Claude Lévi-Strauss, Da Montaigne a Montaigne (Cortina, 2020)

Claude Lévi-Strauss, Da Montaigne a Montaigne (Cortina, 2020) 3 - fanzine

Claude Lévi-Strauss, Da Montaigne a Montaigne (Cortina, 2020)

Qualche tempo fa Raffaello Cortina ha proposto al pubblico italiano la traduzione di un interessantissimo saggio di Claude Lévi-Strauss intitolato Da Montaigne a Montaigne. Il libello, fino a oggi inedito in Italia, contiene la trascrizione di due conferenze tenute dal famoso antropologo francese, la prima nel 1937 e la seconda nel 1992, che sebbene distanti nel tempo contengono una peculiarità: un riferimento al filosofo rinascimentale Michel de Montaigne.

Per chi non lo sapesse, Lévi-Strauss è stato un antropologo e philosophe della cultura e della società, teorico dello strutturalismo e realizzatore di convergenze interdisciplinari fondamentali per la nostra contemporaneità, e che uniscono la filosofia e la psicologia alle scienze sociali e alla politica segnando profondamente l’antropologia sociale del Novecento e del nuovo millennio.

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Nella prima conferenza Lévi-Strauss afferma il valore e l’originalità dell’antropologia e del metodo etnografico e lo fa ponendosi sotto la figura autorevole dell’autore dei Saggi pur senza mai attingere apertamente al suo pensiero. Come Montaigne, però, Lévi-Strauss si pone su un piano diverso rispetto a quello degli allora emergenti studi antropologici, critica il termine “primitivo” come poco adatto a descrivere la ricchezza di una particolare società, e attacca ogni concezione evoluzionistica delle civiltà.

“Non c’è nulla nella storia dell’umanità che assomigli a un’evoluzione continua. Tutto avviene come se l’umanità inizialmente fosse qualcosa di inerte e come se avesse bisogno di impulsi eccezionali per cominciare a muoversi e a mutare in qualcosa il proprio stato. […] Una realizzazione tecnica o un’istituzione sociale non sono mai ripartite sulla superficie del mondo in questo modo regolare.”

Di qui l’autore porta alcuni esempi pratici che avvallano questa visione ed enfatizza le conseguenze che saranno poi la ricchezza dello strutturalismo straussiano applicato all’indagine antropologica e delle società, concludendo che “le società isolate sono inerti, soltanto delle società in contatto fra loro progrediscono”.

Nella seconda trascrizione, più articolata e dal titolo Ritorno a Montaigne, l’autore prende in analisi due dei saggi del filosofo rinascimentale: “Dei cannibali” e “Dei cocchi”; il primo è dedicato a una tribù di selvaggi della foresta tropicale, il secondo alle culture del Messico e del Perù. Entrambi questi testi si riconnettono a un terzo capitolo intitolato “Della consuetudine e del non cambiar facilmente una legge acquisita”.

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Raccogliendo l’eredità di Montaigne l’antropologo ricostruisce la storia degli studi del filosofo, i quali, pur non giustificando questi atti esecrabili, fanno un tentativo di comprensione nel profondo dei riti cannibali, ponendoli alla luce della religione e delle necessità di quelle società. Questa consapevolezza si contrappone alla feroce critica che Montaigne muove alla violenza francese del XV secolo, del tutto gratuita e senza alcun fondamento umano.

Nella postfazione Carlo Montaleone, docente di Antropologia filosofica presso l’Università degli Studi di Milano, nota che “Come il Wittgenstein del “non pensare, guarda!“, Montaigne si aggira fra i racconti dei modi di vita cannibale con l’animo di chi vuole aiutarci a osservare. Il suo pane sono le manières d’être et de faire, tutte faccende che lui – a differenza dei suoi contemporanei – non pone sulla scala dei suoi valori al fine di giudicarle da un gradino più alto. Si limita, ed è tutto ciò che può ragionevolmente fare, a descriverle.”

E questa è la persuasione che sin dal primo momento un autore come Lévi-Strauss ha condiviso con il grande autore francese, un insegnamento al rispetto e alla comprensione dell’alterità, anche quando questa ci sembra così lontana e intollerabile nelle sue manifestazioni più autentiche e radicate.

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