Rimaniamo in Italia, con quattro dischi bellissimi e diversissimi fra loro, dall’elettronica avanti di Aga al rock’n’roll stoner dei La Fottuta Band, passando per l’emocore post hardcore dei Nube, concludendo con la magia folk gotica di J.D. Woodbine.
AGA
“Spot” per Drummer Caffè è il nuovo ep di Aga, progetto musicale di Alessandro Antolini, laureatosi presso la Middlesex University di Londra, batterista e docente di batteria da più di vent’anni. Aga per Alessandro è la costruzione di un nuovo universo musicale, la ricerca senza limiti di un nuovo linguaggio musicale dove si fondono musica contemporanea, elettronica, post rock altro, ambient, il tutto con un linguaggio unico, elegante e molto stimolante.
Come giustamente affermato sul pdf promozionale, fatto davvero bene, la musica di Antolini è tessitura musicale, un legare assieme istanze musicali differenti e dal sapore diverso, legate assieme da una sensibilità e da una cultura musicale molto alta. Ci sono momenti di aperta meraviglia in questo ep di cinque tracce, a partire dal singolo e prima traccia “Ambient 2.0”, che mantiene pienamente le promesse del titolo. Il percorso di questo lavoro si trasforma presto in viaggio, in esplorazione verso pianeti musicali nuovi e da visitare in toto. Il sogno è una delle cifre stilistiche di questo disco, che non è meramente un prodotto, ma è una visione musicale ampia e stimolante, viva e pulsante, elegante e con un sentimento avanguardista anni ottanta molto bello.
Qui i sintetizzatori sono usati nel senso di nuove fonti di musica e non coprono il tutto ma accompagnano e puntellano il tutto, rendendolo ancora più profondo. Antolini ha collaborato con il gigantesco Ezio Bosso, e con lui condivide una visione musicale che non si ferma alla scuola e ai concetti inculcati per forza, ma che usa la musica per aiutare il nostro sguardo a spaziare solo verso l’alto e non verso il basso, cercando il linguaggio giusto per descrivere le nostre tante emozioni.
Un ep molto ricco, elegante, confortevole e sognatore.
FOTTUTA BAND
Se siete convinti che questo mondo sia il migliore possibile e che come il Candido di Voltaire pensate che meglio non possa andare, questo non è il disco per voi, perché qui si soffre, si balla, si muore nella polvere e forse si rinasce, ecco il debutto discografico della Fottuta Band con “Rock’N’Roll” per L’Amor Mio Non Muore Dischi, il nome del gruppo, il titolo e l’etichetta hanno già tutto. E invece c’è ancora tanto da dire e ancora di più da ascoltare, da fare proprio questo disco sporco, rumoroso e bellissimo. Il power trio umbro formato da Francesco Bellucci voce e chitarra, Marco Zitoli basso e cori e Andrea Spigarelli batteria e percussioni fa la cosa più difficile della nostra epoca, fare rock and roll sporco e con molto stoner e blues in italiano, con testi molto realistici, zero pose e pochi social.
Non è per nulla facile fare quanto sopra, ma i nostri ci riescono alla perfezione producendo dieci tracce una più bella dell’altra. Come da titolo, finalmente qualcuno che mantiene quanto promette, qui troviamo adrenalina, distorsioni, malinconia, testi della madonna e un groove che non ti fa stare fermo, con aperture melodiche straordinarie come in “Poke”, un pezzo fra i tanti notevolissimi. I tre umbri fanno tutto benissimo, i momenti più veloci come quelli più lenti e anche
le bellissime ripartenze, in alcuni frangenti sembra di ascoltare dei Kyuss più indolenti che si divertono a descrivere le schifezze dei nostri tempi e lo sporco che abbiamo dentro e fuori con testi in un italiano che bombarda immagini. Personalmente sono sempre stato convinto che su certi gruppi la lingua italiana stia benissimo, dato che la tavolozza dei colori linguistici con la nostra lingua è notevolissima, ma non è per tutti, qui ad esempio funziona benissimo e si integra molto bene con un suono speciale, sporco e dannato.
Qui siamo seduti a moderni incroci di strade, dove prima si poteva incontrare il diavolo e barattare la propria anima per qualcosa, ora basta guardare dentro il nostro personale schermo di silicio. La Fottuta Band sa di essere fottuta già nella ragione sociale e suona e canta di conseguenza, con il risultato di fare un disco che è uno dei migliori usciti in Italia in ambito rock rumoroso.
