Se vi siete svegliati stamattina con la netta sensazione che il mondo intorno a voi sia solo un rendering a bassa risoluzione fatto da un’intelligenza artificiale pigra, molto bene perché questa è la colonna sonora per accompagnare il resto della giornata.
L’ultimo lavoro dei Proton Packs in prossima uscita: “Visions from the void”. Schiaccio Play:
“In the Dark” apre il disco come si aprono le porte automatiche di un Vault della Tec Corporation: con quel “sibilo” tipico di quando alle spalle non hai più molto da salvare. E una volta dentro non si accende la luce… si impara a convivere con il buio.
Il pezzo parte compatto, nervoso, con una sezione ritmica che spinge dritta senza fronzoli e chitarre che lavorano più di tensione che di sfoggio. Non c’è mai la sensazione di un’esplosione gratuita: tutto resta sotto controllo, come se la band stesse trattenendo il colpo più forte per il momento giusto. È un rock scuro, urbano, che guarda al post-punk ma non si rifugia nella nostalgia: semmai la usa come carburante. Smarrimento, isolamento, la sensazione di muoversi a tentoni mentre il mondo corre da un’altra parte. Come primo brano di Visions from the Void è una scelta intelligente e un filo crudele: i Proton Packs non ti prendono per mano, ti spingono dentro il disco e poi chiudono la porta a chiave. Se questo è l’ingresso, il viaggio promette di essere più inquieto che confortevole. E va benissimo così!
Dopo l’entrata siamo già in sala macchine, tra cavi annodati e luci intermittenti con “Corrupted File”. Il suono si fa più teso, più irrequieto, come se qualcosa nel sistema stesse iniziando a cedere sul serio. Ne abbiamo già parlato qui https://www.iyezine.com/proton-packs-e-3-spirali-vorticose, con i brani in anteprima “The Backrooms” e “The tunnel at the end of the light”.
“Call of the Moon”, quarto episodio dell’album, non rallenta il battito e aumenta la profondità dello sguardo. Dopo le tensioni compresse dei brani precedenti, qui la band sembra concedersi uno spazio più notturno e ipnotico, senza però mai cedere alla tentazione di rilassarsi davvero. È una tregua apparente, di quelle che ti fanno abbassare la guardia solo per colpirti meglio dopo. La luna dei Proton Packs non è consolatoria, è un faro freddo che illumina crepe e solitudini. Più che un invito, sembra una condanna dolce, inevitabile. Funziona come snodo narrativo del disco: abbassa il volume emotivo ma alza quello psicologico. È il momento in cui Visions from the Void smette di correre e inizia a fissarti negli occhi. E a quel punto capisci che non è un concept solo estetico, ma uno stato mentale da cui sarà difficile uscire indenni.
“Hallucination Nation” è esattamente quello che succede quando il punk-rock decide di hackerare un mainframe degli anni ’80. La chitarra morde come un cavo scoperto, sostenuta da una batteria che sembra correre per sfuggire a un firewall difettoso. Il ritornello è un vero e proprio earworm ipnotico:“Simulation deployed / Deep in your brain”.
Flip the record.
Il Lato B parte con un pezzo, “Over and over” dal DNA inequivocabilmente alla Proton Packs sin dal riff. Il testo è un esercizio di onestà brutale mascherata da energia cinetica. C’è un’ironia sottile nel cantare di un loop mentre si segue una struttura musicale così trascinante che ti spinge solo a premere di nuovo “repeat”.
A seguire un altro tassello di questo puzzle distopico: “Anomaly” dove finiamo dritti nella cameretta di un adolescente paranoico che ha appena scoperto il solipsismo. E, spoiler: è molto divertente. È una dichiarazione di “semi-follia” giovanile che descrive perfettamente quella sindrome di Truman Show che la generazione Z e i Millennial conoscono fin troppo bene. È il pezzo da sparare in cuffia quando sei in coda alla posta e guardi le persone intorno a te pensando che siano tutti NPC (Non-Player Characters) generati proceduralmente solo per darti fastidio, quelli che puoi uccidere giusto per aumentare i punti XP.
“I didn’t get the memo” è una bomba! Il brano ci scaraventa in una narrazione degna di un episodio di Ai confini della realtà (citato esplicitamente come “50s TV show”). Il protagonista si sveglia da un coma durato ben undici anni, curato per un trauma in un ospedale ormai fatiscente, solo per scoprire di essere stato completamente dimenticato. Il vero colpo di genio arriva nel ritornello, un’esplosione melodica che spiega l’assenza di vita umana ed è di un’ironia tagliente: non è un’apocalisse nucleare, è solo che tutti si sono trasferiti su Plutone e lui… beh, è rimasto.
Ora, se fate fatica a prendere sonno, dimenticate le tisane alla valeriana e i video ASMR con i suoni della pioggia, “Insomnianaut” trasforma l’insonnia in un’esplorazione intergalattica confinata tra le quattro mura di una camera da letto. Veloce, squillante e decisamente troppo energica per chiunque dovrebbe essere in fase REM. Non dormirete ma almeno ascoltate un po’ di buona musica.
“Rabbit Hole Mind”: Se il viaggio di Visions from the Void fosse un film di Christopher Nolan, questo brano sarebbe il momento in cui la trottola continua a girare e tu capisci che, in fondo, non ti dispiace affatto rimanere nel sogno. Ma dimenticate i conigli bianchi e i tè delle cinque. Qui la “tana del coniglio” è una metafora dell’ossessione moderna, magari quella che ti fa passare ore a scrollare profili della tua ex o a cercare sedicenti verità nascoste nei pixel di uno schermo.
Poi, i Proton Packs ci regalano l’inno definitivo al pessimismo cosmico, ma lo fanno con un’energia tale che viene voglia di festeggiare la fine del mondo. “Nothing Works Out in the End” è una carrellata di sfighe degne di un cartone animato di serie B. Si parte forte con un asteroide che cade dritto sul tetto di casa e un biscotto della fortuna che, invece di dare saggi consigli, ti ricorda semplicemente che a nessuno importa di te, ma il colpo basso deve ancora venire: “I quit my one-man band / My girlfriend left me for my imaginary friend”!
La chiusura perfetta per un album che ha esplorato il vuoto e l’assurdo, i glitch e il futuro. I Proton Packs ci dicono che non importa quanto ci provi, alla fine qualcosa andrà storto, quindi tanto vale imbracciare una chitarra e cantarci sopra. È un disco catartico, divertente e profondamente onesto.
TRACKLIST
1. In The Dark
2. Corrupted File
3. The Backrooms
4. Call Of The Moon
5. The Tunnel At The End Of The Light
6. Hallucination Nation
7. Over And Over
8. Anomaly
9. I Didn’t Get The Memo
10. Insomnianaut
11. Rabbit Hole Mind
12. Nothing Works At the End










