WHITE LIES – RITUAL

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Sono passati ormai due anni dall’acclamato/discusso To Lose My Life…, ovvero dal debutto dei White Lies. Ora, i tre londinesi (Harry McVeigh, Charles Cave, Jack Lawrence-Brown) tornano con questo Ritual, cercando di confermare quanto di buono già fatto. Per riuscire nell’impresa si sono affidati ad Alan Moulder (già al lavoro con Smashing Pumpkins, NIN e altri) mentre, a coprir le spalle, c’è ancora la Fiction Records.

Is Love apre il disco con calma e quiete, per poi inarcarsi con moderato nervosismo. Strangers, subito dopo, scorre liscia e fluida come un fiume vigoroso, alternando ruvidi tappeti sonori a delicati momenti di pura melodia, tra synth, ritmiche quadrate e l’affascinante voce di Harry McVeigh. Bigger Than Us, primo singolo estratto, è tremendamente energica e accattivante, tra i synth pulsanti, la batteria incalzante e ritornelli decisamente da stadio. Peace & Quiet cerca di calmarci, di riportare il battito cardiaco a livelli normali, con la sua introspezione, le sue radici eighties, le sue esplosioni venate di falsetto. Streetlights abbraccia i synth e li stringe a sé senza colpire particolarmente, ma, Holy Ghost, decisamente più energica e cupa, sorretta dal basso vibrante nello sfondo, si spinge fino dentro il cuore delle tenebre. Turn The Bells, prosegue in questo oscuro viaggio, inserendo elementi quasi industrial, con il suo incedere lento e imperterrito, cupo e profondo, fino ad aprirsi nei ritornelli. The Power & The Glory, più sottile e banale, si affida a minimali linee melodiche, passando il testimone a Bad Love che, escluso l’intro un po’ in ribasso, rialza i toni, recuperando sempre più energia. Infine, Come Down, conclude con dignità, riscattando i precedenti passi falsi, concedendosi melodie più convincenti e coinvolgenti (escluso il coro nella seconda parte).

I White Lies sono sull’orlo del baratro e probabilmente presto ci cadranno dentro. Questo Ritual è l’ultimo baluardo, oltre è solo terra bruciata. Il New Wave Revival è finito. Cioè, è finito il New Wave Revival interessante, quello che si basa sul contenuto e la qualità; per quello legato al commercio massivo e ignorante, invece, forse è solo l’alba.

Ritual, di per sé, riesce a raggiungere la sufficienza, anche se con notevoli sforzi. Le canzoni sono in alcuni casi interessanti, molte volte mediocri, a sprazzi deludenti. La prima parte dell’opera procede bene, poi si ha un calo di idee, di soluzioni compositive. Ian Curtis è una salma che non ne può più di essere riesumata, forse i White Lies cominciano a capirlo, ma voltare lo sguardo verso i Depeche Mode potrebbe non rivelarsi la mossa migliore. C’è troppo sapore di “già sentito”. Escluse alcune piccole isole felici, il disco sprofonda in un oceano di mediocrità. Come già detto, siamo sul ciglio del baratro, oltre, c’è solo il nulla.

TRACKLIST:
01. Is Love
02. Strangers
03. Bigger Than Us
04. Peace & Quiet
05. Streetlights
06. Holy Ghost
07. Turn The Bells
08. The Power & The Glory
09. Bad Love
10. Come Down

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