Vent’anni di cannibalismo

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Nel 1996 un mucchio di sanguinolenta e polposa materia organica si schiantò, lasciando indelebili tracce ematiche, sulla letteratura italiana. Fu in quell’anno infatti che alcuni giovani, «sfrenati ed intemperanti» scrittori  pubblicarono romanzi e racconti la cui crudezza, realistica e spietata, sdegnò la cultura letteraria italiana di fine millennio. Li chiamarono Cannibali, perché né il termine noiristi, né quello di orroristi avrebbe reso abbastanza l’idea della loro passione per l’efferatezza.

Occhi sulla graticola di Tiziano Scarpa, Woobinda di Aldo Nove, Fango di Nicolò Ammaniti, Bastogne di Enrico Brizzi, Destroy di Isabella Santacroce, ma soprattutto l’antologia Gioventù cannibale, a cura di Daniele Brolli, vennero pubblicati pressoché all’unisono, da diverse case editrici, mostrando al grande pubblico un’Italia feroce, sadica e brutale, ma allo stesso tempo allegra, scanzonata e voluttuosa.

Gli autori, nei romanzi e nei racconti, descrivono minuziosamente le vicende di personaggi, di solito giovani arrembanti, che combattono la noia della loro post-adolescenza in maniera violenta e realisticamente impensabile: violenze carnali, efferati omicidi, consumo smodato di droghe, alcolici e psicofarmaci, nonché pratiche sessuali estreme e promiscue.

Per descrivere queste storie di ordinaria fobia i Cannibali usano un linguaggio innovativo, informale ed accattivante, pieno di neologismi, presi in prestito dalla TV, ma anche zeppa di imprecazioni ed anche di riferimenti musicali. Tanta musica viene infatti citata, tendenzialmente post-punk (Joy Division, Public Image Ltd, Nick Cave, etc.), come se i Cannibali, insospettabilmente premurosi nei confronti dei loro lettori, volessero fornire loro la giusta colonna sonora. A fare le spese di questo nuovo modo di raccontare la realtà sono le consuetudini letterarie, l’accademismo dei baroni seduti dietro alle cattedre, ed infine la punteggiatura, che viene talvolta abolita, per lasciare che la narrazione proceda senza dogmatiche interferenze.

Evidentemente i Cannibali fecero irruzione nel mondo della letteratura italiana, senza badare troppo alla delicatezza dei convenevoli, e questo attirò su di loro non poche critiche: qualcuno li attaccò per la scarsa originalità delle trame, altri li reputarono poco credibili perché la loro narrativa risultava lontana dalla realtà italiana. I fatti di cronaca degli anni a venire, come osservò giustamente Daniele Luttazzi, dimostrarono però il contrario: le pagine di cronaca nera dei giornali nazionali iniziarono a grondare sangue in maniera sempre meno dissimile da quanto non facessero quelle dei racconti Cannibali.

 

Ma cosa ne resta del Cannibalismo? Come se la passano oggi i rappresentanti di questa feroce corrente letteraria? Per rispondere a queste domande è opportuno dire che i ragazzi del ’96 hanno aspettato, pazientemente ed invano, un’altra infornata di talentuosi emergenti, così da potersi finalmente scrollare via di dosso l’appellativo di “giovane scrittore” quando l’età rendeva ormai tale appellativo tanto imbarazzante quanto ridicolo, come disse Tiziano Scarpa in un intervista di qualche anno fa a Veronica Raimo (http://www.minimumfax.com/libri/magazine/240). Ma il ricambio generazionale, si sa, può lasciar delusi: gli scrittori dei primi anni del nuovo millennio intrapresero infatti percorsi letterari molto diversi dal cannibalismo. La violenza fu raccontata in maniera seriosa e documentaristica, da nomi illustri come Saviano (Gomorra) e De Cataldo (ad esempio in Romanzo Criminale). In più, i primi anni duemila segnarono anche un ritorno ai temi evergreen della letteratura italiana: l’amore turbolento, l’amicizia trionfante, l’inquietudine sfigata dell’adolescente medio o del suo fratello maggiore sulla soglia dei trent’anni (si pensi ad Acciaio di Silvia Avallone o a La Solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano).

