iye-logo-light-1-250x250
Webzine dal 1999

Recensione : :: ACUFENI :: FASTIDI AURICOLARI CONTEMPORANEI #35

Acufeni XXXV esplora cinque realtà imperdibili: i Barrens con il raffinato “Corpse Lights”, le Die Spitz e la loro irriverenza punk, gli ESSES con la loro oscurità rituale, i Modder tra sludge ed elettronica e i Sunniva, viscerali e apocalittici. Un viaggio attraverso il suono estremo contemporaneo.

Barrens, Die Spitz, ESSES, ,Modder e Sunniva

:: acufeni :: XXXV si apre con i Barrens e la loro accattivante proposta, prosegue con le Die Spitz, freschissima scoperta statunitense, si ferma un attimo per contemplare la maestosità degli ESSES, alle prese con un album incredibilmente affascinante, e poi, continua, abbracciando Modder e Sunniva, alle prese entrambi con il rumore del caos.

Barrens :: Corpse Lights

“Corpse Lights”, secondo album dei Barrens, sancisce la crescita creativa del trio, che si mostra perfettamente a proprio agio nel tessere atmosfere avvincenti. Da un punto di vista concettuale l’album è incentrato sulle credenze popolari che individuano nelle piccole luci colorate che compaiono a ridosso delle abitazioni delle persone che stanno morendo, e che possiamo vedere come dei segnali luminosi che indicano il percorso da intraprendere per il trapassato.

L’ultimo passo terrestre prima della trasmigrazione dell’anima. Il disco, che arriva a cinque anni esatti dal debutto con “Penumbra”, ci presenta una band che fa della dissonanza uno dei suoi caratteri principali, che, insieme ai silenzi e alla ricerca della melodia contribuisce a rendere “Corpse Lights” un signor disco.

C’è ovviamente, vista l’idea di base, un tono decisamente malinconico, che sposa un approccio intenso anche nelle sue parti più dilatate, che sfociano costantemente in un crescendo quasi epico di grande trasporto. Un disco molto elegante in tutte le sue sfumature e direttrici che sa essere travolgente, ma anche meditativo quando serve.

Quando cioè il pathos deve diventare il fulcro del brano, attirando ogni nostra attenzione e colpendoci al centro del petto, laddove siamo più deboli. Siamo nel pieno dell’album, in contemplazione, ma non abbiamo il tempo di abituarci al cambio di atmosfera che torna ossessivo e dominante il carattere più deciso del disco, pronto a ribaltare ancora una volta l’andatura del nostro peregrinare. In un questo saliscendi di emozioni non è difficile perdersi, per cui il consiglio è proprio quello di lasciarsi andare, dolcemente cullati dai passaggi di un album costruito in maniera sublime da ascoltare e riascoltare, per poter godere al massimo di ogni sua sfumatura.

“Corpse Lights” è un universo in cui tutto è in discussione, ma al tempo stesso tutto è perfettamente funzionale al discorso di insieme, che raggiunge vette di accattivante armonia. Un disco che si nutre di bellezza, in ogni suo istante.

Die Spitz :: Something To Consume

Le Die Spitz sono una realtà dirompente. Le abbiamo scoperte recentemente, con il loro tour di supporto a Amyl & The Sniffers, e le abbiamo immediatamente inserite tra le nostre preferenze di questo 2025 che ci porteremo con entusiasmo nel nuovo anno. Le quattro ventenni di Austin, Texas, hanno le carte in regola per ribaltare il mondo musicale alternativo statunitense, e non fanno mistero di avere intenzione di volerci provare per davvero.

Dopo un EP che ha permesso loro di farsi conoscere, ecco arrivare “Something to Consume” il loro debutto sulla lunga distanza. L’album, che sta ottenendo grandi riscontri a livello internazionale, e che ce le presenta come una realtà dirompente, si caratterizza per il suo saper essere sfacciato e irriverente.

Si tratta di un disco freschissimo, coraggioso e di grande impatto, che non disdegna, da un punto di vista concettuale, di andare a toccare tematiche politicamente impegnate. In pratica c’è tutto quello che un debut album dovrebbe avere, compresa quell’immancabile dose di ingenuità che, poi, spesso purtroppo svanisce. In attesa di capire se anche le Die Spitz finiranno per perdersi, al momento non possiamo che sottolineare la loro grande coesione, frutto di un’alchimia che spazia tra il punk, il grunge e il rock alternativo, andando a ripescare e ricontestualizzare il meglio degni anni novanta, in un vortice di atmosfere cangianti di grandissimo impatto emotivo. “Something to Consume” è un disco ricchissimo di sfumature, che si rivela omogeneo proprio grazie al suo carattere eterogeneamente travolgente.

