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Recensione : Sharp Pins – Balloon balloon balloon / Radio DDR

Sharp Pins - Balloon balloon balloon / Radio DDR - Recensioni Rock

Kai Slater è un giovane di bellissime speranze, e rappresenta una delle new sensations underground più promettenti del rock ‘n’ roll statunitense. Attivo nella scena musicale DIY di Chicago, è cantante e polistrumentista, suona e canta in diversi progetti, tra cui i Lifeguard. Ha venti anni e ha forgiato il suo background sonoro e culturale frequentando uno storico negozio di dischi indipendente della città dell’Illinois, l’Hyde Park Records, dove il nostro è stato svezzato coi dischi dei Beatles e degli Who, col freakbeat, psichedelia ma anche col punk, col mod e il jangle pop. Impegnato anche nel sociale, il nostro – oltre a curare una fanzine, “Hallogallo” (come l’omonimo anthem krautrock dei NEU!) – era solito frequentare uno squat/centro sociale occupato chicagoan (che fungeva anche da spazio anarchico di creatività artistica) e ha destinato parte dei proventi dei suoi album in beneficenza per la causa palestinese. Accanto a queste iniziative lodevoli in sostegno di realtà che fanno di necessità virtù – costituendo un antidoto inclusivo e resistente alla deriva fascio-capitalista del Trumpismo degli sgomberi ottusi e forzati negli Stati Uniti, che purtroppo trovano terreno fertile anche in Italia – Slater è anche fautore del moniker Sharp Pins, pseudonimo sotto il quale Kai – che sta già raccogliendo endorsement di un certo spessore, come quello di Stephen Malkmus, e le parole al miele di Robyn Hitchcock – ha dato alla luce, dal 2023 a oggi, tre album, di cui due pubblicati quest’anno, “Radio DDR” e “Balloon balloon balloon“, usciti sulla benemerita label di Olympia K Records (e Perennial death).

Scritti e registrati quasi interamente dal solo Slater (a eccezione di alcuni in brani, in cui è stato accompagnato da Joe Glass al basso e Peter Cimbalo alla batteria) i due Lp sorprendono per la freschezza sonica con cui rinverdiscono influenze che hanno almeno sessant’anni sul groppone (Beatles, Who, Kinks, il jingle-jangle dei Byrds e frammenti di Nuggetsiana memoria) miscelate a certe fascinazioni mod-punk à la Jam, al post-punk irregolare di Television Personalities e Dolly Mixture, a spruzzate di power pop alla Big Star (e di quelle band dimenticate che vengono ripescate nelle compilation da label come la Cherry Red Records) e all’indie rock spigoloso di Pavement, Guided By Voices e Yo La Tengo (“When you know“, “Takes so long“). Un brillante gusto melodico e l’abilità nel creare armonie scintillanti (“Circle all the dots“, “Every time I hear“, “Storma Lee“, “Popafangout“, “I don’t have the heart“, “Queen of globes and mirrors“, “(I wanna) be your girl“, “Fall in love again” o “Talking in your sleep“) cozzano amorevolmente con la registrazione casalinga dei pezzi in bassa fedeltà, e sono alla base di composizioni mediamente brevi, frizzanti e dall’architettura sghemba (“Is it better“, “I don’t adore-youo“, “Ex-priest/in a hole of a home“) con un feeling che quasi tradisce una certa slackness tipica dell’indie dei Nineties (“Race for the audience“, “Lorelei“) in cui feedback, distorsioni e riverberi convivono pacificamente col romanticismo di momenti più lenti e acustici (“Gonna learn to crawl“, “Maria don’t“, “I can’t stop“, “You don’t live here anymore“, “Sycophant“, “Chasing stars“, “With a girl like mine“) e un cantato che tanto ha assorbito dalla lezione universale di Lennon e McCartney.

Avere vent’anni e non sprecarli a “scrollare” lo schermo dello smartphone H24 (come dicono quelli bravi) e perder tempo a guardare video demenziali e/o vomitare odio sui social network, non avere modelli mediatici tossici come riferimenti comportamentali e coltivare il proprio talento in maniera intelligente. Già solo per questi motivi, i dischi di Kai Slater/Sharp Pins dovrebbero essere elogiati e far parte di tante classifiche di gradimento negli inevitabili “best of” di fine anno. Era già capitato l’anno scorso con i MOOON, e ora risuccede con gli Sharp Pins: le sonorità Sixties continuano a essere fonte di ispirazione per diverse band delle giovani generazioni (si pensi ai fratelli D’Addario dei Lemon Twigs, alle Horsegirl concittadine di Slater negli States, o agli australiani Gnomes) che non si limitano al mero revival vintage modaiolo di quella decade, ma le sporcano con una ruvidezza di matrice punk/alternative rock e attitudine lo-fi. In un mondo di merda inquinato solo da internazionali cattofasciste e venti di guerra mondiale, questo nuovo eclettismo culturale e consapevolezza politica applicata alla musica, che fa rivivere un piccolo mondo antico fatto di mentalità indipendente ed etica Do-It-Yourself, ci fa ancora accennare un sorriso di speranza per il futuro.

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