joan of arc-dick cheeny, mark twain. . .

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Probabilmente sarà un caso, ma il passaggio da Jade Tree a Polyvinyl Records, per i Joan of Arc coincide pure con un album nettamente differente dai precedenti. Preciso subito: nel corso degli anni e quindi degli album, il combo di Chicago ha evoluto il proprio sound regalandoci dischi decisamente diversi tra loro, ma grazie ad un filo conduttore caratterizzato dallo stile sempre molto contraddistinguibile negli intrecci chitarristici e nella voce di Tim Kinsella, che danza tra timbri indie- post rock, i nostri hanno sempre mantenuto la propria identità.Questo marchio di fabbrica nell’ ultimo lavoro è meno evidente, che di per se potrebbe non essere un male se lo sviluppo compositivo del gruppo si fosse evoluto in una nuova forma altrettanto convincente come la precedente, ma l’ impasto di questo nuovo disco lascia un po’ a desiderare. In ” Joan of Arc, Dick Cheeny, Mark Twain. ” sono incalzanti una serie di suggestioni di sicuro non presenti precedentemente, suggestioni che vanno ad enfatizzare il versante più legato al post- rock di derivazione jazzistica ( vedi ultimi Karate), che prima erano appena accennati. Ed effettivamente la band dei fratelli Kinsella tecnicamente parlando se la cava egregiamente, senza ricadere in futili accademisti.Le pecche emergono quando il gruppo oltre a percorrere nuove forme strutturali, incappa nel pagamento di dazi doverosi: innanzi tutto la sempre più costante presenza di sampler ed uso di synth, che indubbiamente costituirebbe un valore aggiunto, dovrebbe verificarsi come passo avanti, cosa non esattamente tangibile, in quanto il risultato è quanto meno approssimativo nell’ economia dei brani. Personalmente nelle tracks dove questi elementi sono meno presenti, riscontro i momenti meglio riusciti del disco, infatti la forza alchemica del gruppo è tutt’ altro che di origine sintetica/ elettronica.Sicuramente molto interessante è la parte iniziale del disco.Tracce come Apocalypse Politics dove l’ inizio si colora con un’ arpeggio di chitarra caldo ed avvolgente, ne è l’ esempio. White and Wrong è probabilmente uno degli episodi meglio riusciti, dove l’ atmosfera respirata è particolarmente tonda e la batteria metallica lambisce le frequenze alte come pentole ammaccate.L’ opera trascorre liscia e gradevole fino 80′ s Dance Parties Most of All, tentativo di ricreare un danzabilissimo samba, operazione per altro non del tutto da buttare, ma di non grande spessore empatico.La sperimentazione prosegue nel corso delle successive nove tracce ( il disco ne è composto di diciassette), con frangenti buoni come la quasi “glitch” Gripped by the Lips, l’ interessante connubio tra piano e synth di The Details of the Bomb, ma la sensazione è che il risultato globale non sia all’ altezza di un lavoro del calibro di ” So Much Staying Alive and Loveless”. La sufficienza è tutto sommato dovuta, ma ho l’ impressione che questo ultimo lavoro dei Joan of Arc prenderà un bel po’ di polvere tra una mensola e l’ altra.

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