il mistero dell’ orbitale atomico

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Uguali e diversi.Quando aprii la porta del laboratorio mi sembrò tutto in ordine. I raggi di quel tiepido sole di dicembre inondavano le piastrelle marrone arancio e il riflesso sui bianchi e ordinati tavoli metteva in luce il tremolio della polvere scossa da una corrente che dalla sala frigo lentamente e impercettibilmente si muoveva verso la parte della stanza riscaldata dal sole. Mi avvicinai alla scaffale che sapevo trovarsi alla destra della porta, vidi la chiave rotonda di ottone che rimaneva in bilico sul pertugio della serratura. Aprii l’armadio e l’anta di vetro mi rispose con un cigolio. Non faticai a notare che qualcuno aveva spostato i modellini delle orbite atomiche. Chi poteva essere stato? Si trattava certamente di un lavoro da principianti. Certo la disposizione energetica era stata rispettata, su ogni orbita stazionavano due elettroni ma ciò che non tornava era la distribuzione degli elettroni sugli orbitali isoenergetici. Chi aveva spostato le orbite non aveva rispettato il principio della massima molteplicità e questo errore poteva costargli caro. Mi sembrò subito chiaro che questo restringeva il campo dei possibili colpevoli. Mi sarei accorto solo dopo un po’ che l’unico a essere ingannato sarei stato io, che la scienza non fornisce verità ma solo strumenti, modelli validi per il ragionamento ma in continua e perenne attesa di essere sostituiti con altri modelli che al loro apparire sembreranno eterni, ma lo saranno in realtà solo per gli stolti.

Il mio primo giorno di scuola risale a circa sei anni fa. Il mio primo giorno da insegnante intendo. Venni assegnato ad un Istituto Tecnico Industriale situato in una città sulla riva del Lago Maggiore. Nell’istituto vi erano due parti ben distinte. Una scuola vecchia con un cancello di ferro a punte, le stanze con i soffitti alti e i muri molto spessi. Vi erano enormi finestre di legno un po’ scrostate su cui si notavano i vari strati di vernice lucida color legno che nel corso degli anni erano state applicate senza tirare via lo strato precedente. Vi era poi un corridoio che accompagnava verso la parte nuova, dove il pavimento di graniglia diventava linoleum nero a rombi e i soffitti più bassi rendevano ogni rumore più forte e più ovattato insieme. La segreteria con la presidenza era nella parte vecchia. Il mio primo incontro fu con una assistente del vicepreside che mi intravide attraverso una vetrata mentre al termine delle scale intrapresi il corridoio che girava intorno alla sua stanza. Alzò gli occhi dalla rivista che stava leggendo e li abbassò subito sperando che non cercassi proprio lei. Si sbagliava. Questa scena si ripeterà più o meno uguale per due anni. Mi avvicinavo alla porta e la segretaria chinava la testa sulla sua rivista che dopo un po’ notai essere l’Espresso, ma non controllai mai se ogni settimana leggeva un numero nuovo o se si trattava sempre dello stesso numero della prima volta.Quando al termine dei due anni venne a sapere che mi sarei trasferito divenimmo anche amici e lei mi consigliò anche di leggere un libro. Così feci, e quel libro non so se è bello ma leggendolo alla fine capii che ne era stato tratto un film che avevo visto anni prima. Il film in effetti mi era piaciuto.Alcuni anni prima me ne stavo seduto in un ufficio male riscaldato alla periferia sud ovest di una grande città del nord industriale. Ero un ricercatore in chimica ma in realtà scoprivo ben poco e il laboratorio era una grande stanza sempre vuota che attraversavo varie volte al giorno ma solo quando stanco di stare seduto scendevo al piano di sotto per chiacchierare con alcuni miei colleghi anche loro indefessi lavoratori. Mi annoiavo a tal punto che un giorno misi il camice bianco da laboratorio e cominciai a riparare i radiatori di ghisa della stanza in cui avevo la scrivania, così scoprii che in realtà erano funzionanti e si trattava solo di sfiatare l’aria che nel corso del tempo si era accumulata nelle tubature impedendo così all’acqua calda di circolare. Da quel giorno ebbi meno freddo ma anche un lavoro in meno con cui passare il tempo.Decisi di ricominciare a studiare e quindi dopo aver recuperato tutti i manuali di chimica dell’Università li rilessi con attenzione e studiai pure alcune cose che non avevo mai studiato ma che erano presenti nel programma del concorso per insegnanti che si sarebbe tenuto da lì a poco.Quando al mattino verso le otto entravo nell’edificio dove lavoravo