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Recensione : :: ACUFENI :: FASTIDI AURICOLARI CONTEMPORANEI #34

Appalooza, Bank Myna, Intercourse, Stefan Wesolowski e lo split tra Whitehorse e Uboa sono pronti a darvi fastidio. Tre su cinque sono dischi che abbiamo comprato, ma non vi diremo mai quali siano.

Appalooza, Bank Myna, Intercourse, Stefan Wesolowski, Whitehorse / Uboa

Trentaquattresimo episodio di :: acufeni :: Ancora una volta un carico di rumore in rigoroso ordine alfabetico in cui chiunque potrà trovare quello che necessita e che pensa possa essere l’ingrediente segreto per alienare la noia di vivere. Appalooza, Bank Myna, Intercourse, Stefan Wesolowski e lo split tra Whitehorse e Uboa sono pronti a darvi fastidio. Tre su cinque sono dischi che abbiamo comprato, ma non vi diremo mai quali siano.

Appalooza :: The Emperor of Loss

“The Emperor Of Loss”, recente album degli Appalooza, terzetto francese di Brest, uscito per Ripple Music, è un concept album incentrato sulla Sindrome di Stoccolma che racconta tutta la difficoltà legate alla schiavitù emotiva che caratterizza questa drammatica dinamica spersonalizzante.

Un concept che si muove attraverso tutti i tentativi di emancipazione, puntualmente falliti, che non riescono a modificare lo stato delle cose. Il disco può essere visto come la rappresentazione sonora di questa lotta infinita. Un disco che ha quindi un carattere decisamente intenso, che sublima la rottura del silenzio.

Musicalmente abbiamo a che fare con un album dal taglio decisamente oscuro, non eccessivamente rumoroso né intenso, ma comunque molto sofferto. Ed è proprio qui, nel suo essere alieno agli estremismi quello che può essere visto, a seconda dei punti di come si voglia guardare la cosa, come la maggiore qualità o il più grande limite. Personalmente avrei sperato di trovare qualcosa di più personale, di più azzardato.

Ma, alla fine, va bene anche così. Le qualità ci sono, devono solo essere messe al servizio della resa globale. Ci sarà tempo per limare anche questo dettaglio, e per dare vita ad un album che possa finalmente suonare come “definitivo” per una band che ha il coraggio delle proprie azioni e non sceglie di rincorrere nessuno. Il loro è infatti un percorso in salita, scelto volutamente dalla band, e non imposto dai trend. Hanno una loro idea e la stanno portando avanti. Il tempo sarà ancora una volta il giudice finale, ma siamo dell’idea che ci sia davvero tutto per poter fare quel salto di qualità che ancora una volta è stato rimandato.

In questo senso, la Ripple si conferma come una delle realtà più attente in un certo ambito sonoro alternativo, sempre pronta a fornirci album tutt’altro che banali come “The Emperor of Loss”.

Bank Myna :: Eimuria

“Eimuria” si caratterizza per il suo intimo legame con le vite drammaticamente intense di Alejandra Pizarnik (poetessa surrealista argentina morta suicida) e Camille Claudel (scultrice francese deceduta in manicomio per denutrizione). Un legame sancito dalla catarsi sonora che il quartetto parigino (giunto oggi al suo terzo album) riesce a tessere in modo elegante e caldo.

Quarantacinque minuti di intensità variabile, ma sempre e comunque a fuoco per i Bank Myna, che riescono a incantare e a sedurre anche coloro che solitamente non nuotano nel mare del post rock più intimista. “Eimuria” però non può essere definito come un disco post rock a tutti gli effetti. C’è molto di più nelle cinque tracce che lo compongono. Per certi versi non è nemmeno rock, se vogliamo essere fiscali.

Di certo è una grande sfida che i Bank Myna ci lanciano, invitandoci a seguirli nella loro discesa verso l’intimo di un sentire che non può prescindere dall’idea di ritualità ultraterrena avvolgente che emerge istante dopo istante.

È un album che può piacere o meno, ma non possiamo discuterne la qualità, l’intelligenza della proposta e l’elegante atmosfera collettiva che lo caratterizza. Un album dove la bellezza diventa rumore, in un crescendo di intensità che non sfocia mai nella cacofonia, e che flirta con la sperimentazione dilatata di atmosfere delicate e sognanti, non prive però di un dolore inestricabile dal grande fascino.

I Bank Myna riescono a tessere un quadro a tinte forti che sposa un andamento ipnotico liberato dal tempo, che entra nei nostri cuori dilaniandoli dall’interno, segno che siamo alle prese con una realtà dotatissima che sa come affascinare e come catturare le nostre attenzioni. Un disco “incantato” che trasuda bellezza da cui non è facile staccarsi. Un segnale di crescita inarrestabile che li colloca in quel contesto di band a cui guardare con estrema attenzione per il futuro. Contesto in cui sono ammessi solo i portatori sani di bellezza e calore come i Bank Myna.

Intercourse :: How I Fell In Love With The Void

Sesto album per gli Intercourse. Ed ennesimo centro. “How I Fell In Love With The Void” ce li consegna infatti ancora una volta alle prese con quel mondo che ruota intorno al noise rock che fa dell’imprevedibilità il suo marchio di fabbrica. È quando si tratta di dare sempre meno punti di riferimento ecco emergere le realtà qualitativamente più dotate. Ed ecco infatti arrivare gli Intercourse.

