iye-logo-light-1-250x250
Webzine dal 1999

Perché i locali rock in Italia chiudono (e come diavolo sopravvivono quelli che resistono)

Sono anni che questo tema si ripete nelle conversazioni tra matusa come il sottoscritto. E' ora di fare il punto della situazione.

locali rock

Sono anni che questo tema si ripete nelle conversazioni tra matusa come il sottoscritto ad ogni serata musicale. E’ ora di fare il punto della situazione:

Sono stati rifugi per sfigati con il cuore grande, palestre culturali dove imparavi che tre accordi bastano (ma quattro sono meglio), luoghi sacri dove la birra costava poco e le conversazioni duravano fino all’alba. I locali rock in Italia non erano solo posti dove suonare: erano mappe emotive, bussole esistenziali, il posto dove capivi chi eri davvero alle tre di notte con “Smells Like Teen Spirit” nelle orecchie.
Oggi molti di quei posti hanno abbassato la serranda. Non perché il rock sia morto (spoiler: non lo è), non perché improvvisamente tutti abbiano scoperto la trap (ok, qualcuno sì), ma per una serie di motivi che raccontano molto più del solito “i giovani d’oggi non capiscono niente”. La verità è meno romantica e più prosaica: è una questione di bollette, burocrazia e birre non vendute.
Il problema dei numeri (ovvero: quando l’Excel piange)
Gestire un locale rock oggi significa avere i costi di una multinazionale e gli incassi di una bancarella di CD usati. Affitti che salgono come se fossimo in centro a Milano (anche quando sei in una zona industriale), bollette che farebbero tremare Jeff Bezos, SIAE che vuole la sua fetta pure se suoni un kazoo, sicurezza, personale, licenze varie ed eventuali. Tutto aumenta. Il pubblico? Quello no.
Una serata con DJ che mette elettronica o commerciale garantisce flussi costanti: la gente beve, balla, non rompe. Un live rock? Beh, dipende. Anche quando la sala è piena (miracolo!), i margini sono sottili come la pazienza del fonico al terzo “puoi alzarmi in spia?”. E quando la sala è mezza vuota, quei margini diventano voragini finanziarie dove ci butti dentro sogni, risparmi e la tua ultima speranza di andare in vacanza.
Il rock dal vivo è economicamente instabile in un sistema che pretende stabilità. È come chiedere a uno che ha fatto il liceo classico di compilare un bilancio: tecnicamente possibile, ma doloroso per tutti.
Il pubblico non è sparito, si è solo perso per strada
Negli anni Novanta e Duemila il locale era una seconda casa. Tornavi ogni settimana, conoscevi il barista per nome, sapevi quali bibite erano scadute e le ordinavi lo stesso. Si socializzava, si costruiva una scena, si facevano amicizie che duravano una vita (o almeno fino al primo litigio su chi fosse il miglior album dei Radiohead – spoiler: nessuno!).
Oggi il pubblico è frammentato come un vecchio vinile in gommalacca caduto male. La gente esce meno, decide all’ultimo minuto consultando quattordici app diverse, consuma musica come evento Instagram-friendly e non come abitudine esistenziale. Meno fidelizzazione significa meno birre vendute, meno incassi, meno respiro. Il problema non è la passione: è che la passione ora ha l’attention span di un pesce rosso sotto caffeina.
Il rock non è più il centro dell’universo (scusa, Kurt)
Il rock non è morto, ma diciamocelo: ha perso il ruolo di linguaggio generazionale dominante. È diventato una cultura di nicchia, spesso percepita come roba da nostalgici che ancora credono che MySpace tornerà di moda. Nel frattempo, per l’attenzione del pubblico competono clubbing, elettronica, trap, reggaeton, stand-up comedy, escape room, corsi di macramè e quel format ibrido dove un DJ mette dischi mentre un tizio dipinge in diretta.
Un locale che resta rigidamente “rock puro” rischia l’isolamento. Non perché non abbia dignità artistica, ma perché il contesto è cambiato. È come insistere a vendere solo lettori CD nel 2025: ammirevole, ma buona fortuna con il business plan.
Burocrazia e tolleranza zero (ovvero: l’Italia che amiamo)
In Italia basta poco per spegnere una stagione di concerti: un vicino rompipalle con il numero dei vigili in rubrica, un fonometro usato con lo spirito di chi cerca evasori fiscali, un limite acustico applicato senza pietà né mediazione. Le norme su rumore e sicurezza sembrano pensate da qualcuno che odia profondamente la musica dal vivo e ama profondamente la pace delle 21:30.
