Sull’ombra dell’addio

Sull’ombra dell’addio 1 - fanzine

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…Pensare
cosa può essere – voi che fate
lamenti dal cuore delle città
sulle città senza cuore –
cosa può essere un uomo in un paese, (…).

V. Sereni

I

L’hotel sonnecchiava ai piedi del pendio ed era il primo edificio che il sole, la mattina, sorgendo dall’altro lato della valle, illuminava; non contando il rifugio sul passo, certo, una stamberga abbandonata al tempo e alla solitudine continuamente sferzata da ventate secche, crude.

L’alba accendeva la facciata e riscaldava la balaustra del  terrazzo che s’aggrappava ai quattro muri dell’hotel, proprio sotto la grondaia. I bambini adoravano il terrazzo. D’estate potevano rincorrersi per giornate intere contando con le voci alte, stridule i giri dell’edificio. Tenevano un’idea originale della matematica; ogni tre giri ne aggiungevano uno, tuttavia c’era sempre chi s’arrischiava di rubarne due: allora i litigi, gli schiamazzi.

Il solido balcone di legno dava il nome all’albergo. Un’insegna sbiadita recitava Hotel La Terrazza, e poco male se il proprietario aveva questo vizio che parlava un po’ troppo, tanto in paese di alberghi ne esistevano soltanto due, La Terrazza e Il Tramonto, sul pendio opposto, alla stessa altezza del gemello. E c’era questa stravaganza, che se l’uno veniva baciato dalla luce per primo, il Tramonto era l’ultimo edificio sul quale il sole decideva di posarsi. Gli autoctoni, nel descrivere ai turisti il curioso fenomeno, cospargevano le proprie lingue di miele, alleggerivano le voci: sembrava loro talmente poetico…

Scricchiolando, un’automobile posteggiò nel cortile. Sergio Bruckner osservava da dietro le tende della cucina. Le portiere s’aprirono e scesero un uomo e una donna, giovani, venticinque anni lei, ventisette lui, e belli entrambi, gli parve. Abbandonò la finestra e uscì nella fresca mattina di montagna. Ottobre appariva attraente: il gelo era ancora lontano, dopotutto, e le chiome degli alberi si tingevano dei colori d’autunno: la valle riposava tra sfumature rosse, gialle e aranciate. Il castagno nel cortile cominciava a spogliarsi, ma lentamente, e ad ogni soffio di vento un paio di foglie cadevano placidamente a terra, ondeggiando. Sergio Bruckner venne incontro ai clienti su un tappeto dorato.

“E’ così bello, qui”, sentì la ragazza dire.

Il compagno non rispose, ma si accorse dell’uomo che si avvicinava e mutò la sua espressione da pensierosa a sorridente.

“Buonasera”, esordì Sergio sorridendo in risposta. Era un sorriso che sapeva essere rassicurante. “E questo posto può essere veramente bello, ha proprio ragione”, aggiunse stirando ulteriormente le labbra.

Quindi osservò i nuovi arrivati. Il ragazzo aveva capelli scurissimi e disordinati, un naso sottile, due occhi neri e all’apparenza spenti; eppure si intuiva che in fondo alla pupilla brillava una luce d’incendio, un fuoco sopito da chissà quanto tempo come quello dei vulcani. La ragazza era unica al mondo e questo lo si capiva subito: non era perfetta, tuttavia i capelli biondi e mossi incorniciavano uno di quei visi che fanno innamorare tanto gli uomini stupidi quanto quelli intelligenti. La colpa era degli occhi nocciola, delle labbra accese e del naso appena troppo lungo: un’irregolarità che, sommata ad un corpicino sottile ma non evanescente, poteva risultare irresistibile.

“Sergio Bruckner”

Il giovane strinse la mano che gli veniva tesa:

“Lorenzo, e lei è Gaia”

Sergio Bruckner non si lasciò sfuggire quel lei così in evidenza. Possessione, forse, o semplice affetto. Certo era stato un lei carico di qualcosa.

“Viaggiato bene?”

“Oh sì”, rispose Lorenzo. Non aggiunse altro.