Un album avvincente, che presenta al suo interno una gamma sonora di primissimo piano, mai monotona, e sempre votata ad un impegno sociale che guarda al declino dei nostri giorni, da un punto di vista politico. Al netto di tutto questo, e del fatto che quando ci si ritrova a scoprire realtà così interessanti, tutta la fatica fatta per scovarle svanisce in un istante, sommersa e travolta dalla voglia di condividere con gli amici la novità, ancora non è chiaro quanto le Die Spitz possano essere un “prodotto” preconfezionato o meno. Sono state in grado di sfornare un album impeccabile, questo è fuori di dubbio, ma si tratta di un qualcosa che possiamo archiviare come spontaneo o no?

ESSES :: Pain at the Altar of Jest

ESSES è una realtà che, ad oggi, ha lasciato pochissime tracce del suo passaggio online. Le informazioni che possiamo trovare sono veramente ristrette e si limitano a pochissime note.

Sappiamo solo che si tratta di una band dell’estremità occidentale degli Stati Uniti, che si muove tra Oakland e Portland, e che “Pain at the Altar of Jest” è il terzo album della loro carriera, iniziata nel 2014. Il disco mette immediatamente in chiaro quelli che sono i suoi intendimenti, e lo fa con una partenza che apre davanti a noi un mondo trascendentale in cui veniamo immediatamente catapultati. Quello degli ESSES è un sound ipnotico che seduce e conquista, attraverso un album che possiamo assimilare ad un incantesimo che si prende la nostra anima, andandoci a colpire nei nostri punti deboli.

L’album è parte di un immaginario oscuro e metafisico straordinariamente sublime nel suo incedere. Potremmo essere fraintesi, ma non abbiamo timore ad affermare che in un album come “Pain at the Altar of Jest” ci sono picchi di autentica magia che catturano i nostri sensi, impedendoci di interrompere l’ascolto. Un album assolutamente inquietante, che trasuda malinconia e dolore, ma senza gridare, senza enfasi eccessive, puntando quindi solo sul pathos costante che si mantiene tale senza cadere mai di intensità. ESSES è una realtà intransigentemente proiettata verso un domani a tinte fosche, ma caldissimo.

Un domani in cui le melodie delicate ma decise della band sapranno valorizzare il lavoro di un progetto che va oltre i generi, e che punta diretto al cuore di chi ascolta.

Mentre il disco scorre in un continuum inesorabile, quasi ritualistico, la sensazione di non riuscire a dedicarsi ad altro ferma il tempo, andando a sancire una dipendenza tanto inattesa quanto inevitabile da cui sarà difficile affrancarsi. Intorno il mondo continua a correre, ma noi restiamo qui, fermamente adesi ad un album di una bellezza cristallina che ci porteremo dietro (e dentro) per parecchio tempo.

E che non possiamo che pensare come la colonna sonora di uno spettrale viaggio che ci costringe ad attraversare portali di cui nemmeno conoscevamo l’esistenza, lasciandoci condurre verso la follia, nel buio di un mondo oscuro che si apre al nostro passaggio rivelando tutta la sua forza incantatrice.

Modder :: Destroying Ourselves for a Place in the Sun

“Destroying Ourselves for a Place in the Sun” è uno di quegli album che tendenzialmente finiamo per apprezzare a dismisura, anche se in fase iniziale facciamo molta fatica a trovare le parole per raccontarli, e quindi rischiamo di odiarli in una immediata e irrazionale risposta, che poi, però, fortunatamente mettiamo da parte.

La proposta dei Modder, realtà belga che con questo album giunge al terzo album nel giro di quattro anni, è straniante. Possiamo pensare di collocarla in un ambito ibridato da sludge ed elettronica, che vive di un equilibrio praticamente perfetto, e che vede le sue componenti bilanciate grazie ad un intelligente lavoro di arrangiamento.

