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(Autoproduzione 2008) Un giorno si capirà (almeno spero!?!) quanto la musica sia principalmente un processo di osmosi tra emittente e ricevente e tanto vale mandare in malora, sin da subito, gli iconoclasti che tutto cercano e, soprattutto, sperano sia assolutamente “innovativo”, pena il banditismo.
Di nuovo qui ci sono le emozioni! Vi sembra poco? Bastano, credetemi!

I nostri Lads Who Lunch, combo con base a Roma (che avevamo già avuto modo di apprezzare nella Bulbartworks vol. 2) ci colpiscono dritti in faccia ancora con la maturità di un rock alternativo mai sprovveduto e decisamente all’altezza di ben altre platee.
Che voce quella dei LWL! Un’ascoltatina, no? Non crediamo tuttavia di azzardare dipingendone i tratti con l’intensità di un compianto Jeff Buckley, il timbro di Kelly Jones ed il mood del “testa di radio” Yorke.
Ogni volta, tuttavia, che si ascolta un disco del genere, è facile cedere al vezzo beffardo oltre che opinabile delle analogie. Beffardo infatti, oltremodo poi quando sfocia in sterile spocchia pseudo-culturale.
Ma quanto sarebbe criminale oltreché fuorviante limitarne la gnosi agli eventuali riferimenti. C’è ben altro che incita questo quartetto romano. Se tanto ci da tanto infatti…come valutare la quantità di spinta che ci coinvolge per pigiare quel tasto di play per due, tre, quattro, cinque e non sappiamo più quante volte ormai? E dovremmo farci vedere questo polso gonfio per la slogatura occorsaci scimmiottandone i ritmi come fossimo noi ai tamburi.
Insomma, per un attimo restiamo sospesi nello standby degli scenari che la loro musica ci trapianta ora con dolcezza, ora con mestizia, ancora con rabbia ma sempre con un’eleganza davvero sopra le righe. Oggi è proprio un giorno diverso! Grazie, ragazzi!

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