Steven Sloman, Philip Fernbach, L’illusione della conoscenza

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Steven Sloman, Philip Fernbach, L’illusione della conoscenza (Raffaello Cortina, 2018)

Nel film Non ci resta che piangere, Saverio e Mario, rispettivamente Roberto Benigni e Massimo Troisi, si ritrovano catapultati alla fine del medioevo.

In una scena di circa un minuto e mezzo i due si interrogano su cosa avrebbero potuto inventare in quel passato remoto, utilizzando le loro ovvie conoscenze di uomini provenienti dal futuro. “Tutto si può inventare!” afferma Benigni, ma Troisi, scettico, gli chiede di entrare nello specifico. Così passano dall’ipotesi della lampadina, per la quale Benigni finisce per ammettere la necessità di un elettricista, a quella del gabinetto, sistema all’apparenza più semplice da realizzare, ma che comporta comunque più di qualche problema. Alla fine della scena, i due non riescono a spiegare il funzionamento di due congegni di uso quotidiano della fine del Novecento, e tantomeno a immaginare come realizzarli.

È una curiosa coincidenza che nelle prime pagine del libro che mi appresto a recensire i due autori comincino il loro discorso parlando del sistema di scarico del water. Infatti scrivono “tutti capiscono come funziona una toilette. Di certo la maggior parte delle persone crede di saperlo”, ma poi, a ben vedere, si scopre che molte non lo sanno realmente.

Steven Sloman e Philip Fernbach sono due scienziati cognitivi, e in questo loro testo ci portano alla scoperta dell’ignoranza insuperabile dell’essere umano, spiegandoci quali sono le sue cause. Ci mostrano però anche per quale motivo l’uomo è altrettanto brillante, perché la comunità moderna tutto sommato funziona bene, perché siamo stati capaci di andare sulla luna e costruire grattacieli e realizzare meraviglie altrettanto portentose. “La mente umana è, allo stesso tempo, geniale e patetica, brillante e stolta. Le persone sono capaci delle imprese più notevoli, di conquiste che sfidano gli dei”, eppure andiamo costantemente soggetti a errori, anche dei più banali.

Gli autori individuano all’interno del funzionamento comunitario della mente umana il fulcro di tale questione. La conoscenza, infatti, non può essere ricercata all’interno dei limiti imposti dal cranio anatomicamente considerato, ma si estende altrove, all’intero corpo, nelle relazioni con le altre persone e nell’ambiente, naturale e sociale. In questo senso il sottotitolo del trattato è emblematico Perché non pensiamo mai da soli, così come esplicativa è l’immagine della pseudo-bicicletta raffigurata in copertina. Siamo, insomma, esseri sociali, e le nostre opinioni sono costantemente esposte al vaglio e al giudizio dell’altro, e per questo condizionate.

All’interno dei dodici capitoli che compongono l’opera, i due spiegano quindi le modalità con cui si danno conoscenza e pensiero, intesi in quest’ottica condivisa tra tutti gli individui. Ci raccontano i motivi per i quali siamo costantemente esposti a questa illusione della conoscenza e perché troppo spesso diamo per  scontato un qualcosa che non è vero, affidandoci completamente a esso. Dopo aver demolito una serie di convinzioni troppo umane relative alla dicotomia conoscenza/ignoranza, tentano di guidarci verso un nuovo metodo di pensiero, riguardo non solo a tecnologia e scienza, ma anche relativamente a scenari politici, economici e sociali, nell’ardito compito di renderci più intelligenti all’interno delle decisioni, sia dei singoli che collettive.

Questo di Sloman e Fernbach è un testo tecnico, ma dotato di un acume non comune, ed è accessibile grazie alla sua struttura snella e al suo linguaggio divulgativo, pieno di immagini ed esempi che contribuiscono alla scorrevolezza della lettura e ad alleggerire le questioni trattate. Come il testo di Morin , è un altro tassello che ci racconta quanto siamo ignoranti, e quanto dobbiamo esserne coscienti per iniziare davvero a conoscere.

Letto a cavallo delle ultime elezioni politiche italiane, il libro ha il valore aggiunto di mostrarci, forse, come sia possibile che, nonostante ci troviamo in una società mediamente più colta, intelligente, consapevole e tecnologica, i risultati siano quello che noi tutti conosciamo: populismo e ignoranza dilaganti, anche da parte di gente che ha studiato e che ha tutti gli strumenti per prevedere la catastrofe.

Aspera et astra, questa volta insieme… pare sia proprio il destino dell’uomo.

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