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Recensione : Dan Sartain – Arise, Dan Sartain, Arise!

Dan Sartain è stato uno di quei musicisti per i quali vale la pena dire che ci hanno lasciati troppo, troppo presto.

Dan Sartain – Arise, Dan Sartain, Arise!

Dan Sartain è stato uno di quei musicisti per i quali vale la pena dire che ci hanno lasciati troppo, troppo presto. Senza correre il rischio di risultare banali, perché in fondo lui era un artista di nicchia che ha sempre operato lontano dal mainstream, dunque non una rockstar celebrata e adulata dalle masse di tutto il mondo, quindi nel suo caso non si tratta affatto di una frase fatta e dolore affettato, ma di una verità oggettiva e un reale sentimento di rimpianto per la prematura fine della sua parabola. Perché musicisti come Sartain sono merce rara e sono stati tra i pochi interpreti, in giovane età, a racchiudere nella loro proposta un feeling autentico e un credibile blend che racchiudeva una sua riproposizione (di molte) delle stagioni più felici espresse dalla musica “contemporanea” dal Novecento a oggi: blues, country, rockabilly, rock ‘n’ roll, surf, punk, elettronica… elementi sonori sapientemente miscelati da Dan per dare vita a un canzoniere genuinamente valido, che si è dipanato lungo oltre dieci album e svariati singoli ed Ep. Ha suonato in tour insieme a Reverend Horton Heat, White Stripes e gli Hives, si è guadagnato la stima di gente come Jack White, Mike Ness e John Reis, ma ha sempre portato avanti un coerente discorso indipendente, che agli inizi lo ha anche visto autoprodurre i suoi primi due Lp solisti.

Daniel Fredrick Sartain, classe 1981, da Birmingham (Alabama) cantante, songwriter e chitarrista, è purtroppo venuto a mancare a soli 39 anni (qualunque sia stata la causa, non importa, non siamo qui per giudicare ed ergerci a “tuttologi”) nel marzo dello scorso anno, nel pieno della sua creatività artistica, e tante altre delizie soniche avrebbe ancora potuto regalarci. Ma prima di lasciare, solo fisicamente, questo mondo, Dan aveva registrato un ultimo disco, completato pochi mesi prima di spegnersi. Quell’album è stato intitolato “Arise, Dan Sartain, Arise!” ed è uscito, postumo, sulla label One Little Independent a fine 2021. I tredici brani che lo compongono sono (e suonano) esattamente come Daniel avrebbe voluto, e tutto è stato lasciato così com’era originariamente inteso. I proventi del long playing serviranno per creare un fondo fiduciario che aiuti la famiglia Sartain (vedova e una figlia) ad alleviare un po’ il dolore.

Da un punto di vista squisitamente musicale, “Arise, Dan Sartain, Arise!” è un compendio di tutte le influenze e i generi musicali che hanno ispirato il chitarrista durante il suo (sfortunatamente breve, durato appena due decadi) percorso da performer. C’è tutto l’essenziale: dall’iniziale stomp dell’opener “You can’t go home no more” al black humour del rockabilly rallentato “People throwing stones in glass houses“, dall’indie/alt. rock di “I don’t care (Ooh la la)” allo psychobilly di “Rooster in the Henhouse” (un pezzo che non avrebbe sgifurato nel repertorio dei Cramps) dalla rievocazione di Buddy Holly (che Dan sembra emulare, nel look, sulla copertina dell’album) in “I heard laughing” all’omaggio all’Elvis Presley più disperato e languido nella ballad “Kisses in the morning“, dal retaggio bubblegum punk della RamonesianaTrue Love” al twang doo-wop di “My Best Fit” e il surf westernato di “Fires & Floods“,  il tremolo in “Dumb Friends” e il blues à la Tom Waits da sigaretta in bocca e bicchiere di whiskey appoggiato sul piano elettrico di “Personal Injury Law“, mentre lo spirito di Eddie Cochran riecheggia in “Foreman Grill” e la conclusiva “Daddy’s coming home” che suona quasi come un jingle natalizio beatlesiano.

“Arise, Dan Sartain, Arise!” rappresenta, quindi, il testamento artistico di un ragazzo talentuoso che ha lasciato un segno nei cuori degli amici (musicisti e non) che gli hanno voluto bene, ed è anche la testimonianza di un certo modo ruspante di suonare rock ‘n’ roll, recuperandone la tradizione (brillantina, occhialoni alla Buddy Holly e un immaginario che richiama la nostalgia dei Fifties/Sixties di sitcom come “Happy Days” e pellicole come “American Graffiti”, i diner, il fantasma di Elvis che si aggira ancora per Memphis, Screamin’ Jay Hawkins che vi accoglie alla reception dell’Hotel Arcade) e aggiornandola, conferendole un tocco “nuovo” e fresco. Di sicuro questa qualità è ciò che più mancherà di Dan, la cui scomparsa è e resterà una grave perdita. Thanks  for the music.

TRACKLIST

1. You Can’t Go Home No More
2. People Throwing Stones in Glass Houses
3. I Don’t Care (Oh La La La)
4. Rooster in the Henhouse
5. I Heard Laughing
6. Kisses In The Morning
7. True Love
8. My Best Fit
9. Fires and Floods
10. Dumb Friends
11. Foreman Grill
12. Personal Injury Law
13. Daddy’s Coming Home

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