Molti locali hanno chiuso non per mancanza di pubblico, ma per sfinimento psicologico dei gestori. Perché puoi resistere ai debiti, ma non a tre anni di “deve abbassare il volume” mentre suona un trio acustico.
Il cortocircuito delle band (o: quando tutti suonano gratis)
Le band non sono peggiorate: è peggiorato l’ecosistema. Suonano spesso gratis o per la “visibilità” (che è la valuta preferita di chi non ti paga), faticano a costruire un seguito local stabile, promuovono i loro concerti su social dove il post viene sommerso da meme di gatti in 2,7 secondi. Il locale investe tempo, spazio, corrente elettrica. Il ritorno? Incerto come il meteo di aprile.
Senza un circuito sano, la filiera si spezza. E quando si spezza, tutti ci rimettono: band, locali, pubblico e quel tizio che vende magliette fuori dal bagno.
Chi resiste non lo fa per romanticismo (ma anche sì, un po’)
I locali rock ancora aperti non sono musei viventi o atti di eroismo disperato. Sono strutture che hanno capito come adattarsi senza tradirsi completamente. Come? Con una serie di trucchi degni di MacGyver:
Programmazione ibrida: Il live resta centrale, ma non è più l’unica carta da giocare. DJ set post-concerto, serate tematiche, punk mescolato con indie, alternative con una spruzzata di elettronica, tribute band che, piaccia o no, riempiono la sala e pagano le bollette. Il purismo ideologico non paga l’affitto. L’affitto vuole euro, non principi.
Comunità prima del profitto: I locali che resistono hanno pubblico affezionato, volontari che lavorano per amore (e birra gratis), reti associative che funzionano. Circoli ARCI, spazi culturali dove non consumi solo musica ma appartenenza. Non cercano tutti: cercano i loro. E i loro tornano, portano amici, comprano merchandise e difendono il posto su internet con ferocia.
Geografia intelligente: Sopravvive meglio chi sta fuori dai centri storici: periferie, zone industriali, capannoni riconvertiti, posti dove puoi fare rumore senza che il condominio chiami la madama. Il rock ha bisogno di decibel, tempo e libertà, non di vetrine patinate e affitti da boutique.
Identità forte e comunicazione seria: Chi resiste ha una linea chiara e la racconta bene. Social curati, grafiche che non sembrano fatte su Paint nel 2003, memoria storica, senso di luogo. Non inseguono ogni moda: costruiscono riconoscibilità. Sanno chi sono e te lo fanno capire prima ancora che tu entri.
Polifunzionalità (ovvero: fare mille cose per farne sopravvivere una): Oggi un locale rock è spesso anche sala prove, spazio espositivo, bar di quartiere, centro culturale, posto per concerti pomeridiani, domenicali, per workshop, presentazioni di libri, feste di compleanno indie. Un solo uso non basta più. Devi essere tutto per tutti, ma con gusto.
Una questione culturale (non solo musicale)
I locali rock non hanno chiuso perché “la gente non ama più il rock”. Hanno chiuso perché il rock è diventato una cultura resistente, non dominante, e l’Italia fatica storicamente a sostenere le culture che resistono. Siamo bravi con i grandi nomi, con i festival milionari, con le operazioni mainstream. Meno bravi con i luoghi piccoli, ostinati, scomodi, …necessari!
Quelli che restano aperti non lo fanno per nostalgia, ma per testardaggine organizzata. Per un mix di passione, pragmatismo e incoscienza. E continuano a ricordarci che certe musiche non hanno bisogno di essere al centro di tutto: hanno solo bisogno di uno spazio dove suonare forte, ancora.
E magari di qualcuno che compri una birra in più.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

CANALE TELEGRAM

RIMANI IN CONTATTO

GRUPPO WHATSUP

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE

FRUM - WHIRLPOOL / Íða

FRUM – Whirlpool / Íða

Cosa fare in una dimensione alternativa da cui non c’è via d’uscita? Nel caso di “Whirlpool / Íða” forse la cosa migliore è perdersi, in compagnia della musica trascendentale di FRUM.

Frontiere Sonore – PUNTATA 11

Ascoltiamo: 3Force, Geese, Ascanio Borga, Midnight Distance Club, Clement Bazin, Valentin Liechti Trio, Diar Storm, Jetstream Pony, Lorenzo Piccone, Anti Lilly Phoniks