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Esordio sulla lunga distanza per questo quartetto composto da basso, batterie e due chitarre, che segue di due anni la loro prima apparizione affidata ad un demotape. Gli Unnamed si cimentano in una rilettura a tratti calligrafica di quel suono detto grunge che – fra la seconda met

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Esordio sulla lunga distanza per questo quartetto composto da basso, batterie e due chitarre, che segue di due anni la loro prima apparizione affidata ad un demotape. Gli Unnamed si cimentano in una rilettura a tratti calligrafica di quel suono detto grunge che – fra la seconda metà degli anni 80 e la prima dei 90 – infiammò il mondo del rock’n’roll, lasciando una traccia indelebile che ancor oggi raccoglie numerosi proseliti.I pezzi del gruppo risultano ‘pesantemente’ influenzati dai gruppi che del grunge furono i maggiori alfieri: si vedano i forti richiami ai Nirvana nel giro iniziale di “Pipen”, – quasi un plagio – l’incedere del cantato in “Where i live”, le atmosfere rilassate ma emotivamente tese di “Don’t lie to me” (d’indubbia influenza screaming trees) o le chitarre di “Beewax”, che sembrano tratte direttamente da un album dei Tad. La voce piuttosto monocorde e l’indubbia difficoltà nel confrontarsi con modelli tanto altisonanti – a livello più idee che di suono – fanno di questo album un prodotto non del tutto riuscito.Se il gruppo avrà il coraggio e le capacità di rendere più personale il proprio suono, e se potrà contare su di una produzione un pò più “vivace” di quella di “The marked of stupids”, il loro futuro sarà senza dubbio più radioso. Menzione conclusiva d’obbligo per la copertina dell’album, che raffigura una via nella quale appaiono varie persone con un televisore al posto della testa, metafora tristemente realistica dei nostri tempi nei quali il mezzo televisivo gode di un’importanza sproposita quanto immeritata nelle nostre vite.

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