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art of empahty - posthuman decadence -

art of empahty – posthuman decadence

art of empahty - posthuman decadence 1 Iyezine.com

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Jeff Janssen viene dal Belgio e, onestamente, non so nulla di lui. La sua creatura si chiama Art of Empathy, ma non è altro che un nome d’arte, per quando scrive, per quando suona. Fa musica di cui sono poco esperto (rientra nel calderone del dark folk, del neo folk), le uniche cose che ho ascoltato e che più ci si avvicinano sono i lavori dei Tenhi o degli Agalloch (che suonano anche molto diversi fra loro, ma che, nonostante tutto, riescono ad avere una comune matrice) Il suo disco si chiama Posthuman decadence e lo si trova solo su netlabel. Altra caratteristica che a me colpisce molto (e che fa capire quanto l’Italia sia indietro rispetto all’estero) è che sia sotto creative commons, svincolandosi, in questo modo, dal pachidermico e capitalistico copyright.

E’ con l’apocalittica The design che si apre il disco, con i suoi tamburi vibranti, dall’inarrestabile incedere marziale, con i synth coinvolgenti e il suo testo drammatico, spezzato dal pianto di un bambino. Good morning sick world, quasi fosse una nera filastrocca, una sorta di mantra oscuro, prosegue mantenendo l’atmosfera precedente, mentre, Don’t mind, narra della necessità di fuggire dalle bugie, con il pianoforte nervoso a far da tappeto, insieme alla chitarra. Recreation con il suo testo pacifista scorre fluida e rapida, fino a incresparsi nel finale e a esplodere come un onda sulle rocce e If this is a man, con il suo pianoforte quasi da camera, accompagnato dai synth, racconta di come l’uomo che poteva diventare eroe sia invece diventato mostro. Beautiful war prosegue sul tema della guerra proponendo un’aspra critica, mentre la musica si fa trionfale nel celebrarne i drammatici effetti. Still dancing è il punto di svolta, si fa più dolce e delicata, proponendo l’affidarsi alla madre terra come soluzione all’alienazione e alla sofferenza dell’uomo moderno e, così, Virile earth, prosegue, raccontando della riappacificazione dell’uomo con la natura e del suo poter divenire vigoroso come la terra. The source, ormai è piena di forza positiva, con la sua energica chitarra acustica, con la sua contrapposizione fra umori positivi (nel parlare della natura) e umori negativi (nel parlare dei mali dell’uomo), preferendo, come rifugio sicuro, il genuino amore tra uomo e donna, piuttosto che l’asettica e crudele protezione dei soldi. The paradox of essence non è altro che una vecchia filastrocca inglese cantata per mandare a dormire i bambini, ma Dying cosily, delicatissima e raffinata, non ci porta propriamente nel mondo dei sogni, ma ci narra, piuttosto, dello sdraiarsi al buio al fianco della persona amata, dell’emozione dello stare vicini, insieme. Infine, non resta che Posthuman decadence, la title track, strumentale, remix di due precedenti pezzi, un monito di inquietudine e di pessimismo a ricordare, ancora una volta, a quali pessimi destini si stia autocondannando l’umanità.

A mio parere è un disco stupefacente. Non nel senso che sia un capolavoro o una pietra miliare, ma nel senso che stupisce, in modo clamoroso. Un disco genuino e ben curato, molto orecchiabile ma anche raffinato e pieno di contenuto. Le canzoni sono ben strutturate e il concept che le unisce è solido e ben costruito. È un disco compatto e corposo, fatto di buone canzoni, che in alcuni casi diventano pure ottime. Ascoltarlo almeno una volta diventa quasi d’obbligo.

TRACKLIST:

01. The Design
02. Good Morning Sick World
03. Don’t Mind
04. Recreation
05. If This Is A Man
06. Beautiful War
07. Still Dancing
08. Virile Earth
09. The Source
10. The Paradox Of Essence
11. Dying Cosily
12. Posthuman Decadence

ART OF EMPAHTY - POSTHUMAN DECADENCE

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