreferenzialitĆ del genere, che non ci apparteneva.
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9) In finale, qual ĆØ la morale di questo film, se ce l’ha?
Non cāĆØ nessuna morale, se non quella che rivolgo contro chi comanda: se non cambia il modello sociale, un giorno tutto quello che avete fatto si rivolterĆ contro di voi, garantito.
Quanto al resto, il concept dellāalbum ĆØ riassunto tutto nella prima traccia, Lakon.
Non voglio insegnare a nessuno come vivere, sarebbe il colmo, mi limito a descrivere quello che vedo, quello che mi piace e quello che mi dĆ il voltastomaco, cercando di cambiare dalle piccole cose.
Non odio il genere umano, non tifo estinzione come va molto di moda oggi, credo ancora nelle persone.
10) Per chi canti? Qual ĆØ e quale vorresti fosse il tuo “pubblico”?
Non me lo sono mai chiesto. Finora sono come un pianista da saloon, la gente beve e io canto le mie canzoni, nessuno ha mai pagato un biglietto per venire a vedere me.
Potrebbe anche andare avanti cosƬ all’infinito per quello che mi riguarda, gente comune, anche se alle volte gli artisti “orientati” dimenticano cosa vuol dire suonare per un pubblico eterogeneo, cosa che implica disaccordi e critiche. A volte i locali non ti chiamano più, perchĆ© il loro pubblico non vuole sentire questo o quel tema trattato.
Questo non significa però che io desideri chiudermi nella “confort zone” di quelli che la pensano a grandi linee come me.
Le persone che mi seguono assiduamente me le porto dietro dall’ambiente punk, sono cresciute culturalmente insieme a me, accettando gli sbalzi di stile ed espressione che questo comporta.
In definitiva io voglio solo scrivere la mia roba, avere un tetto sulla testa e mangiare due volte al giorno, quello che eccede ĆØ tutto di guadagnato.
11) Unāultima domanda, la meno importante probabilmente: vedi te stesso come un cantautore erede di quella tradizione o come un punk che suona bene e cura i testi?
Vedo me stesso come un uomo che scrive.
Ho attraversato il punk vivendolo come uno dei mondi più incredibili mai conosciuti, ma restavo e resto estraneo a parte dei suoi principi e del suo background.
Rimango legato fortemente alla scena, mi ha cresciuto da ragazzino e mi ha dato spazio per dire quello che volevo, a volte liberamente, a volte facendomi assumere la responsabilitĆ delle mie parole, come ĆØ giusto che sia.
Questa scena contiene ancora molte tra le migliori persone che conosco.
āCantautoreā dovrebbe essere la traduzione di āsongwriterā, ma la figura dellāautore folk ĆØ incastrata inesorabilmente nel passato, quella dei nuovi cantautori alla moda non mi permette di sentirmene parte. Sono un uomo che scrive, qualsiasi cosa, su qualsiasi supporto. Una volta scrivevo sulla carta del cemento, oggi sul MacBook. Adesso scrivo le canzoni, domani vai a capire che succede.
Quello che mi interessa ĆØ che questa giostra permetta a quello che scrivo – che lo faccia bene, male, giusto, sbagliato – di sopravvivere al mio corpo e di lasciare una traccia del mio cammino, come i dischi e i libri impolverati che trovo in fondo alla cassetta da frutta del rigattiere.
Che mi permetta, attraverso le parole, di vivere per sempre.










