MANGIATUTTO – أكل كل شيء

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MANGIATUTTO – أكل كل شيء

mangiatutto“Cecilia quando ti ho lasciato / è tardi sai per dirlo ma mi son sbagliato / e ho pianto sul latte versato / ma adesso sai che cosa ti dico? / IO MI MANGIO UN GELATO!!!”

Bene, con quale pretesa voi, curatori/editori/fautori di queste pagine, sperate ch’io, dopo tali versi, scriva con la compostezza e il garbo propri della vostra fanzina? Sarà ardua impresa! Questo perchè sono follemente innamorato dei Mangiatutto, e, come non si dovrebbe frequentare uno psicologo con cui poi bevi le birrette al bar, allo stesso modo non si dovrebbero recensire i dischi di amici(ci-ci).

Penserete, perciò, che l’obiettività non sarà il cardine delle mie prossime circa trecento parole. Altro strumento non ho che la folle pratica mistificatrice dello scrivere situazionista per confutare l’assunto, ma concluderei per confermarlo in ogni parte ad ogni movimento traballante dell’essere. “Da un po’ di tempo nessuno ci capisce più nulla di questo pazzo pazzo mondo”.

Mangiatutto è esperienza artistica collettiva nata nella ridente Savona, all’ombra della fortezza del Priamar, comprendente musici e menti provenienti da gruppi del foltissimo sottobosco della capitale del buonumore e della farinata, tra cui membri di Altri, Beingmoved, Fango, 5MDR, iVenus, CGB, Acid Family, Studio Nadar, Neive, Fufaz Quartet, Elia e Suo Cugino, Healness e Neuvegramme, in ordine sparso.
“Tutto è stato detto cento volte e molto meglio che da me”

Il fulcro dell’inedita proposta è nel gusto surrealista di liriche e arrangiamenti, in una canzone sospesa tra umori di cantautorato popcore che, a differenza dei canoni del genere, non indulge nell’autopietismo ma in una visione dissacrata ed esecrante della realtà.

Compiendo un passo decisivo oltre le classificazioni di categoria, l’uso della stratificazione strumentale, soprattutto degli strumenti a corde, opera richiami a differenti culture (vd. La schitarrata flamenco in apertura a Suliman) e spruzza folate di colore sull’impalcatura più classica.

“E comunque son sempre stati tempi duri per noi poveretti”

La musica fa da sfondo al teatro itinerante e tridimensionale, dall’ampia partecipazione fisica ed emotiva, che sono i live dei nostri. Una sfida alla piattezza della realtà omologante del tempo presente, plasmata da mercati, mercanti, marchettari, marchigiani… no aspetta i marchegiani non c’entrano una fava, pardon.

“Ci son certi ceffi che ci piace di star soli”

Non posso però omettere di provare una certa dose d’invidia nel constatare che a ottanta chilometri a ovest di casa mia succeda quel che auspico da tempo per me medesimo, di chiudermi da qualche parte nell’entroterra con un folto mucchio di amici musici e tirar giù un trattato sonoro sulla fine dell’umanità. Cosa al momento non fattibile per due motivi: non si può uscire di casa e il mio ego è pompato a manovella dalla pretesa masturbatoria del comporre in cameretta, solo come un lupo del Gobi.
“Vuol dire che al posto del cuore, non lo so che c’hai, c’hai un bidone dell’immondizia”
Tornando alle dodici canzoni, direi che la mia favorita rimane, ad oggi, SéDuction, con menzione d’onore per Saraghi, della quale è appena uscito un esilarante video con traduzione nella lingua dei segni, e per la conclusiva Massi, sei minuti di romantica onirica introspezione, che meglio non potrebbe situarsi se non a chiosa di un lavoro esilarante, sorprendente, epico e con spazio ai lacrimoni disseminati qua e là durante l’ascolto. Onde che s’infrangono sulla battigia, colonna sonora delle nostre vite, sipario.

Perciò che dire se non, vi voglio bene Mangiatutto e anch’io “quando sarò ricco, mi comprerò dei plettri”.

Vostro affezionatissimo, Lester P. Puglia.

Tracklist: Gelati / Ululoni / Alpenliebe / Silvano / 100 Fois / Seduction / Bove / Ceffi / Saraghi / Gigi / Suliman / Massi

(Snowdonia / DreaminGorilla Records / Dotto / Scatti Vorticosi Records, 2019)

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