“Non penso ci sia grande traffico, in questo periodo dell’anno, e l’asfalto non è ancora ghiacciato. No, dobbiamo aspettare ancora un paio di settimane… un mese, magari, con questo tempo non si può mai sapere. Sicuro che è meglio così, mica mi lamento. Una frescura piacevole, non trovate?”

I due giovani annuirono. Lei continuava a sorridere timidamente. Sergio capì che non era gente dalla chiacchiera facile: la clientela in ottobre parlava poco.

“Ah, ma vorrete entrare! Prego, seguitemi”

Il proprietario della Terrazza saltellò sul tappeto di foglie; poi, appena prima di aprire il portone, s’arrestò di colpo sulla soglia.

“Lo sentite?”

Lorenzo e Gaia si fermarono ad ascoltare. Il rumore più famigliare era quello delle poche automobili che sfrecciavano a valle. I trattori nei meleti. L’abbaiare d’un cane. Il fruscio dei rami. La corsa dell’acqua tra le rocce.

“E’ il ruscello che scorre qui dietro, nel bosco. Di notte sembra che ti canti la ninna nanna. E’ piccolino ma non smette mai di scendere da lassù, neanche in piena estate. Poi si tuffa nell’Adda. Vedete? Quello è l’Adda, scommetto che non lo sapevate”

Non ottenne che nuovi sorrisi. Era proprio gente che parlava poco.

Entrarono nell’hotel: Sergio Bruckner con passi leggeri e sguardo fiero, i due giovani trascinando le valigie, un poco ansimando. Giunse il noioso momento delle formalità:

“Questo è l’atrio… Questa è la sala comune… Questo è il bar – non che ci sia qualcuno dietro, solo in piena stagione! Ma per un goccetto… – Là c’è un bagno… Prego, ora mi servirebbe una firma… La vostra camera è la 21, al secondo e ultimo piano: fate come se foste a casa vostra. Al momento solo tre camere sono occupate, quindi la calma è assicurata. Cosa aggiungere… Mi avete scritto che con i pasti vi arrangiate, giusto? La colazione, comunque, si fa dalle 8.00 alle 10.30 a buffet, qui in sala comune. Non mi rimane che augurarvi un buon soggiorno”, e allungò la mano con un gesto talmente veloce che sembrava la naturale continuazione di quel torrente di parole.

Ancora una volta, fu Lorenzo a ricambiare la stretta.

“Grazie di tutto. Noi ora andremmo in camera: sa, il viaggio…”

“Certo, certo… Se mi cercate, anche solo per un caffè, mi trovate nella casa qui a fianco. Non esitate a suonare il campanello”

Lorenzo scosse la testa arruffata in un cenno d’assenso, poi afferrò le valigie sua e di Gaia e cominciò a salire le scale pendendo leggermente a destra: somigliava a un mulo.

Dopo aver ascoltato la ragazza ripetere: “E’ così bello, qui”, Sergio Bruckner poté tornare sotto il castagno. Raccolse una pietra terrosa e la scaraventò lontano, tra i meleti.

“Hai detto proprio ‘vi arrangiate’, stupido che non sei altro! Vi arrangiate!”

La seconda pietra fu scagliata ancora più distante disturbando il pasto di un paio di cornacchie, che s’alzarono in volo. Planarono lontano, stancamente, nel cielo che s’andava rannuvolando.

La camera 21 possedeva un sapore casalingo. Forse erano le pareti in legno, o forse la tenda arancione, o ancora il letto morbido e caldo; comunque le proporzioni, le distanze tra i mobili rasentavano la perfezione e la malinconia che assediava il cuore di Gaia quando la ragazza visitava luoghi sconosciuti rimase esclusa dal petto leggero, oltre la porta, al di là dei monti: non le dispiacque. Si tolse la giacca e si sfilò il maglione di lana, quindi crollò sul letto a pancia in giù. Il naso raccolse l’odore del copriletto pulito: tanto bastò perché un’ondata di pace la travolgesse. Cominciò ad alzare le braccia, ad abbassarle, quasi volesse afferrare tutto quel benessere e non lasciarlo scappare. Probabilmente, un’altra ragazza sarebbe apparsa ridicola, ma non lei: le sue azioni recavano sempre un’impronta di verità.

