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Recensione : The Jackson Pollock – Today forever

The Jackson Pollock", duo garage punk di Bologna, torna con il debut album Today Forever: un'esplosione di energia lo-fi, fuzz e spirito DIY che rinnova l’arte del caos sonoro con intensità e autenticità fuori dagli schemi.

The Jackson Pollock - Today forever - Recensioni Rock

Qualche anno fa ci eravamo già occupati, in una rubrica, dei Jackson Pollock, duo – di stanza a Bologna – formato da “Emily” (batteria e voce) e “Davide” alla chitarra e basso, richiamandosi al noto pittore statunitense fuori dagli schemi, e riprendendo da lui il “dipingere” mondi sonori a mente libera e in bassa fedeltà, in cui il dripping riversa, sulla tela musicale, furiose pennellate intinte in un DIY garage punk abrasivo, fragoroso e selvaggio come era lo stesso intenso processo di realizzazione “fisica” delle opere (un flusso catartico in cui l’istinto e le emozioni erano più importanti di qualsiasi tecnica teorica, e l’autenticità prevaleva sulla razionalità accademica) da parte dell’artista da cui i nostri prendono il moniker e ne fanno rivivere il febbrile spirito creativo attraverso una dimensione live travolgente e fracassona, “imbrattando” chi vi ci si imbatte di vernici fuzzate e distorte ai limiti della cacofonia.

Dopo un mini-album e un Ep, ma soprattuto tanti concerti in giro per l’Italia e l’Europa, i due regaz (attivi da un decennio, orgogliosamente autodidatti e fuori da ogni logica di mercato) sono finalmente riusciti ad arrivare all’agognato album d’esordio, “Today forever“, pubblicato quest’anno sulla label tedesca Rookie Records, e che conferma l’esplosività della proposta sonica dei JP: un assalto, della durata di poco più di venti minuti, ai timpani dell’ascoltatore, martoriati e fatti a pezzi da proiettili punk come l’opener “No one’s my leader” e “Samurai showdown“, e schegge impazzite come la title track , “Pezzo tamarro” (confesso che la lettura del titolo ha strappato una risata a chi vi scrive) o “Trinidad“.

Ma il caos del combo non è mai fine a sé stesso, anzi, è tutt’altro che sprovveduto: calibrato e ragionato, con una sua struttura di fondo, che non disdegna affatto il gusto per melodie e armonie vocali che vanno a ingentilire la dinamitarda sezione ritmica (e prova ne sia la rappresentazione del seprente a due teste raffigurato nella copertina dell’Lp). Emily è una forza della natura dietro le pelli, ma sa anche donare ai pezzi atmosfere sognanti ed esotiche (basti ascoltare la cavalcata tribale di “Galactic“, uno dei momenti migliori del disco, col suo mood da samba carnevalesco affogato nelle distorsioni chitarristiche di Davide, o il feeling da anime giapponese brutalizzato dalla sarabanda di “Someday, somewhere“, i canti da sirena ammaliatrice a fare da contraltare al groove animalesco in “Deep” e “Do what you want“) influenzati dalla passione dell’ensemble per il mondo orientale e i videogiochi arcade vintage. In “Lullaby from the sea” si arriva a lambire territori desertici cari a Kyuss e compagnia ston(er)ata, “Hotel del luna” assume toni caldi e seducenti, prima di deflagrare in un rovente blues-noise, e nella chicca finale di “Missing it” sembra di immaginarsi una nenia di Moe Tucker se i Velvet Underground fossero nati in Giappone.

In questi tempi di plastica, finti e frivoli, in cui il mondo è diventato un globale reality show distopico, e il mainstream musicale (tra “talent shows”, divismo mediatico tossico, autotune e altre cagate) puzza di merda come e più di prima, album come “Today forever“, suonati da progetti come i Jackson Pollock – animati da persone sincere e positive, che si sbattono tanto per portare in giro la loro passione – sono una boccata salutare di ossigeno.

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