Un lungo viaggio che parte da un suono in stile Touch & Go, passando per un viaggio psichedelico ed iniziatico, giungendo infine nella cella di un monaco benedettino del quattordicesimo secolo.
DOR
“The Dream In Which I Die” per Dischi Bervisti è il secondo lavoro discografico del gruppo abruzzese Dor, composto da Francesco Fiore (responsabile della gran parte delle musiche e di tutti i testi) da Mario Di Battista (Ulan Bator), Manuel Coccia e Alessandro Vagnoni (Bologna Violenta, Ronin). Il disco è un’esposizione di tantissime emozioni e stati d’animo, schermati da una reale disillusione sulla realtà e su noi stessi, con una musica che ha pochi eguali in Italia, un caleidoscopio sonoro che parte dal post-rock, passando per l’alternative rock, passa per il noise e alcuni momenti emo come in “Seabed empire”.
Non è tutto definito e definitivo, non c’è un piano preciso per aderire a qualche corrente musicale, c’è piuttosto una sensibilità musicale profonda e vera, che attinge da vari codici musicali per proporre ciò che proviamo veramente nel nostro profondo.
Ascoltare i Dor è come mappare ciò che proviamo, vedere la realtà per quella che è, senza filtri o senza inutili fronzoli per farcela digerire meglio, è consapevolezza delle ombre e del dolore, ma anche un senso di lotta per sopravvivere.
Il disco è musicalmente molto ricco e si discosta molto dal prodotto medio alternativo italiano, come sentiero siamo dall’altra parte dell’oceano, con un nume tutelare come Tom Waits, e tanto ascolto dell’alternativo anglosassone. Come i grandi dischi sanno fare “The Dream In Which I Die” ti stupisce quando pensi di capire cosa ci sia dopo un certo passaggio musicale, mentre invece arriva tutt’altro, denotando un desiderio di fare musica in maniera diversa rispetto al resto.
Ci sono anche molti riferimenti letterari, partendo da Pinocchio e dalla rilettura che fa dell’opera Giorgio Manganelli. Per arricchire il tutto nel libretto del cd ci sono anche dodici dipinti che trattano le dodici canzoni ad opera di Alessandro Vagnoni, batterista della band. Un disco molto prezioso.
THE LANCASTERS
“The world of the mistral” su Retro Vox Records e Life On Saturn è il nuovo disco degli italiani The Lancasters, un gruppo psichedelico e di hard rock come non ne fanno più. Il loro ultimo lavoro è una storia incentrata su di un viaggio alla ricerca di significati di un cavaliere sull’appennino italiano. Attraverso un suono analogico i nostri ci fanno scorrazzare per i territori della psichedelia, del rock duro anni settanta, blues, funk e tanto altro, mantenendo l’improvvisazione come pietra angolare della loro creazione musicale.
Il suono dei The Lancasters è una continua esplosione di musica e colori, distorsioni ed atmosfere genuinamente psichedeliche, con questo disco si torna a narrare una storia che si espande in tantissime direzioni, come si usava fare nei dischi prog e psych degli anni settanta, e questa storia narrata qui è davvero notevole ma è ancora più notevole la musica. Il gruppo ha una miriade di registri musicali che funzionano tutti benissimo, e sono di una solidità che fa il pari con la loro capacità di variare stile, mantenendosi sempre nell’alveo dell’improvvisazione che canalizza idee ed ispirazioni portandole a compimento.
Il livello del disco è altissimo, come la soddisfazione nell’ascoltarlo, musica libera che fluisce seguendo una storia che parla di illuminazioni e stati alterati di coscienza in stretta relazione con la natura. Il gruppo mette in musica un qualcosa che sia a livello di profondità dei testi sia di bellezza e varietà della musica è difficilmente ascoltabile in questi tempi di estrema fretta e velocità.
“The world of the mistral” è un disco che va ascoltato a fondo e meditato, ad ogni ascolto si trova un sentiero differente che porta a vedere il paesaggio musicale del disco in una maniera differente, sempre nuova. Lavoro psichedelico e che prende le mosse dagli anni settanta per concezione e musica, riuscendo però nell’impresa più difficile, ovvero quella di creare qualcosa di nuovo e di spessore. Un lavoro che illumina di una luce che scalda cuore e mente.
EVOKEN
Gli americani Evoken sono uno dei maggiori gruppi al mondo in ambito death doom metal e funeral doom e tornano con “Mendacium” su Profond Lore Reccords, dopo “Hypnagogia” del 2018. Gli Evoken sono attivi dal 1994 e nel corso degli anni hanno fatto dischi estremi e sempre di alta qualità e questo loro ultimo lavoro si spinge forse ancora più avanti. Il suono di questo disco è maggiormente funeral e sepolcrale rispetto agi loro ultimi lavori, e per fare ciò si sono affidati nuovamente al produttore Ron “Bumblefoot” Thal, che lavorò con loro in “Antithesis of Light” e “Quietus”.
Il suono di questo gruppo è curatissimo ed è qualcosa di incredibile, riesce al contempo ad essere oppressivo e sognante, con un muro di chitarre e sezione ritmica invalicabile e solidissimo, poi in certi momenti entrano le tastiere e tutto muta. I momenti lenti e profondi sono quelli che hanno formato il marchio sonoro di questo gruppo, nel disco ci sono anche accelerazioni notevoli.
Gli Evoken hanno un suono magico che si arricchisce sempre disco dopo disco, con questo disco sembra davvero di essere nella cella di un monastero con un monaco benedettino del quattordicesimo secolo, che non può uscire dalla sua cella perché malato, e nel dolore e nella privazione del sonno causata da esso, pensa di interagire con un’entità nata da una sua lacrima, e ciò lo porta ad esplorare un tormento ancora maggiore, ponendosi la domanda della realtà o meno di questa entità. Il monaco vorrebbe servire Dio ma non vi riesce a causa della sua infermità, e questa entità cosa è ? E’ reale ? E’ dolore ? È un parto demoniaco ?
Gli Evoken ci guidano per mano in questa discesa in un abisso che nel medioevo ricadeva in ambito soprannaturale e forse lo era realmente, e la loro musica lo fa risaltare in uno splendore difficile da descrivere se non ascoltando questo disco.
Il gruppo americano costruisce un muro di pietra sonoro spesso come quello die monasteri medioevali e noi siamo per davvero all’interno di questa cella con il monaco, uno spazio sospeso dalla realtà dove tutto può succedere e dove nulla è definito dalle normali leggi fisiche.
Gli Evoken attraverso la loro musica lenta e con una profondità incredibile, riescono a costruire e a descrivere un mondo limitato ma che diventa infinito nelle loro mani, e tutto si slega e diventa un qualcosa che trascende nel significato letterale della parola, un andare oltre che non si lega a nessuna istanza della realtà, Ennesimo disco clamoroso di un gruppo che è unico per come crea emozioni attraverso la loro musica, che in un certo senso è davvero musica sacra.