I Cannibali non trovarono quindi nessuno a cui passare il testimone (sebbene qualcuno, poco incline alla rassegnazione, parlò di post-cannibalismo) e si sentirono in dovere, o in diritto, di crescere e di andare avanti, prendendo strade diverse, talvolta impervie, talvolta di successo: Tiziano Scarpa vinse nel 2009 il premio Strega con Stabat Mater, un romanzo ambientato in un orfanotrofio veneziano del ‘700; il tema della genitorialità ha riguardato molte opere successive di Scarpa, alcune delle quali definite eccessivamente melliflue dai lettori, soprattutto da quelli ancora affezionati a Occhi sulla graticola. Aldo Nove, verosimilmente il “più fedele alla linea” pulp, ha continuato a scrivere romanzi molto forti, seppur non etichettabili come cannibali; uno su tutti La vita oscena, autobiografia caustica ma allo stesso tempo innocente, di una vita spesa alla ricerca del piacere, in qualsiasi forma e a qualsiasi costo. Nicolò Ammaniti è quel genere di scrittore che fa dire ai vostri amici più spocchiosi, dopo aver visto un film (a volte anche prima…), la fatidica frase: “Si ma il libro è molto meglio”, infatti, dei suoi otto romanzi, quattro sono diventati film diretti da registi di successo, come Bernardo Bertolucci e Gabriele Salvatores; anche lui vinse il premio Strega, nel 2007, con Come Dio comanda, diventato un film omonimo già l’anno successivo. Enrico Brizzi, è indubbiamente il Cannibale che ha preso la strada più originale, e l’ha presa a piedi, unendo il suo talento di scrittore alla sua passione per il cammino: ha scritto numerosi diari, in cui racconta i suoi innumerevoli viaggi a piedi, fatti lungo i sentieri europei praticati dai viandanti e dai pellegrini, come la Via Francigena o il Cammino di Santiago de Compostela.

 

Ultimamente ha scritto molto di sport, in maniera molto nostalgica, descrivendo le gesta di sportivi, soprattutto ciclisti  (In piedi sui pedali) e calciatori d’altri tempi (Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed eroi del calcio in Italia e Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera). La più importante esponente femminile dei Cannibali, Isabella Santacroce, ha invece subito una deriva fortemente dark, nel corso degli ultimi anni, che ha spiazzato anche i suoi lettori della prima ora più affezionati, guadagnando però nuovi consensi da un pubblico più di nicchia. Gli ultimi romanzi scritti sono sempre raggruppati in trilogie, una delle quali, dal nome Desdemona Undicesima, ha chiari riferimenti danteschi: il primo libro, VM18 rappresenta l’inferno, il secondo, Lulù Delacroix, rappresenta il paradiso, il terzo ed ultimo, Amorino, è il purgatorio. Non molti giorni fa la Santacroce è stata ospite da Matrix, condotto da Chiambretti su Canale 5; bella e stramaledetta come sempre, la scrittrice si è presentata in studio “sobriamente” vestita di lattice e di accessori sadomaso, Madonna pagana per tubi catodici annoiati.

Queste sono le vite odierne dei Cannibali più noti. Gli altri, quelli che parteciparono all’antologia Gioventù cannibale, ha intrapreso strade ancora più diverse: Daniele Luttazzi venne allontanato nel 2001 dalla RAI, insieme a Michele Santoro ed Enzo Biagi, dall’ allora governo Berlusconi; Paolo Caredda, colleziona cartoline vintage che testimoniano l’edilizia popolare italiana del primo dopoguerra; Luisa Brancaccio ha raggiunto un discreto successo nel 2014 vincendo vari premi letterari; Matteo Curtoni ha scritto una serie di consigli, editi da Mondadori, per superare il “blocco dello scrittore”; Massimiliano Governi lavora come curatore editoriale e continua a scrivere (quest’anno è uscito il suo ultimo libro, dal titolo La casa Blu); Andrea G. Pinketts è stato inviato per il programma televisivo Mistero, condotto da Raz de Gan; Stefano Massaron ha scritto Ruggine, un romanzo notevole, da cui è stato tratto, sei anni più tardi un film omonimo; Alda Teodorani, fervente animalista, scrive di amore, di animali e di amore per gli animali; Matteo Galiazzo ha serenamente smesso di scrivere da più di dieci anni, in barba al fatto che le sue opere destino ancora grande interesse tra i lettori, e lavora come programmatore.

 

Se nel corso degli ultimi vent’anni i Cannibali hanno preso strade spesso divergenti, ciò che resta, in chi ha letto quelle pagine, così brutali, così reali, è la profonda consapevolezza che la violenza può essere insensata e ridicola quanto verosimile. Ed è per questo che, a vent’anni da quel 1996, non tramonta nei lettori la gratitudine nei confronti di questi «cavalieri dell’Apocalisse in versione splatter», per aver insegnato all’Italia che la ferocia della realtà può non aver nulla da invidiare a quella generata dalla mente malata di un Cannibale.

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