Adoriamo gli album che vivono in antitesi con la stasi e si sganciano dai cliché sonori. Non possiamo quindi non apprezzare un album come questo, che riconcilia con il piacere dell’ascolto. “How I Fell In Love With The Void” è un album che non sappiamo se definire selvaggio o selvatico, perché ancora non ci è chiaro quale delle due accezioni sia quella che rende meglio l’idea. Per cui scelgo di non scegliere. “How I Fell In Love With The Void” mostra come il disagio dell’ascolto si possa trasformare in un istante in un piacevole compagno di viaggio di cui non potremo più fare a meno.

Gli Intercourse dimostrano di possedere una grandissima intelligenza sonora, che, ovviamente sposa un’altrettanto elevata padronanza da un punto di vista concettuale, espressa attraverso liriche devastanti che ti sparano in faccia le realtà delle cose, senza mezzi termini, in modo cruento.

Un gesto quasi doveroso visti i tempi attuali. Un gesto che rappresenta tutto quello in cui la band crede, e che non facciamo fatica a individuare come dolore allo stato puro, declinato in ogni sua manifestazione e incarnazione possibile. Un album “concreto”, che travolge, e che, a fine ascolto, continua il suo martellare, mentre siamo ancora frastornati. Resta solo il vuoto con cui dobbiamo venire a patti.

Che è tutto tranne che un silenzio compiacente. Sono gli acufeni che sibilano nelle nostre orecchie dopo la travolgente furia di un album che trasuda disperazione e angoscia, dolore e rabbia.

Stefan Wesolowski :: Song of the Night Mists

“Song of the Night Mists” segna il ritorno del compositore post-classico polacco Stefan Wesołowski.

L’album, registrato a Danzica, in due diverse sessioni, divise tra il suo studio e la Basilica di S.Nicola, si caratterizza per un elegante rimando tra strumenti acustici come pianoforte, violino e contrabbasso, e synth analogici. Se a tutto ciò aggiungiamo anche i field recordings che lo stesso Wesolowski ha raccolto sui Monti Tatra (al confine tra Polonia e Slovacchia) il quadro di insieme è completo.

Il disco, incentrato su temi esistenzialistici come amore e morte, si caratterizza per la sua impronta cinematografica decisamente spiccata che prova a raccontare un mondo senza gli esseri umani, in cui la natura è padrona indiscussa. Un album dal tono decisamente drammatico che suona in modo sublime e che cattura immediatamente l’attenzione, riuscendo ad essere apocalittico ma senza mai diventare troppo “barocco”.

Di certo non è un album per tutti. Occorre sgombrare l’idea di musica come intrattenimento, e provare a pensare che il disco debba essere visto come un tramite per il raggiungimento di un livello introspettivo più alto di quello che solitamente sentiamo nostro durante l’ascolto dei dischi a cui siamo più intimamente legati. Qui si tratta di lasciarsi andare, di distruggere i confini e attraversare i portali che ci separano dalle altre dimensioni. Se pensiamo di non essere in grado di farlo, non sentenziamolo a priori, almeno proviamoci.

Whitehorse / Uboa :: The Dissolution of Eternity

Quando scorgiamo all’orizzonte uno split non riusciamo a resistere. Si tratta di un formato che da sempre attira la nostra attenzione, e che spesso ci ha regalato inattese scoperte. Non fa eccezione questo tra Whitehorse e Uboa. Da un lato una pesantezza indescrivibile, ridotta a soli due pezzi per un assalto che supera i ventitré minuti di durata. Dall’altro la scoperta di cui sopra. Uboa è infatti ill nome nuovo che ha caratterizzato le nostre più recenti giornate. Il suo è un oscuro e disperato inferno sonoro che ci ha immediatamente catturato, e da cui abbiamo fatto fatica a distaccarci.

Restiamo su di lei, limitandoci a promuovere Whitehorse per la pesantezza opprimente e per il gusto, e la scelta di non eccedere puntando sull’impatto monolitico. È lei la vera perla di questo disco. Cinque brani che proseguono in quel percorso (abbiamo fatto i compiti e ci siamo documentati sul suo passato) intrapreso nel duemiladieci, che l’ha portata, attraverso un viaggio travagliatissimo, ad essere oggi, una delle realtà più interessanti in ambito noise industrial. Il suo sound apocalittico riflette la sua quotidiana lotta contro i pregiudizi che sente addosso.

Xandra Metcalfe è infatti una persona transgender alle prese con disturbi autistici e ADHD che le causano traumi a livello emotivo, al punto di portarla a tentare il suicidio. Quello che mette in musica è il suo inferno interiore, declinato in tutte le forme possibili. Un disco inquietante che ce la presenta alle prese con la crudeltà di un mondo bigotto e inospitale, e che non poteva che suonare oscuro e inquietante.

Al netto di una inattesa ricerca della melodia, i suoi brani mostrano un approccio violento che sposa però un gusto per gli arrangiamenti davvero molto elegante, che riesce a mettere in secondo piano il rumore del male. Il suo crescendo riesce a spogliarla delle velleità prettamente industrial con cui apre il proprio spazio, proiettandola in un mondo parallelo dove tutto diventa più ovattato, ma non meno intenso da un punto di vista emotivo.

Se Whitehorse rappresenta la certezza, Uboa è delirio e amore immediato.

 

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