Quello dei Modder è un percorso che negli anni ha lasciato per strada ben poche certezza, tranne quella di pensare, di volta in volta, in modo quasi opposto al precedente disco. Tre album e tre approcci sonori che non potrebbero essere più distanti. In “Destroying Ourselves for a Place in the Sun” il quintetto fiammingo sperimenta soluzioni improntate ad una pesantezza di fondo che sposa sfumature post moderne dalla forte e decisa connotazione elettronico industriale.

E lo fa dosando con intelligenza la propria rabbia, senza voler eccedere, senza la voglia di dimostrare nulla di trascendentale, ma puntando, sempre e comunque, al raggiungimento del massimo livello di comunicabilità tra loro e chi ascolta. Niente esercizi di stile, niente autoerotismo compiacente, ma solo la voglia di arrivare a colpire, in modo diretto. Certo, tutto avrebbe potuto essere realizzato in modo più attento e meticoloso, ma il concetto è comunque chiaro, al netto di un mastering che non esalta più di tante le sfumature tra un passaggio e l’altro.

Non c’è quell’effetto dirompente che schianta le casse dello stereo e che fa urlare i vicini per il fastidio, ma, come detto, non si può avere tutto. Per ora, avere una band che sa dove vuole andare è a nostro modo di vedere già abbastanza. In linea di massima ci sentiamo di promuoverlo, non fosse altro che per il coraggio di andare ancora una volta in controtendenza, rimettendosi in gioco con un progetto che guarda ovunque tranne che al mercato.

Sunniva :: Hypostasis

Da un punto di vista etimologico Sunniva deriva da Sunngifu, che in inglese antico sta a significare “dono del sole”. Da un punto di vista sonoro invece Sunniva non ha alcun tipo di rapporto con il sole e la luce in generale. Il loro recente “Hypostasis” è qui per dimostrarcelo. Nelle sei tracce che lo compongono la band di Turku, c’è infatti una colata oscura di pece incandescente che annerisce tutto.

Quello dei finlandesi è un sound apocalittico che possiamo ricondurre ad un opprimente sludge, che devasta e distrugge tutto ciò che trova sul proprio cammino, in un susseguirsi di atmosfere opprimenti che straziano il respiro.

Concettualmente ispirato dal declino conseguente a quelli che siamo soliti chiamare “miti del progresso” (ogni riferimento al maestro Battiato non è puramente casuale) l’album mette in discussione i nostri modelli di sviluppo, libertà compresa. Il disco rappresenta la sublimazione dell’assenza di speranza per il futuro, realizzata attraverso un susseguirsi di soluzioni sonore che non contemplano la cacofonia, ma che cercano, con un approccio emotivamente intensissimo di mostrare quanto intenso possa essere il dolore, in ogni sua forma.

Un dolore che porta alla morte, in modo inesorabile, e senza alcun tipo di redenzione o di perdono. Il disco trasuda rabbia e disperazione, nella migliore tradizione sonora di tutte quelle band che mettono il concetto al centro del loro progetto sonoro, e che non si fanno problemi a spingere al massimo le urla che dilaniano le nostre anime sofferenti. Il quartetto finlandese è qui raffigurato nel suo momento di massimo splendore.

Ci accontenteremmo di ritrovarli esattamente così, nel prossimo album, ma non nascondiamo la speranza di poterli riabbracciare ancor più incazzati, e determinati nel volersi ritagliare uno spazio ancora più grande in ambito estremo. Ci sono un sacco di realtà molto più note di loro che stanno ottenendo da un punto di vista qualitativo ben più di quanto meritino.

Non siamo tra quelli che credono nella meritocrazia, per cui non ci facciamo illusioni, ma, in una loro crescita esponenziale a livello di riscontri, un pò ci speriamo davvero.

Scopri anche altri articoli di Recensioni Metal, approfondimenti su Frontiere Sonore e interviste a band emergenti del panorama alternativo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

CANALE TELEGRAM

RIMANI IN CONTATTO

GRUPPO WHATSUP

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE

"La città delle donne. Sicurezza, spazio pubblico e strumentalizzazione del corpo femminile nel contesto urbano. Una prospettiva di genere" di Bianca Fusco (Red Star Press)

La città delle donne di Bianca Fusco

Nel momento in cui abbiamo deciso di raccontarvi “La città delle donne”, l’esordio per Red Star Press di Bianca Fusco, abbiamo scoperto che, di recente, è andato in stampa il suo secondo libro “Lo spazio urbano come terreno di conflitto.