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Recensione : Ty Segall – First Taste

Ty Segall affina il personale progetto con la Freedom Band inondando di nuova e strafica espressività.

Ty Segall – First Taste

La stramba estate 2019 si fregerà, a partire dal 2 Agosto, nell’alto dell’azzurro cielo, di un altro sole iridato, e a farlo luminoso, in bella mostra lì piazzato e chiazzato di colori, sarà il non meno ‘strambo’ Ty Segall, detto nel senso più energetico e ricco di bontà che si possa pensare (lo penso come una cascata di polvere d’oro e diamanti), le cui immense radiazioni sbrilluccicano a più non posso facendo preoccupare gli abitanti alieni del nostro pianetino, incenerendo ogni teoria di piatto terrapiattismo che ne minerebbe l’abbacinamento.

I 12 raggi che irradia TY dal proprio cosmo, intitolato FIRST TASTE, e che mobilitano tutto il sistema interplanetario con le smashanti liriche, di cui molte d’esse versate nelle nostre trombe uditive col potente uso dei fiati, hanno tutti una preziosità multivivificante e temibile. Persiste la sensazione che TY sfidi tutto e tutti, compreso se stesso, andando a porsi come antagonista sonico rincarante del proprio i – e ciò accade quando si sta sulle cime himalayane della creazione.

L’incontenibile Ty Segall, sia per produzione musicale indossando le svariate maschere nei mille propri progetti, assale i fans con l’opener TASTE, coordinando una fluttuante rollercoaster track, invasiva e macina sassi, sulla scia della crimsoniana “21st Century Schizoid Man”, ma in guisa californiana, espandendo suoni elettrici, basici e trovando una via psichedelica sopra un drumming eccezionale vs tribale.

In WHATEVER il suono si fa meditabondo seppur operoso, potrebbe essere un assist da cogliere in sordina per il futuro Tom Waits…
Irrefrenabile vocalist, Ty centra una song pseudo zappiana ed intrisa di flautismi “If Six Was Nine”.

ICE PLANT vaga poeticamente à la Beatles, qualcosa di Harrisoniano ci scappa dentro, la melodia conquista anche i cuori più duri che hanno lasciato in stato di abbandono i Beach Boys.

THE FALL monta in cattedra come piace ai più, stracciando la precedente TASTE. Violenta virulenza febbrile sotto pressioni immani, fa sfociare il razzo di Segall perforante ogni ostacolo, grattugiando l’aria con la sua intensa abrasiva velocità. L’intermezzo batteristico serve ancor meglio la frenesia messa in moto, benché il noto Davì (Mamuthones) avrebbe certo fatto meglio!

Segue concatenato, e allargando il discorso sonico, I WORSHIP THE DOG, ove lo spettro di Lennon si danna l’anima preso nelle spirali del pazzo sax, inscenando un plumbeo incubo rock blues psichedelico di magistrale e magica fattura, resuscitando persino scampoli di asperità beefheartiane. L’estate torrida viene sfatata da questa vincente lirica, di cui per innamorarsene basta un primo sguardo. Mandolino o ukulele, non so, non servono a frenare la maestosa song, che è un tripudio energizzante di peli a ritti a fior di pelle.

La strumentale breve WHEN I MET MY PARENTS Pt. 1, manda in sollucchero con le sue devianze indiavolate… lasciando poi ripartire il sound di poco prima, facendo pendant con THE ARMS, e al tripudio viene unito il gaudio di avere un pezzo fenomenale tra le mani che è chiara dichiarazione di unicità dell’artista: I SING THEM!!!
I 2’15” di WHEN I MET MY PARENTS Pt.3, uniscono orchestrazione elettronica, cori, e baraonda psyche out!
RADIO, invece ingloba una marcia indiana soul rock psichedelica che spara a zero sulla monotonia, sfavillando mantra estasianti.

Col mastodontico e valente apporto dei musicisti (Charles Moothart – batteria; Mikal Cronin – basso; Ben Boye – tastiere; Emmett Kelly – guitar; e forse Shannon Lay..), vale a dire la Freedom Band, e l’incredibile spinta artistica di Ty Segall, tale fantastico FIRST TASTE album punta dritto a diventare il disco d’oro dell’anno e la colonna sonora di molti viaggi solari.

SELF ESTEEM è il mio pezzo preferito, sballa in maniera epica concedendo emotivamente qualcosa al delirio malinconico ed eroico; una corsa estenuante verso la passione straripante.

Poi, LONE COWBOYS ci manda tra le stelle notturne con gentile propulsione di tutta la coralità degli strumenti musicali intrecciati alla salda vena di questo rocker imbattibile che appaga ad ogni passo. Ottimo l’assolo di chitarra che pare schizzare sopra i pattern sonici di Byrd e i suoi ‘oldies’ The United States of America…

Grazie TY, che altro aggiungere: perché non ti sbrighi a risuonare in Italy?

Track List
01 Taste
02 Whatever
03 Ice Plant
04 The Fall
05 I Worship the Dog
06 The Arms
07 When I Met My Parents (Part 1)
08 I Sing Them
09 When I Met My Parents (Part 3)
10 Radio
11 Self Esteem
12 Lone Cowboys

Etichetta Label
Drag City

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