Se mi chiamassi Orazio

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Se mi chiamassi Orazio e avessi, che so, trentacinque anni, ci siederemmo intorno a un tavolo di legno di un pub leggermente fumoso – fuori pioverebbe forte, probabilmente dei pini verrebbero scossi dal vento: ma dentro, che calduccio – e comincerei a raccontarvi di quella volta che – a venticinque? a ventidue feci a pugni con un tipaccio che tentò di scoppiarmi un occhio con un dritto micidiale, una cosa molto dolorosa, credetemi; anzi, perderei del tempo a raccontarvi che prugna violacea divenne il mio povero bulbo oculare: una robaccia, da non dormirci la notte. Vi direi che ci soffrii come un cane, e direi proprio ‘come un cane’ perché i racconti sentiti, quelli che si raccontano nei pub, si devono servire di idiotismi, figures of speech, ammorbidenti per discorsi duri: perché tutti, ma proprio tutti, dobbiamo sentirci dentro il racconto, che altrimenti che lo racconterei a fare, se mi chiamassi Orazio e avessi trentacinque anni anzi ventinove e sicuramente avrei così tante cose da dire. Il tipaccio possederebbe una muscolatura degna, occhi scuri, capelli scuri… O sarebbe pelato, sì, ma la cicatrice quella non l’avrebbe, mai esagerare con gli stereotipi. E due mani che paiono badili.
Se ti rivedo ti ammazzo.
Una mano sull’occhio ferito, un cenno di assenso, riverente: l’omaggio dello sconfitto al vincitore, filare via a gambe levate, ma con una certa dignità di guerriero.
Monica l’avrei vista per la prima volta quella sera, a ventidue anni, ed era bella, certo, bella e vera come alcune donne dipinte da Degas la descriverei dopo aver ordinato un Jameson e non una delle cinque birre che fluide e dorate scendono dalla spillatrice splendente. Voi capireste al volo perché siete colti, voi e Orazio siete colti e avete quelle donnette così ben impresse nella memoria che la definizione ‘bella e vera come alcune donne dipinte da Degas’, considerando la vostra maschia sensibilità, possiede la forza d’urto di un ‘era un gran pezzo di fica’. Ok. Monica l’avrei baciata un pomeriggio di marzo o d’ottobre – Monica che nel frattempo avrebbe scelto me all’energumeno – l’avrei baciata d’in piedi, su un tratto di strada asfaltata e semideserta con alberi alti a lato della strada dal tronco giallo e foglie dai mille colori: sì, Monica l’avrei baciata d’ottobre, d’in piedi, su un tratto di strada asfaltata e ancora bagnato dalla pioggia recente: ma il cielo si sarebbe aperto proprio in quell’istante, naturale, e filtrando attraverso i rami le foglie già così colorate avrebbero cominciato a brillare arricchendo un bacio lungo, impegnato, io ventitré lei ventuno, mano sul culo fermo e sodo dai che questa è una musa autentica, qui Orazio hai svoltato, questa è una di quelle, proprio di quelle lì, di quelle cosine da abbracciare in eterno, tipo commessa Mac Donald o Diperdì, e bella, incredibile, bella e vera come alcune donne dipinte da Degas.
Mi fermerei un poco, lascerei che ognuno si godesse un sorso lungo dal proprio bicchiere. Non un sospiro, no: terrei lo sguardo basso sul tavolino, un po’ sofferente magari, ma mai sognante, non rancoroso, privo di alcun rimorso. Indicherei la barista che nel frattempo sta lavorando con l’affettatrice e si pulisce la mano unta sui jeans pensando di non essere vista. La indicherei dicendovi quanto assomigli a Monica. Mentirei. Non le somiglia affatto. E’ più alta, più formosa: ma adesso avreste bisogno di immagini, vi sareste leggermente stancati delle parole sole. Vi racconterei qualche particolare sconcio, forse di quanto a Monica piaceva stare sporchi sul letto dopo il gioco e io, Orazio, non potevo andarmi a lavare subito nonostante Orazio sia un patito dell’igiene, uno che si lava le mani anche dopo aver toccato due acini d’uva; e così sudato, steso accanto a quel corpicino di commessa, avrei capito che l’amore è questa cosa per cui due acini d’uva, in fondo, li si può toccare senza pensare alle conseguenze: infezioni, funghi o febbri assortite. Sarebbe cominciata l’era degli abbracci, degli isolamenti, delle partite a scacchi senza che nessuno dei due sapesse giocare a scacchi – e che importava? Non avremmo finito una partita -, del sushi d’asporto, dei baci meno lunghi, sì, ma più frequenti. Rimarreste incantati da come vi descriverei gli autunni passati con lei ad ascoltare le sonate di Franck, le estati a raccontarci le estati passate quando il mare era più blu il turismo funzionava le strade erano affollate avessi visto il primo di agosto, non ti muovevi, una bolgia, sì lo ricordo: sguardo languido e di nuovo nel letto a sudare.
Altro Jameson, l’acqua senza ghiaccio. Voi un secondo giro di birra non lo fareste, tanto sareste presi dal racconto: ‘ché ricominciare con una pinta intatta, traboccante, non solo sarebbe sbagliato, ma persino volgare e offensivo. Siete gente colta quanto me, quanto Orazio, e sapete che un racconto vale un bel bicchierone di birra: due, no. Il Jameson mi verrebbe porto dalla barista coi jeans unti di prosciutto, ci volteremmo tutti a guardarle il culo mentre torna al bancone.
Due gocce d’acqua, credetemi.
Non resterebbe che raccontarvi l’ultimo atto, un atto sentito, lo avverto dal vostro silenzio stanco, dai vostri corpi scomposti sulle sedie di legno; equivochereste il mio silenzio con la ricerca di un pathos già raggiunto, già ampiamente abusato e consumato. Non so se qualcuno di voi si innervosirebbe, ma certo comincereste a rimpiangere quella seconda pinta mai chiesta. Non parlerò più, e questo lo capite quasi tutti nello stesso istante: alcuni tra voi, i più intelligenti, comincerebbero a discutere d’altro, forse della partita che passa in tv – hai visto che entrata? Ah, questo è il calcio di quand’ero bambino – ma tu, tu mi chiederesti com’è finita, perché non vado avanti, perché ho raccontato di Monica se ora mi tiro indietro, se ora mi concentro solo sul bicchiere di Jameson quasi inconsapevole di aver liberato nell’ombra fumosa un fantasma e una manciata di paesaggi, qualche foglia secca, qualche carezza ben calibrata, un corollario di parole delicate che mi piacerebbero tanto se solo mi chiamassi Orazio.

smco

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