Il viaggiatore di Stig Dagerman

“Il viaggiatore” di Stig Dagerman, edito da Iperborea

Il viaggiatore di Stig Dagerman

Incapace di accontentarsi di verità ricevute, Dagerman appartiene alla famiglia dei Kafka e dei Camus, dei ribelli alla condizione umana. In questa raccolta di racconti scritti fra il 1947 e il 1953, i protagonisti sono costretti a riconoscere che la “grande tragedia”. “Il viaggiatore” di Stig Dagerman.

Incapace di accontentarsi di verità ricevute, Dagerman appartiene alla famiglia dei Kafka e dei Camus, dei ribelli alla condizione umana.

In questa raccolta di racconti scritti fra il 1947 e il 1953, i protagonisti sono costretti a riconoscere che la “grande tragedia” dell’ingiustizia del mondo si incarna nella loro piccola quotidianità, e li ha marchiati per sempre, relegandoli nel lato ombra della vita; l’illusione del riscatto rende ancora più amara e ineluttabile la loro sconfitta.

 

Potrete leggere passaggi come questi:

 

  • I figli dei poveri hanno quasi sempre libri di scuola usati, comprati di seconda mano e pieni di macchie e annotazioni fatte da altri. Sul frontespizio c’è il nome del primo proprietario scritto a stampatello grosso. Non c’è verso di cancellarlo. I figli dei poveri scrivono il loro nome sotto con tratti di matita leggeri, facili da cancellare perché le loro madri possano ricavarne il miglior prezzo quando li rivendono alla fine dell’anno scolastico. I suoi libri sono annotati da un altro e qualche volta gli capita di pensare che è per questo che è stato bocciato. I figli dei poveri non possono farsi bocciare, un po’ perché è una vergogna e un po’ perché costa troppo.
  • Noi che siamo figli di contadini poveri abbiamo la schiena curva fin da piccoli a forza di cercare di portare carichi pesanti come quelli degli adulti. Già, e perché poi non dovremmo riuscirci, visto che possiamo indossare i loro abiti smessi e usare le parole che loro non usano più? Ci fanno anche male le cosce dallo sforzo di camminare con i passi lunghi come quelli dei grandi. Certo, è faticoso essere come i grandi ma che altra scelta ci resta, visto che non ci è mai stato possibile essere bambini? Non abbiamo quasi mai potuto giocare come gli altri perché i nostri genitori non potevano permettersi il lusso di lasciarci giocare. I contadini poveri non possono neppure permettersi di assumere un garzone. È per questo che fin dalla nascita ci educano a diventare garzoni. Degli sconosciuti si chinano su di noi e sussurrano: Questo sarà un ottimo garzone, oppure Questa sarà una buona serva. E se qualche volta ci capita di giocare, quasi di certo giocheremo a fare i garzoni: ci attacchiamo a un carretto e lo trasciniamo, con il suo eterno carico, fino al fienile, alla stalla o alle scuderie, curvi per lo sforzo, protestando in silenzio ma sempre obbedendo: è l’obbedienza la prima cosa che ci hanno fatto imparare, l’obbedienza ai piccoli campi sabbiosi, alle zolle coperte di muschio e l’obbedienza alla Banca Commerciale Svedese. Quello che nel gioco fa il carrettiere ci picchia con la frusta e questo ci piace perché ci fa imparare a diventar grandi alla svelta.
  • Per i figli dei contadini poveri non c’è che un gioco ed è quello che ci permette di sopportare tutto senza piangere. Giochiamo a fare i grandi e così possiamo dimenticare che siamo costretti ad esserlo per davvero. Camminiamo come loro, mangiamo come loro e bestemmiamo come loro. Non sarà bello, ma è indispensabile. Tutto ciò che è indispensabile dobbiamo impararlo. Ma perché ciò che è indispensabile non sia troppo brutto e sgradevole, dobbiamo far finta che sia bello. Non è poi così difficile.
  • Giochiamo ad essere liberi e in questo modo lo diventiamo. Quando rastrelliamo la sponda dei fossi non è certo per raccogliere quel po’ di fieno striminzito. No davvero, è che siamo a caccia di serpenti. I più velenosi dell’Africa e dell’India. E quando si mietono i campi di segale tratteniamo il fiato dalla tensione ogni volta che sentiamo lo sferragliare della mietitrice. Un enorme animale ci sta inseguendo per divorarci.
  • È così che i figli dei contadini poveri trasformano la loro povera vita in qualcosa di grande e diventano eroi di drammi che si sono creati da sé. Ed è così che deve essere: quanto più misera e priva di libertà è la vita che siamo costretti a vivere, tanto più forti diventano le fantasticherie di una vita diversa, una vita di libertà e di gloria.
  • No, non è davvero il caso di compatirci quando giochiamo. È quando perdiamo la capacità di giocare che siamo da compatire. Quando ci rendiamo davvero conto di ciò che siamo. Allora vorremmo piangere.
  • Ma un giorno accadrà qualcosa che non riusciremo più a dimenticare, un giorno saremo rimessi al nostro posto in modo così definitivo che, per molto tempo, forse per sempre, non potremo più sfuggire a noi stessi neanche coi giochi.
  • (…) niente ci può aiutare contro ciò che sappiamo, contro la consapevolezza di non essere e di non poter essere altro che tre merdosi bambini poveri vestiti con la tuta da lavoro di qualcun altro, tre figli di infimi contadini, la cosa più infima che ci sia al mondo…
  • Ci sono persone che non fanno niente per essere amate e lo sono lo stesso e altre che fanno di tutto per essere amate e non lo saranno mai. Le persone molto povere, è facile constatarlo, fanno spesso fatica a farsi amare.
  • Le mani dei poveri si vergognano sempre di quello che fanno.
  • Il giorno seguente la madre era fuori dal cancello della scuola ad aspettarlo. Come tutti i bambini che hanno una madre povera, si vergognava di lei e in un primo momento fece finta di non riconoscerla. Attraversò la strada, si separò dai compagni e tornò timidamente indietro. La madre notò il suo imbarazzo e non lo prese per mano finché non furono rimasti soli per la strada
  • Nei negozi eleganti i commessi sono sempre dei nemici. Quando uno parla con loro, diventa tutto rosso e balbetta. In cosa posso esserle utile? dicono, in modo così impeccabile che sembra parlino una lingua straniera, che automaticamente uno traduce: E’ sicuro di poterselo permettere?

 

Cos’altro aggiungere?

Ha scritto Goffredo Fofi: “E’ forse giunto il momento? L’importanza di Stig Dagerman verrà infine riconosciuta anche dal sordo lettore italiano, dalla miope cultura accademica e giornalistica e da quell’editoria che si vanta di aprire strade e spazi e invece sistematicamente, ossessivamente li popola di erbacce che soffocano la varietà e bellezza dei libri necessari?”.

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