Deathwinds, Evoken, Litania, Moundrag e TV Cult. Cinque nomi per cinque consigli. Non c’è molto altro da aggiungere se non il fatto che la musica dovrebbe essere ascoltata nello stereo e non nel cellulare o in altre diavolerie moderne. Poi, sia chiaro, fate come volete, il nostro è un modo di vivere radicato nel passato, questo lo sappiamo benissimo, ma sappiamo altrettanto bene che il mondo moderno non ci attira al punto di pensare di metterlo da parte in funzione di una nuova visione. Anche qui c’è un album che più degli altri ci è piaciuto, ma faremo nomi nemmeno stavolta.
Deathwinds :: Towards Doom
C’è un mondo sotterraneo dove ancora un certo tipo di sonorità sono all’ordine del giorno. Nessuno sa di preciso dove si trovi, ma sta di fatto che ogni tanto emergono in superficie alcune tra le realtà più aliene, quelle in grado di trovare riscontro anche laddove è la luce a dettare legge. In questo la Sentient Ruin è maestra nello scovare quelle più incredibilmente dotate di malvagità. Non fanno eccezione i canadesi Deathwinds, autori di questo intensissimo “Towards Doom”, pubblicato subito dopo l’estate. Undici brani distruttivi che dimostrano tutto il disprezzo che la band nutre nei confronti del resto dell’umanità.
Da un punto di vista strettamente sonoro si tratta di un ritorno alle origini di un mondo metal decisamente estremo che andava per la maggiore nel periodo a cavallo tra la fine degli ottanta e l’inizio dei novanta. Quando ancora il crossover tra black metal e death metal non si era autoeliminato, e alcuni elementi rimasti dall’ondata punk del decennio antecedente erano ancora nell’aria. L’album è uno di quelli che maggiormente associamo ad un immaginario che oggi consideriamo adolescenziale, ma che al tempo ci facevamo andare benissimo.
Ci sono quindi tutti i cliché metal di quel periodo, ma c’è anche tanta aggressività che, unitamente ad un approccio decisamente ruvido e sporco, fa di “Towards Doom” un disco che merita attenzione. Non fosse altro che per guardare al passato con gli occhi di oggi, cercando di capire che cosa si possa ancora salvare di un passato per certi versi glorioso ma che attualmente possiamo pensare di considerare trapassato. Il disco suona esattamente come deve, senza aggiungere o togliere nulla a ciò che ci saremmo aspettati leggendo le note di copertina fornite dalla Sentient Ruin.
Un’operazione di recupero di un modo di pensare il metal estremo decisamente old style, che non guasta ogni tanto, a patto che non si pensi di dover ricominciare a osannare il passato ancora una volta. Questo no, non possiamo accettarlo. Ci hanno messo dieci anni per vomitare il loro album di esordio, vediamo ora quanto ancora dovremo aspettare per il seguito, ma soprattutto per capire quale strada intenderanno intraprendere, se cioè restare legati alle proprie radici o fare un passo in altra direzione.
Evoken :: Mendacium
Quelli che se ne intendono affermano che quello degli Evoken sia da considerare come una certezza in ambito funeral doom. Noi che non ci capiamo un belino siamo invece soliti giudicare un disco alla volta, indipendentemente da chi lo abbia realizzato.
Ci piace pensare di non avere pregiudizi, in alcun senso, per cui approcciamo “Mendacium”, l’ultimo album degli statunitensi Evoken come se non avessimo mai ascoltato nulla in precedenza. La prima cosa che appare chiara è l’alone di disperazione e di malinconia che ci avvolge non appena dalle casse dello stereo si diffondono le lugubri litanie dell’album. E questo è decisamente un buon punto di partenza. I brani si assestano su di una durata che gravita intorno ai dieci minuti. Altro punto a loro favore, senza alcun dubbio. Mentre ragioniamo su queste due variabili ormai assunte a certezze, il disco continua a martellare con il suo incedere davvero funereo, e ci rendiamo conto che quello che stiamo ascoltando è davvero molto interessante.