sognavo di entrare in una scuola. Si trattava di un edificio rettangolare di quattro piani color cemento. Il tetto era a zig zag come i tetti che si vedono nelle foto delle fabbriche inglesi all’inizio del secolo. Solo che nelle foto questi tetti sono una lunga serie, si vedono dei camini fumanti e dei minatori con le facce nere e il cielo è plumbeo, insomma sono visioni romantiche per certi versi. Invece nel mio caso l’edificio era singolo, intorno non c’era niente solo da una parte una ferrovia dismessa e dall’altra il canale del naviglio grande e non c’erano neppure gli operai, il capo del laboratorio non aveva mai niente da rimproverare e non si poteva neppure lamentarsi da bravi impiegati, non dico uno sciopero per carità, ma nemmeno una lamentela.Allora mi immaginavo i miei futuri studenti e tanto per iniziare cercavo di ricordare come ero io alla loro età. Ripensavo agli episodi che mi erano capitati durante il periodo scolastico ma invece di ricostruire esattamente le mie azioni o quelle dei miei compagni, cercavo di ricordare il comportamento dell’insegnante valutando di volta in volta se il comportamento era stato giusto oppure no. Mi venivano in mente ingiustizie terribili a cui eravamo stati sottoposti come studenti ma anche situazioni in cui l’insegnante veniva preso alla berlina. A volte le situazioni mi parevano surreali e mi chiedevo come era possibile che l’avessimo fatta franca, che non fossimo stati scoperti e mi balenava in testa l’idea a dire il vero confusa che forse l’insegnante non interveniva perché faceva un suo ragionamento, forse più che furbi in realtà eravamo troppo bambini.Nel mio primo anno di scuola mi furono assegnate cinque classi con circa un centinaio di studenti. Passavo quasi tutta la mia giornata a scuola perché in quell’istituto vi erano tre rientri pomeridiani e poi io mi trovavo fuori sede e a casa non sapevo che fare. L’inverno sul lago è freddo, ma è un freddo particolare, si sta bene nelle ore calde ma dai monti intorno spesso tira un vento freddo. La città sembra in alcuni punti un piccolo posto sul mare, con un centro storico e delle vie molto strette, camminarvi era divertente ma in fondo il posto più accogliente era l’edificio scolastico.Il primo giorno avevo una enorme paura di entrare in classe ma tutto considerato andò bene. Mi ci volle però in realtà un po’ di tempo, feci le mie prime esperienze, i primi errori ma poi finalmente capii. Odiavo quasi tutti i miei studenti. In realtà non proprio tutti perché in realtà c’era qualcuno che studiava, si comportava in modo corretto, si vestiva secondo i miei gusti, ascoltava musica che avrei ascoltato anche io, ma erano una grande minoranza.Quasi tutti gli altri mi facevano disperare. Molti di loro addirittura disegnavano svastiche e croci celtiche sugli zaini o sui banchi. Non c’era nessuno a dire il vero che assomigliasse a quel tipo di studente che mi ero immaginato. Un incrocio tra me stesso e i miei compagni più simpatici, più intelligenti, più spigliati più rivoluzionari. Lo studente insomma della mia generazione, secondo una ricostruzione forse un po’ agiografica ma per me reale e vera almeno in quel momento.Una classe in particolare si rivelò come una specie di incubo. C’era un ragazzino di nome Stefano che faceva tutto quello che poteva per farmi venire i nervi tesi. Un giorno ne parlai con il vicepreside che era un insegnante di matematica sui cinquanta anni un po’ stempiato con una barba a pizzo molto curata. Costui era noto come una persona molto religiosa frequentatore assiduo della parrocchia locale, qualcuno lo aveva addirittura definito il viceprete con una definizione che mi lasciava abbastanza interdetto e che pensavo fosse un po’ scherzosa. Egli mi disse che Stefano al pomeriggio frequentava l’oratorio e lì il suo comportamento negativo era frenato in quanto il prete spesso usava le maniere più risolute tra cui erano previste anche punizioni corporali. Accolsi queste notizie e pensai che forse potevano essere anche dei consigli. Allora un giorno mi trovai a separare Stefano da un altro ragazzo mentre si stavano picchiando e lo strattonai un po’. Lui allora si fece sotto sfidandomi. Istintivamente cercai di colpirlo con una sberla nel viso ma per fortuna lui si scansò ridendo. Un po’ alla maniera di Franti nel libro di De Amicis.Poi credo che divenni un po’ paranoico. Alcuni ragazzi continuavano a chiedere notizie sulla mia macchina. Alcuni mi dicevano dove era parcheggiata, in modo un po’ minaccioso. Così almeno mi sembrava. Trovai