Martin Michael Driessen – Padre Di Dio

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Tutti abbiamo probabilmente immaginato Dio come una persona fisica dalla barba bianca e i capelli folti, intento ad osservare quello che ci capita quaggiù dalla sua casa situata in qualche luogo non ben precisato al di sopra delle nostre teste.

Probabilmente per via dei tuoni e dei lampi che, quando eravamo piccoli, ci veniva raccontato fossero proprio a causa di Dio che giocava a bowling e, più recentemente, per la comparsa di questo tipo di immaginario in film e cartoni animati.
Martin Michael Driessen ripropone questa situazione e lo posiziona insieme alla sua governante, l’unica cosa che non si ricordi di aver creato, intento a migliorare l’universo, senza dimostrare particolare interesse nell’operato umano.
Dopo un inizio del racconto non proprio brillante, in cui Dio è intento a svolgere i suoi hobby quali dormire, sognare e quindi creare la storia dell’universo, con Mosè che gli ruba le tavole dalla sua scrivania e lo costringe a interessarsi nuovamente dell’umanità, il libro entra nel vivo nella seconda parte, nel momento in cui la narrazione si sposta alla storia di Maria, Giuseppe e Gesù.
È molto divertente leggere le avventure dell’infanzia di Gesù e Giovanni Battista, raccontate come se fossero Tom Sawyer e Huckleberry Finn, così come toccante analizzare il dramma di Giuseppe, la cui moglie in qualche modo lo ha tradito, padre ma non vero padre, consapevole dell’infausto destino che aspetta il frutto del seme di Dio.
Una storia romanzata sul lato terreno, un viaggio sulla strada stile Kerouac, farcita dall’intervento divino degli angeli intenti a cercare di recuperare il piano originale del loro superiore e di riportare Gesù sul suo cammino.
Estremamente dissacrante, Driessen gioca sempre sul filo del rasoio, con una narrazione mai volgare o blasfema, ma estremamente umana e quindi devota, per descrivere in modo unico la relazione che c’è tra un padre e un figlio.
Sicuramente Padre di Dio è il più apocrifo dei Vangeli, in cui viene raccontata una possibile storia di quello che non si ritrova nelle scritture ufficiali: che cosa ha fatto Gesù tra i 12 e i 26 anni e che fine ha fatto Giuseppe.
L’unica pecca è che, dalla preparazione della storia, ci si aspetta molto di più rispetto a quanto poi effettivamente narrato, e la conclusione suona troppo sbrigativa e poco chiara, anche se per questo si può sempre fare capo al volere incomprensibile di nostro Signore.

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