NUBE
“Da lontano” è l’esordio del trio mantovano Nube, un gran bel gruppo emocore e post hardcore con il cantato in italiano, per rinverdire la bellezza dello screamo italiano. Bisogna poi dire che i Nube non sono il solito gruppo semocore, perché qui si parte dall’emocore e dal post hardcore per creare un suono che ti grida in faccia ma lo fa per farti salire con loro sul palco, è uno sfogo positivo, una ricerca di senso e di salvezza in una catastrofe che picchia dura quotidianamente.
I Nube hanno quel passo speciale da gruppo emocore che parte dal suono americano per poi tradurlo in qualcosa di molto vicino a noi, una spinta adolescenziale che è impeto e diventa melodia dolcemente d’assalto, uno scuotere sé stessi e chi abbiamo vicino, per sognare e cantare sotto al palco, sudati e con le mani in altro.
E i Nube hanno tutto nel loro bagaglio per farci sognare con accordi ora ruvidi ora dolci, con un incedere che non brucia ma genera calore positivo, anche quando parla di cose difficili da dire e da vivere. Il titolo è molto eloquente su cosa vogliono trasmettere i tre mantovani e come affermano loro stessi : “Questa distanza residua può allargarsi o restringersi: due persone possono scegliere di renderla minima e condividere un legame più intenso, oppure possono scegliere di allargarla fino a diventare estranee. Le tematiche dell’album rispecchiano un’indagine sui diversi modi in cui questa distanza può manifestarsi: distanza fisica, distanza emotiva, mancanza, perdita.”
Su tutto ciò ruota una musica minimale nella sostanza ma ricchissima nella percezione, con un disco che è un generatore di emozioni e di sentimenti come solo l’emocore in italiano fatto bene sa fare, quel chiudere gli occhi e lasciarsi andare a colpi, lividi e malinconica dolcezza. Esordio azzeccatissimo, un disco che commuove, scuote, ci fa abbracciare gli altri, riducendo per più di un istante quelle distanze che fanno male, facendoci avvicinare di più a chi abbiamo perso, ed è importantissimo.
J. D. WOODBINE
“Whicch Witchh” è il disco d’esordio di J.D. Woodbine, un’opera che combina gotico americano, folk, blues e roots, un disco che viene dalle paludi e dalle strade polverose degli stati del sud degli Usa, Texas, Louisiana, là dove il confine fra le varie dimensione è più sfumato e la magia si fonde con il quotidiano.
Musicalmente siamo dalle parti del gotico americano moderno e non solo, voce, chitarra, batteria, basso e tastiere, passaggi lenti e cadenzati, come un marcia in un inferno di caldo e di sabbia, andando lentamente tanto il punto d’arrivo non scappa. Abbiamo un problema che non è affatto tale, anzi. Se ascoltate il disco, e vi sarebbe molto di conforto, giurereste che J.D. Woodbine sia americano, e invece no. Il nostro J.D. Woodbine è un nom de plume di Daniele Sabatelli, musicista pugliese come pugliese è l’etichetta, quella Trulletto Records che fa sempre uscire ottime cose. Eh sì, la Puglia alla fine è come fosse tanti posti, e ha un immaginario e una fisicità molto vicina a quella del sud degli Usa, e “Whicch Witchh” è un disco che esplora il lato nascosto della strada e di noi stessi, quelle dimensioni dove vaghiamo e che non capiamo bene, commettendo l’errore di pensare siamo monodimensionali, ma non è affatto così.
Una canzone come “Oh friend” è certamente molto americana, ma in fondo è un qualcosa di universale, un bleus altro bellissimo e intriso di magia sudata, di polvere che non ti lascia, come la maledizione di certi racconti e di certe amicizie, un pezzo bellissimo come tutto il disco.
Questa opera è un unicum, una di quelle cose bellissime e quasi irripetibili, sempre più rare in un’epoca dove quasi chiunque grazie all’intelligenza artificiale può fare musica gotica americana, ma purtroppo per il folk, il roots e il blues è l’umano che fa la differenza, o il diavolo in alcuni casi ma questa è un’altra storia. E proprio l’umanità e le tantissime cose che la circondano e che la toccano senza che se ne accorga sono il motore primo di questo disco, e qui non c’è intelligenza artificiale od artificio che tenga.
Qui c’è il cuore, l’hoodoo e la magia nera e bianca che c’è in un contorno sfumato nel tramonto di una giornata torrida, sia in Puglia come in Louisiana. Il linguaggio usato qui potrebbe essere giustamente interpretato come prettamente americano, ma in realtà questo disco dimostra che il folk e il gotico americano siano nel loro profondo dei linguaggi universali perché parlano proprio della sofferenza e dell’umanità che si confronta con altre dimensioni, spesso sfuggenti ed incomprensibili, ma questo è il bello. Un progetto meraviglioso.