un giorno lo specchietto retrovisore rotto. Poteva essere stato chiunque, magari qualche autista distratto o poco civile. Poco tempo dopo mi rubarono l’autoradio. Allora andai nella stazione dei carabinieri per fare denuncia. Il carabiniere di turno mi fece molte domande a cui risposi in maniera ridicola. Ad esempio non mi ricordavo la marca dell’autoradio. Non sapevo neppure quando mi era stata rubata perché andavo a scuola a piedi e la macchina rimaneva parcheggiata per giorni senza che io mi avvicinassi. Ad un certo punto il carabiniere ridendo mi chiese se per caso avessi dei sospetti. Ecco io dissi di no, ma in realtà qualche sospetto lo avevo.Verso la seconda parte dell’anno presi a fermarmi meno tempo a scuola. Passavo il mio tempo libero a casa. La mia principale attività erano i videogiochi. Mi ero comprato la playstation e sedevo davanti alla televisione cercando di portare a termine le avventure più disparate. A volte mi trovavo in difficoltà e allora chiedevo agli studenti consigli e informazioni. Spesso si trattava di risolvere enigmi molto difficili e alcuni di loro mi aiutavano tantissimo. Una sera ero impegnato ad attraversare un enorme precipizio con una fune. Facevo appendere l’eroe del gioco e lo facevo dondolare ma non riuscivo a concludere positivamente, il tutto immancabilmente terminava con la caduta dell’eroe al suolo e la sua morte. Ritentai tante volte senza riuscire. Divenne una specie di incubo che durò per molte ore. Quando riuscii a staccarmi mi resi conto che fuori era diventato buio, erano le nove e non avevo niente da mangiare nel frigorifero. Allora provai a cercare una pizzeria ma era di lunedì sera, era inverno e sul lago maggiore tutti i locali erano chiusi. Andai allora nell’unico bar aperto che era un internet point. Mi collegai al computer ed andai a cercare le soluzioni per il videogioco. Uscii senza comprare nulla da mangiare e ritornai alla playstation dove inserendo i giusti codici riuscii ad attraversare il precipizio.Spesso i ragazzi mi chiedevano se ero riuscito a risolvere un certo enigma con un videogioco. Altri mi consigliavano le avventure, qualcuno addirittura mi prestava i suoi giochi. Divenne un argomento di conversazione. In certi momenti mi comportavo un po’ da bambino.Poi parlavamo anche di calcio. Un giorno alcuni di loro mi invitarono a giocare una partita al pomeriggio. Giocai abbastanza male ed il giorno dopo ero dolorante perché disabituato a certe attività fisiche. Anche le spiegazioni di chimica però andavano un po’ meglio. Un giorno accompagnai a casa un ragazzo che aveva perso il pullman. Salì in macchina perché pioveva, e abitava molto distante a metà di una valle che a percorrerla tutta si va sul Monte Rosa e poi si arriva in Svizzera. Lui però non abitava nel verde ma nella periferia della città più grande della valle. Il palazzo con la sua casa era al lato della strada statale in una zona di capannoni e supermercati. Sullo zaino e sul diario aveva disegnate le croci celtiche. Non parlammo molto. Ascoltammo l’autoradio che mi ero appena ricomprato e non credo che la mia musica gli sia piaciuta. Il giorno dopo mi chiese se ero un anarchico. Non risposi allora lui disse che se non ero anarchico, allora ero comunista perché ascoltavo la musica dei comunisti.Questo ragazzo non faceva mai la spia contro gli altri studenti ed un giorno notai che difendeva un suo compagno che veniva preso in giro perché aveva bisogno del sostegno.Capitò un giorno che mi assegnarono una supplenza nella mia classe. Avevano unito un’ora alle due solite per cui sarei stato tre ore nella stessa classe. L’idea era terribile per me, figuriamoci per loro. Per un po’ spiegai, poi pensai di assegnare degli esercizi ma nessuno di loro aveva intenzione di svolgerli. Allora mi inventai un gioco. Scrissi sulla lavagna alcuni termini che i ragazzi avevano imparato nel corso del programma. Termini un po’ astrusi come elettroni, protoni, quantizzazione, reagenti, stechiometria. Poi dopo averli divisi in gruppi chiesi loro di scrivere dei racconti un po’ fantastici e un po’ scientifici utilizzando quei termini in modo corretto ma all’interno di una storia di loro invenzione. Alla fine mi ritrovai tra le mani dei racconti molto belli. Li ho tenuti con me e ora saranno finiti in qualche cassetto. Erano storie simili a quella riportata all’inizio del racconto ma in realtà quella l’ho scritta io cercando di utilizzare il loro stile, così come mi ricordavo.

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