artisti vari-bulbart compilation vol. 2

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Non v’è nulla che non abbia i colori del mondo. Un quadro. Una foto. Un prato fiorito. Un cielo stellato. Gli occhi di un bimbo. Il viso di una donna che ama. Una compilation di musica rock. Si, avete capito bene, una raccolta di brani inediti che, al pari di una compita tela, mostra una nuance ben concepita e confezionata oltre che ben prodotta. Bulbart sa come si fa. Ad emozionare, intendo. Si, perché al pari delle meraviglie testè menzionate, questo secondo volume della sua compilation regala ai cinque sensi davvero qualcosa di succulento, proprio come se quelli della Bulbart fossero pittori, scultori, fotografi, artisti capaci di rendere eterno il pensiero, insomma.

Dunque dicevamo, i colori. Radiosi, come il giallo degli opener No Strings Left che sfoggiano un mood garage dal sapore, neanche tanto vago poi, Arctic Monkeys o come il ranuncolo che si intravede nel giardino della Nube di Ort ed in quello dei Lads Who Lunch che, come fossero Clizia trasformata in girasole, osservano il carro di Apollo salire su per il cielo british, lo stesso di Oasis e Stereophonics. Colto ed elegante anche il nero di The Synthromantics ed Orange Lem che tra distonie elettro-wave ed involuzioni indiepop riescono a rendere l’idea di assoluta mestizia che sta dietro l’afflizione dei loro mondi o il viola bohemien che sposa l’estetica sognante ed eterea di un investimento in termini di sensazioni ed echi di stampo ora pop strumentali di All About Max, ora shoegaze di Onirica o assolutamente magici come quelli al gusto Bowie di Jacob’s Room. Nelle sue sfumature c’è anche il mondo folk di Antonio Brigante.
Ed ancora il verde apricuore delle note degli Abulico concretamente indie ma con slanci che vanno dal rock al postrock, marchio della ottima scuderia Seahorse di Messere. E verde è anche il colore di Underscore e Perfect Trick, lo stesso verde che qualunque pittore utilizzerebbe per dare il senso della profondità ad un prato a cui è stato dato il compito di riempire lo sguardo fino all’azzurro del cielo.
Infine il rosso di Bems, She’s a Man, The Strip in Midi Side in cui un’elettronica deviata e dal piglio industrial come un chiodo da nove pollici lascia spazio dapprima alle ammiccanti atmosfere hit dance e poi ai trip visionari alla Aphex Twin quadrando un cerchio ai cui opposti dista il grigio del punk‘n’roll politically uncorrect di Andy Fag and The Real Man al grido Misfits vs Elvis e l’arancione del progressive-rock dei Desert Clouds, efficace a catapultarti dentro una scena spaghetti-western appena estratta da una pellicola di Leone dove sono gli Zeppelin a suonarne la colonna sonora.
Diciassette bands di gran valore ed altrettanti pezzi cui varrebbe la pena spendere almeno qualche riga ma come incensare con una valanga di parole i fautori di questo godibilissimo disco e farlo sul campo, rendendo loro il giusto tributo per la bontà delle loro proposte? Impossibile a meno che non si decida di pubblicare una recensione a puntate.
Indie? Così si dice o perlomeno s’intende, almeno nei propositi. Ma il discorso è troppo ampio per essere trattato in quattro brevi righe. Qui ci basti ricordare che l’accezione dei nostri amici della Bulbart è sicuramente insita nella filosofia che regge il risultato più che negli ingredienti. Ed il sapore che mi resta in bocca è davvero squisito. Complimenti allo chef dunque o…al pittore, scultore, fotografo…complimenti alla Bulbart!

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