Le atmosfere decadenti e opprimenti che gli Evoken sono riusciti a creare sono avvolgenti, ma a loro modo delicate, toccanti. Manca quasi completamente ogni deviazione che possa far pensare a una cacofonia imminente, per cui restiamo come cullati dalla maestosità di un disco che riesce a restare sempre in quell’inquietante e desolato territorio sonoro che ci ha accolto, in un susseguirsi di passaggi melodici che alienano l’idea della noia e della ripetitività, vero grande tallone di Achille di un genere monolitico come questo. È qui che gli Evoken riescono ad alzare il livello della loro proposta, andando cioè a registrare brani di una certa lunghezza che poi, però, durante l’ascolto scivolano via senza quasi che ci se ne accorga.
“Mendacium” è un album minaccioso e affascinante che può andare benissimo a soddisfare anche i palati di chi non è solito flirtare con queste sonorità, grazie ad una varietà di spunti che riescono a tenere sempre altissima l’attenzione, spesso intrisi di grande romanticismo, e che fanno capire come in casa Evoken, non ci sia nulla da dare per scontato. Cert, se pensate di volerlo ascoltare nel cellulare, non avete veramente capito nulla di quello che abbiamo scritto finora. Play it at maximum volume in your stereo motherfuckers!
Litania :: Litania
Non abbiamo ancora capito se si tratta di un supergruppo o di un progetto creato per soddisfare vene autoerotiche. Di certo c’è, al momento, che l’album di debutto dei Litania è uno dei dischi che maggiormente hanno saputo scuotere la stasi in cui ci eravamo adagiati recentemente.
La qualità degli interpreti non si discute, questo è ovvio, ma è altrettanto giusto e doveroso andare a sottolinearlo anche in questa sede. Del resto sono i curriculum a parlare per Elisa De Munari (Elli De Mon), Marco Degli Esposti (The Great Northern X), Enrico Baraldi (Collars, Ornaments) e Vladimir Marikoski (The Black Heart Procession, NBG). Con una squadra di questo tipo si vince facilmente ci verrebbe da dire.
Detto questo, entriamo direttamente tra i solchi del disco. L’album si caratterizza per un sound oscuro e malinconico che sposa un linguaggio atipico, fatto di richiami a rituali indiani che evocano il transito tra gli abissi e la trascendenza. Una serie di dinamiche che permettono al quartetto di potersi perdere in tutta una serie di sperimentazioni sonore di stampo hindù applicate a un muro di suono psichedelicamente orientato verso un monolitico doom che si prende il dovere di fornire il sostegno alla sovrastruttura architettata dai Litania.
L’album è parte di un immaginario assolutamente affascinante, davanti a cui non si può restare insensibili. Ma è soprattutto molto ben orchestrato e arrangiato, in modo da non mostrare alcun tipo di punto debole o anche solo di flessione temporanea.
La grande capacità dei Litania è quella di essere riusciti a crearsi uno spazio personalissimo in cui dare sfogo alle proprie intenzioni, cosa tutt’altro che semplice in un universo underground così follemente saturo di realtà che finiscono per assomigliarsi tutte quanti. I Litania invece sono perfettamente riconoscibili, anche a distanza di tempo, mantengono infatti quel carattere di unicità che è il grande punto di partenza per la creazione di un album di questa caratura che riesce a far convivere elementi della tradizione folkloristica est europea e indiana in un contesto di base prettamente metal. I Litania hanno osato, e chi osa, per noi vince sempre, a maggior ragione se poi riesce a realizzare un album così intensamente affascinante.