Lorenzo stringeva ancora le valigie tra le dita. Prima, osservandola sfilare il maglione con quella mossa fluida che conosceva bene, aveva dimenticato il proprio ruolo nella stanza. Si riscosse soltanto quando Gaia, voltatasi sul materasso, gli lanciò uno sguardo di pura ingenuità. Lui rispose con due occhi carichi di malizia e chiuse la porta a chiave.

Sergio Bruckner andava molto fiero dell’albergo, del castagno nel cortile e della sua vita in generale. Era milanese di nascita, ma da una ventina d’anni si sentiva figlio adottivo della Valtellina. Quando, a venticinque anni suonati, i suoi genitori avevano ereditato quel casolare tra i monti, mai avrebbe pensato che si sarebbe trasferito lì, in quella valle scavata dall’Adda, tra vedute da cartolina e albe fredde di rugiada. Era stata una scelta dettata dalla vergogna, la vergogna di chi a venticinque anni non solo non ha ancora imboccato una strada, ma non ha neanche indossato le scarpe per farlo. Non possedeva una laurea, il diploma scientifico era figlio di due bocciature, il suo curriculum poteva vantare soltanto qualche lavoretto estivo come barman e guardiano notturno. Di punto in bianco, aveva esposto ai genitori il suo progetto: così, una mattina, appena svegliato, mentre pucciava i biscotti nel tè. E giù grida, urla di incoraggiamento, pacche sulle spalle… Volevano cacciarlo fuori di casa, era palese. Eppure un lampo d’orgoglio era balenato negli occhi della madre, Sergio ne era sicuro, genuino e puro come l’acqua del ruscello che scorreva nel bosco.

Smottando la terra dell’amato orticello, quei ricordi lo commossero. Era fiero di sé, davvero. Un’unica lacrima gli rimase attaccata così a lungo sulle ciglia che il vento fresco la fece evaporare.

Sergio Bruckner alzò lo sguardo sulla valle, appoggiandosi sulla zappa e respirando a fondo. Un nuvolone grigio allungava un’ombra sbilenca sul pendio est; andava ingrossandosi. Presto anche l’Adda avrebbe smarrito il suo lucente balenio argentato e le pareti dell’albergo si sarebbero oscurate come quelle del gemello oltre il fiume.

Una mano accarezzò la nuca scapigliata.

“Sergio, sei qui”

L’uomo si voltò sorridendo.

“Anne”, disse, e stampò un bacio frettoloso sulla guancia della moglie.

“Sono arrivati?”

“Sì, sono in camera da un’oretta. E’ una coppia giovane. Stanno… riposando

La moglie non commentò. Era una donna discreta, mica come il marito che cercava sempre di indovinare le esistenze dei propri clienti.

“E tu lasciali riposare in pace”

“Lo sto facendo, non vedi? Sto aggiustando l’orto, le piogge della scorsa settimana lo hanno provato”

“Certo, certo…”, e non aggiunse quello che avrebbe voluto.

“Vittorio come sta?”

“Sta bene, è dentro che dorme. Ora torno da lui”

“Dagli un bacio da parte mia”

“Vieni dentro anche tu”

“Ho l’orto qui, da sistemare”

“Già, hai l’orto”

Rimasero l’uno accanto all’altra, marito e moglie, a osservare la lunga ombra che oscurava le acque del fiume, poi Anne rincasò. Sergio si accorse che uno sconosciuto, guardandola da dietro, l’avrebbe considerata una donna attraente. Gettò la zappa sul terriccio.

Il castagno se ne stava muto in un mare di foglie e di ricci. Sergio ne ammirò la forma del tronco, così solida e diritta, e ci strofinò contro la schiena chiedendosi cosa provassero gli orsi. Lo trovò piacevole persino lui che era un uomo, anche se forse non il migliore.

