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Recensione : Proton Packs e 3 Spirali Vorticose

La band toscana ci sbatte in faccia tre, dicasi tre, brani inediti per farci spostare il body weight da una gamba all'altra come se dovessimo far pipì aspettando con trepidazione l'uscita del nuovo LP.

Proton Packs

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La band toscana ci sbatte in faccia tre, dicasi tre, brani inediti per farci spostare il body weight da una gamba all’altra come se dovessimo far pipì aspettando con trepidazione l’uscita del nuovo LP.

Sentiamoli in ordine di uscita:

Corrupted File” si presenta come il primo singolo tratto dal nuovo album in dirittura d’arrivo e non perde tempo: è come se qualcuno avesse inserito un virus in un Commodore 64 e gli avesse chiesto di suonare punk rock. La produzione è nitida ma abrasiva, il testo gioca con immagini digitali glitchate e sogni che si ribellano, tutto rigorosamente in alta fedeltà da 48 kHz. 

I riferimenti sci-fi non sono una trovata di facciata ma parte integrante del mood: il registro lirico sembrerebbe scritto da un programmatore insonne dopo tre Red Bull di fila. Musicalmente, la traccia è un concentrato di power chords e ritmi incalzanti che non lasciano scampo, se il tuo file mentale si “corrompe” durante l’ascolto, è esattamente l’effetto cercato. Ironico, veloce, e sorprendentemente memorabile.

Se “Corrupted File” è un crash di sistema, “The Backrooms” è il trauma post-ufficio. Il testo ti catapulta in un loop kafkiano dove le Backrooms sono uno di quei fenomeni di horror psicologico che solo internet poteva partorire senza chiedere permesso: un labirinto extradimensionale di stanze vuote e disturbanti, tra muri gialli, moquette eternamente umida e luci fluorescenti che ronzano come un pensiero molesto. Ci si finisce dentro “uscendo” dalla realtà con un noclip, l’equivalente metafisico di inciampare nel pavimento dell’esistenza.

Nate nel 2019 da una creepypasta pubblicata su 4chan, le Backrooms hanno fatto quello che sanno fare meglio le idee inquietanti: moltiplicarsi. Video virali, giochi, mappe, livelli infiniti e presenze ostili hanno trasformato quell’immagine iniziale in un universo espanso del disagio, dove il vero orrore non è tanto ciò che incontri, ma quanto a lungo sei costretto a restare.

Più che spaventare con colpi di scena, le Backrooms lavorano di sottrazione: ripetizione, silenzio, attesa. Un terrore a bassa intensità, persistente, che ti fa chiedere non cosa ci sia dietro l’angolo, ma se l’angolo finirà mai. E spesso la risposta è no, roba che anche Escher avrebbe declinato. 

Musicalmente è un perfetto equilibrio tra punk rock e ironia nervosa, mentre la voce racconta con un tono quasi sprezzante la monotonia alienante della routine quotidiana. È come se i Ramones avessero incontrato l’ambient di un videogioco horror degli anni ’90 e ne uscisse un pogo meta-esistenziale.

The Tunnel At The End Of The Light“: Il titolo potrebbe sembrare già una filosofia da manuale di Zen Punk Rock: il tunnel è finito, ma la luce non si vede. Questa traccia, anch’essa anticipazione dell’LP, gioca con immagini di un viaggio psichedelico attraverso spazi sonori da ballata distorta e melodie che si accumulano come pensieri ossessivi.

Dal punto di vista emotivo, è il ponte ideale tra i due singoli precedenti: mantiene la frenesia sonora tipica dei Proton Packs ma apre un varco di luce (metaforica) che sembra dire “sì, anche noi ci stiamo chiedendo se c’è qualcosa oltre il corridoio. È punk, è cinico, ma, come sempre, con quel tocco di ironia fantascientifica  che fa sorridere anche mentre ti scuote la testa.

In definitiva, questi tre brani, sono coordinate precise di una mappa che porta dritta al prossimo LP: un disco che promette di suonare come una fuga di dati emotivi, tra ansia digitale, routine che si ripetono all’infinito e tunnel senza uscita apparente. Ora resta solo da aspettare il crash finale… col volume al massimo!

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