TV Cult :: Industry
Post punk tedesco di chiara matrice 80’s. Questo è quello che ci sentiamo di dire in apertura di recensione, in modo che chi non ha particolare dimestichezza con il genere possa sentirsi in dovere di saltare e proseguire oltre. Per coloro che invece amano perdersi in sonorità che richiamano la loro adolescenza (come noi) allora qui c’è di che divertirsi. Il quartetto di Colonia arriva al secondo album, e lo fa con una denuncia sociale a tutto tondo, che cova una frustrazione profonda da cui può derivare soltanto la voglia di provare a cambiare tutto quello li circonda. “Industry” è il ritratto perfetto dell’oscurità che ci attanaglia, e che sembra essere parte centrale di una notte che non intende lasciare il passo all’alba di un nuovo giorno.
Poco importa se non vedremo mai la luce del sole, in compagnia dei TV Cult non si sta affatto male, anzi. Abbiamo tutto quello che ci serve per andare avanti. All’oscurità ci siamo abituati, e un ritorno al mondo analogico in bianco e nero non sarebbe nemmeno poi cosi male, sicuramente è un’opzione che non ci sentiremo di scartare in partenza.
“Industry” ha l’unico difetto di guardare ad un modello che il tempo ha sancito come datato (nonostante l’affetto con cui continuiamo a nutrirlo quasi quotidianamente) che si caratterizza per una certa uniformità nelle scelte stilistiche.
Alla lunga, soprattutto chi non ha vissuto quegli anni, può essere portato ad annoiarsi. Per tutti coloro che invece ancora rincorrono sogni di uguaglianza e di dignità sociale l’album è un autentica dichiarazione di intenti, un disco politico a tutti gli effetti, da mettere al centro di ogni ragionamento che parta dallo stato delle cose attuali non solo nella vecchia Europa ma nel mondo. In sostanza possiamo guardare al ritorno dei TV Cult come a un momento di riflessione espresso attraverso un album spigolosamente ruvido, diretto nella sua semplicità e nella sua sincerità.
Un album che sa essere tagliente, sotto tutti i punti di vista.
tv cult
Moundrag :: Deux
Moundrag è una piacevole scoperta a cui siamo giunti di recente, e, come spesso accade, quasi per caso. Il duo francese, composto dai fratelli Camille e Collin Goellaen Duvivier, rispettivamente voce, Hammond, Mellotron, Moog, il primo, e voce, batteria e percussioni, il secondo, si sta ritagliando uno spazio importante in quel mondo di mezzo che sta tra il prog rock e l’hard rock di stampo 70’s. Come avrete capito qui non c’è assolutamente traccia di quegli strumenti “classici” del genere, come chitarra e basso. Ma il bello è che non se ne sente minimamente la mancanza, anzi se dovessimo essere costretti ad un ascolto al buio, probabilmente nemmeno ci accorgeremmo della loro assenza.
Con un preambolo di questo tipo avrete sicuramente capito che si tratta di un progetto che ha immediatamente attirato tutte le nostre attenzioni. E infatti è così. “Deux” è un gran bel disco, su questo non ci sono dubbi. Il suo saper stare in piedi con citazioni colte di un periodo florido a livello creativo e sperimentale come quello degli anni settanta, è un dato di fatto incontrovertibile su cui i due fratelli hanno costruito con attenzione e intelligenza i nove pezzi che lo compongono. Forse otto, visto che l’apertura è stata scelleratamente data in mano ad un solo di batteria di oltre due minuti che purtroppo scoraggerà chi non è veramente interessato all’ascolto e capita casualmente in contatto con l’album.
Noi stessi probabilmente avremmo rivolto altrove la nostra attenzione se non avessimo avuto da recensire il disco. Ed è strano, perché una topica di questo tipo, per un progetto di questo calibro, non ce la saremmo davvero aspettata. Detto questo, torniamo al disco, che merita tutte le nostre attenzioni. Il vero strumento intorno a cui tutto ruota è la voce, anzi le voci, visto che entrambi i fratelli cantano, in un rimando melodico intrecciato che sposta continuamente l’attenzione tra i due senza cadere mai di intensità.
Un album che esalta un momento storico a cui siamo particolarmente legati, e che promuoveremmo anche solo per questo, ma faremmo un torto al lavoro dei fratelli Duvivier che è davvero impeccabile e di qualità.