Lorenzo ammirava dalla finestra il cielo arrossarsi.

“Comincia a fare buio, andiamo a mangiare”

Gaia era ancora sdraiata sul materasso, le gambe nude unite, le braccia aperte come a prendere il volo. Teneva il viso schiacciato sul cuscino e i capelli formavano un cono di luce, un’eruzione di promesse di santità; la si sarebbe potuta appendere al muro d’una chiesa – magari con un velo attorno alla vita – e staccarla di lì due, tre volte l’anno, durante le festività più importanti, per portarla in giro nelle stradine di un paesino siciliano con una colonna di fedeli al seguito. Sarebbe apparsa credibile; certo il gusto del dramma aveva trovato in lei una splendida interprete.

“Dai, usciamo”

Non osava toccarla. Prima, nello sfilarle i jeans, era rimasta immobile, distaccata. Era stato come svestire una bambola di ceramica: stessa pelle fredda, stesso sguardo perso. Cara Gaia, questi sono giochi che si praticano in due. Non l’aveva sgridata, no, e perché avrebbe dovuto? La conosceva bene. Lei viveva di tempi propri, di egoismi, e non la si poteva forzare perché spalancava quegli occhi nocciola, arricciava le labbra rosse, e… No, la si doveva assecondare.

La ragazza si riscosse d’un tratto, sollevandosi in piedi. Lorenzo, guardando quelle lunghe gambe pallide, trattenne una nuova ondata di desiderio.

“Esco a fumare una sigaretta”, annunciò l’oracolo.

“Usciamo a mangiare”, rilanciò Lorenzo.

Gaia fece un saltello e il materasso sussultò.

“Ok”

“Ti aspetto giù”

Uscendo dalla camera tornò a respirare. Alla reception incontrò il signor Bruckner che subito gli chiese, con un tono che non gli piacque, se si fossero riposati bene. Lorenzo non andò oltre al “sì, grazie”.

“Sei fortunato”, aggiunse l’albergatore, sempre in vena di discutere.

“E perché?”, rispose cautamente il giovane.

Sergio Bruckner si guardò intorno e precisò a voce bassa:

“Perché la tua compagna è ancora giovane. Vedi, io sono sposato da quindici anni, e adesso mia moglie…”

“Non le piace più? Poteva non sposarsi”

Il sorriso sparì dalle labbra del Bruckner; le parole del giovane erano scudisciate: dirette, sibilanti.  Il sorriso tornò.

“Hai ragione, ma c’è stato un periodo che l’amavo davvero tanto”

“L’amava?”

“Oh, sì. Non ami la tua ragazza?”

Lorenzo parve cadere dalle nuvole.

“Ragazza, quale ragazza?”

Il Bruckner scoppiò a ridere. Sapeva farlo bene, bisognava dargliene atto.

“Ma come quale ragazza! Quella che…”, e spalancò gli occhi: “Furbacchione! Lei non è la tua ragazza? Hai capito tutto, lo vedi? Ah, i giovani d’oggi!”

Quando Gaia comparve, Sergio Bruckner stava ancora dispensando grandi pacche sulle spalle. Al suo sguardo interrogativo, l’uomo rispose con una serie infinita di strizzate d’occhio. Lorenzo la prese per il braccio e la trascinò fuori, nel tramonto.

“Quando passavo le estati in montagna, questa era l’ora che odiavo di più. Il sole girava attorno alla cima di un monte per comparire un ultimo momento, poi spariva del tutto… Ci ripensava, come. Ma quando scendeva il buio mi veniva male, e la prima volta ho pianto, è una delle poche cose che ricordo”

Filamenti bianchi abbandonarono le labbra di Gaia per salire nell’aria, e svanire; lo fecero ancora dopo che la sigaretta fu nuovamente sollevata. La ragazza seguì con gli occhi nocciola le piroette di fumo, poi riprese a raccontare:

“Catturavamo le lucertole sul muretto. Aprivamo le loro pance con dei bastoncini e ne studiavamo le viscere. Che senso avesse farlo… lo facevamo e basta… Me li ero quasi dimenticati, quei pomeriggi. Ora capisco: le lucertole sono morte per un ricordo. C’è chi muore per molto meno”

Lorenzo l’ascoltava torturando un filo d’erba.

“Il proprietario dell’albergo…”, cominciò a lamentarsi: “Quel Sergio Bruckner… E’ proprio un imbecille”

Gaia lo squadrò come se stesse dicendo un’ovvietà. Lo faceva spesso.

“E’ un proprietario d’albergo, mica il rettore di un’università!”

“Già, tutti furbi, loro…”

“E’ solo un modo di dire… Che ti aspetti, che discuta tutto il tempo sulle lucertole?”

Lorenzo mostrò i denti bianchi ma forse nella notte non si notavano.

“A volte mi scordo che anche tu parli come i comuni mortali”, scherzò.

Lei fece un verso a metà tra una smorfia e un grugnito. Si avvicinò piano, con casualità sensuale: lo spintonò. Lorenzo non se l’aspettava. Cercò di mantenere l’equilibrio ma il piede destro cozzò contro un sasso e cadde lungo e disteso nell’erba scura. Era un campo abbandonato all’inverno in arrivo, pieno di gambi spezzati, duri; la schiena del giovane ne fu trafitta. Comunque rise. Lei si avventò su di lui provocandogli una nuova ondata di dolore: ne fu felice.

“Sei proprio goffo”

Si rotolarono per tutta la Valtellina, o così sembrò loro, finché la notte fu riempita dall’abbaiare di un cane. E non smetteva mica, continuava: un ululato carico di dolore che s’alzava disperato per ridursi repentinamente a un malinconico guaito; quindi tornava a lacerare l’immobilità della vallata.

“Maledetti animali…”, sibilò la ragazza scrollando i capelli.

Lorenzo sbuffò il suo disappunto per quella nuova ondata d’egoismo.

“E’ triste, non senti?”

“Lo sono anch’io, non per questo mi metto a gridare”, e per non gridare spinse le piccole mani contro il petto del giovane e si diede lo slancio. Quando lui regolarizzò il respiro, era sparita.

“Gaia!”, urlò, e il cane che prese ad abbaiare più forte. “Gaia!”

Le tenebre erano fitte. Nel cielo non brillava che una scorza di luna, appena un barbaglio, e splendevano le stelle, così tante, ma lontane.

“Gaia! Dove sei?”

Lorenzo era stanco di quelle gerarchie. Ancora una volta lei conduceva, mentre a lui toccava brancolare nel buio, annaspare dietro il ricordo di quelle gambe, di quelle labbra… Ma Gaia era di più, era spirito e volontà.

Il giovane inciampò nella notte, si mise a correre, rallentò il passo. Laggiù un’ombra: era un fascio di legna; e più in là, oltre la radura: s’alzava un bosco.

Non posso continuare così, pensò, io sono altrettanto affascinante, valgo la sua pazzia. Che si riduca lei a cercarmi, io torno in albergo.

E mica si mosse. Raggiunse il sentiero, questo sì, ma si limitò ad appoggiarsi allo steccato e ad accendere una sigaretta. L’avrebbe aspettata lì, lungo la strada. Le avrebbe preso la mano nel passare, come a una sconosciuta dal bacio facile, e forse lei gli avrebbe chiesto scusa: a voce bassa, giusto un sussurro: sarebbe bastato.

Qualcuno stava peggio. La povera bestia insisteva nel suo canto straziato. Null’altro suonava: non lo scorrere del fiume, non il sibilo del vento, non le campane di una chiesa qualsiasi. Il silenzio d’intorno sembrava dire: sentitelo, sentitelo il poveraccio, quant’è disperato!

Poi un grido s’alzò, e torreggiava il latrato: un grido di donna, raccapricciante: una sola nota acuta, poi basta. La voce di Gaia.

Lorenzo saltò lo steccato, si rituffò nei campi. Le gambe lo portavano verso un caseggiato solitario, e un cortile, e una rimessa. Il caseggiato, il cortile e la rimessa apparivano lividi, tristi come tutti gli oggetti abbandonati. Il cane era seduto sullo spiazzo terroso, tremava.

La trovò che stava ritta in piedi, paralizzata e boccheggiante, davanti alla rimessa.

“Gaia…”

Le sfiorò le braccia ma lei era altrove. Gli occhi nocciola galleggiavano vacui, le pupille erano grosse come castagne. Lo sguardo della ragazza gli penetrava il viso, era ancora fisso dietro di lui. Lorenzo si voltò. Vide un’ombra nel capanno: pendeva dal soffitto. L’impiccato aveva il capo reclinato, un bel testone lucido che calamitava gli sguardi. Il corpo, rigido e pesante, dondolava nell’aria con la stessa dolcezza delle foglie del castagno: ora a destra, ora un poco a sinistra. Una lampada da campo illuminava la scena proiettando una sagoma nera sul terreno; Lorenzo la trovò molto più inquietante del corpo stesso che d’altra parte se ne stava al suo posto e non allungava le grinfie come invece faceva, lambendogli i piedi, la lunga ombra scura. Vide un viso disfatto, terreo, ed era la morte.

“Non dovresti guardare”

Cercò di spostarla: la forza vinse la delicatezza. La portò lontano, sui campi dove in qualche modo si rotolavano ancora, sul sentiero gonfio di pozzanghere, in un villaggio dimenticato dall’uomo – ma Dio abitava la chiesa nella piccola piazza –, tra i meleti; si fermarono infine su un ponte. L’Adda rombava dabbasso rinviando una discussione che prima o poi doveva essere affrontata. L’acqua spumeggiava. Un legno volò nella corrente e sparì, inghiottito dal gorgo. Un altro lo seguì, e un terzo: affondarono tutti.

“Non uno che galleggi!”, si lamentò Gaia. Era disperata e piangeva.

Fece per lanciare l’ennesimo bastone ma Lorenzo la fermò.

“Lasciami, lasciami!”, gridava, eppure lui non abbandonava la presa. Gaia cercava di divincolarsi per tirare il legno: sembrava che l’intera sua esistenza, il suo ruolo nel mondo dipendessero esclusivamente da ciò.

Lorenzo allentò la stretta; che altro poteva fare? D’altronde, era soltanto uno stupido legno. Quando anche quello finì sotto la corrente, la ragazza si accasciò a terra.

“Non è possibile!”, urlò. “E’ colpa tua!”

Si rivolgeva all’immenso spazio sopra di lei: era un cielo talmente ingenuo che se avesse posseduto una coscienza ci sarebbe probabilmente rimasto male. Il bel corpicino sussultava scosso da un pianto trattenuto in gola. Le lacrime scendevano a turno, ordinate, prima da un occhio e poi dall’altro; il resto era caos.

“Ehi, non è niente”, cercò di rassicurarla Lorenzo: “Lo spavento…”

La ragazza sbarrò gli occhi:

“Proprio non capisci, vero?”, riuscì a rispondere tra i singhiozzi.

“Cosa devo capire? Sei shockata, tutto qua”

“Non è quell’uomo… sono io… sono io!”, urlò.

Lorenzo continuava a non intendere. Voleva soltanto mangiare. Poi una riflessione lo sorprese.

“Hai poco da lamentarti”, la rimproverò con aria particolarmente seria: “Io non ho provato assolutamente niente, prima, di fronte alla morte. L’unica cosa che mi sconvolge, ormai, sei tu”

Allora raccolse un legno impigliato nella rete sotto la bassa ringhiera e lo scagliò con violenza nel fiume. Non andò a fondo ma continuò a galleggiare, lo si vedeva appena; passò sotto il ponte, sotto i loro corpi sospesi. Lorenzo corse al parapetto opposto per continuare a seguirlo. Ne perse le tracce ma lo immaginò nuotare agile nell’Adda e trovare la pace, l’indomani mattina, col sole, nelle brillanti acque del lago di Como.

 

Continua .. 

Seconda puntata: SULL’OMBRA DELL’ADDIO

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Illustrazione di Enrico Mazzone

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