Riccardo Balli nasce come musicista. Dopo aver dato vita, agli albori del nuovo millennio, alla sua etichetta Sonic Belligeranza, sente la necessità di dare espressione al suo lato interiore anche in altro modo. Per questo inizia a scrivere, e a raccontare il suo mondo, quello della musica elettronica contemporanea. Nel 2013 inizia il suo flirt con Agenzia X, con cui ha pubblicato fino ad oggi Apocalypso disco. La rave-o-luzione della post-techno (2013), Frankenstein Goes To Holocaust (2016), Sbrang Gabba Gang! Ricostruzione Gabber dell’Unverso (2019) e il recente Per un pugno di bling bling. Dubbing spaghetti western nel 2025. Il testo che più ci ha incuriosito, e di cui abbiamo scelto di parlarvi è la sua terza uscita, quella che mette in relazione la Gabber e il Futurismo.
Il testo è tutt’altro che immediato (e ve ne accorgerete sin dalle primissime pagine), ma, anche fosse solo per questo, e per il suo saper andare contro quella che è la linearità, lo stimolo a continuare l’immersione in questo connubio folle che unisce la musica contemporanea di rottura, e il movimento artistico italiano più interessante, ci ha portato fino alla fine, in un crescendo inarrestabile.
Si parte dalle origini, con la nascita della Gabber come derivazione della techno hardcore, ma soprattutto come risposta (e ribellione) della scena musicale underground di Rotterdam in opposizione a quella della di Amsterdam, con la creazione di un sottogenere che potesse ridicolizzare l’acid house tanto in voga nella città rivale. Il tutto in un racconto a più voci (costantemente sovrapposte) in cui si passa, in modo quasi schizofrenico, da Marinetti a Balli, con un approccio eccessivamente visionario, che fa di Sbrang Gabba Gang! Un un libro delirante e di rottura, esattamente come lo fu a suo tempo il movimento creato da Filippo Tommaso Marinetti. Così come il Futurismo, anche la Gabber, ci spiega dettagliatamente l’autore, ha scelto di andare a infastidire, a disturbare, a combattere la stasi del mainstream. Ed è proprio su questa alienazione che Balli ha costruito il suo testo.
Balli inquadra la Gabber come la colonna sonora ideale per un presente disarmante, devastato e disastrato. Il suono di un mondo che sta collassando. È qui che la Gabber, diventa il grimaldello per andare a scardinare e a contrastare la noia (non solo musicale) con un approccio violentissimo che si fonda su un edonismo che rifiuta la quotidianità in modo netto e dissacrante. Se l’accelerazione era una delle spinte fondanti del Futurismo, allora la Gabber non può che essere la sua versione 2.0. Dall’esaltazione onomatopeica del rumore e della velocità, che contribuì alla nascita di un nuovo linguaggio, si arriva ad un nuovo linguaggio, sonoro questa volta, in un approccio che esalta la schizofrenia, e la sperimentazione, come elementi fondanti di entrambi i movimenti.
Balli, mentre ci racconta le imprese dei suoi futuristi contemporanei, e ci invita alla lettura dei manifesti della Gabber, ci presenta quest’ultima, apparecchiandocela come una reale avanguardia. Adorando l’idea non possiamo però esimerci dal chiederci se la Gabber abbia o meno una valenza sociale, e se quindi si possa inquadrarla a tutti gli effetti come una controcultura.
La sensazione, al netto del fatto di non essere mai entrati in contatto con alcun gabber nei nostri cinquanta e oltre anni, è quella di avere a che fare con un popolo che all’idea della rivolta non abbia forse mai dato importanza più di tanto. La rivolta, se cera, era quella di chi la metteva in atto senza voler, per forza di cose, andare a incidere da un punto di vista sociale. Era una ribellione (su questo non abbiamo alcun dubbio), che non possiamo che vedere come fine a se stessa.
Forse, avendo avuto modo di frequentare certi ambienti, oggi ragioneremmo in modo diverso. Ma, dato che il mondo della Gabber e la galassia antagonista in cui siamo cresciuti noi, negli anni della nostra gioventù erano estremamente distanti, non è stato possibile trovare alcun punto di incontro. Nel testo si evince chiaramente come parte degli eventi fossero organizzati in squat o centri sociali, ma l’idea che i partecipanti non fossero del tutto consapevoli della valenza sociopolitica degli spazi che li ospitavano rimane. Certo, le parole di Balli in merito, lasciano aperto più di uno spazio, ma occorre capire se le sue idee in merito fossero condivise dalla maggior parte dei gabber. “un rave è un atto politico, in quanto atto creativo […] perché la politica è come vogliamo vivere con gli altri”.
Non fraintendeteci. Non consideriamo il movimento come un qualcosa di superficiale e conseguentemente da disprezzare. Anzi, lo consideriamo estremamente interessante, prorio perché lo conosciamo molto poco (e non a caso divoriamo testi come questo di Balli, mossi dalla sete di conoscenza). Per quello che (ci) abbiamo capito, il movimento Gabber è una sottocultura che ha dei punti in comune con quelle che sono le nostre coordinate. In particolare ci piace, e ci affascina, l’idea di non voler scendere a patti, la brutalità sonora, l’inaccessibilità, e l’intenzione di andare a interpretare un sentimento di rottura,. Ma anche l’idea del dress code, elemento fondamentale, e necessario, per poter pensare di inquadrare il movimento elevandolo da sottocultura a controcultura. Restando sull’abbigliamento, torna, in noi, prepotente, uno dei grandi dilemmi che non hanno mai smesso di accompagnarci. Il dress code dei gabber può portare ad un fraintendimento che spinge verso un’accezione di estrema destra?
Come è accaduto in passato per il movimento skinhead, anche i gabber sono stati spesso tacciati di filonazismo? Balli ci tiene a precisare che la Gabber non ha nulla a che fare con questo tipo di schifezze, ma non nega che in passato, talvolta il dubbio sia venuto anche a lui. Ritorna quindi, leggendo le pagine del suo libro, il discorso mai approfondito a dovere (e di cui parleremo in futuro prima o poi) sul flirt tra musica e “provocazione”. Dopo tutto, anche il Futurismo finì per andare a cadere in disgrazia con l’adesione al fascismo. Quindi, se vogliamo accettare le idee di Balli sulla vicinanza dei due movimenti, non possiamo non tener conto anche di questo aspetto strettamente politico.
Un libro da promuovere in toto? In linea di massima diremmo di sì. I contenuti ci sono, e sono anche espressi in modo coerente, e con un taglio brillante e molto personale, segno di grandi capacità e spiccata intelligenza. Manca soltanto, volendo andare a impersonificare i rompicoglioni, il rapporto (peraltro innegabile) tra la Gabber e la droga. Ci saremmo aspettati un approfondimento in merito, ma ci sta anche che nei libri che ancora non abbiamo letto se ne parli approfonditamente. Per cui non ci sbilanciamo più di tanto in questo senso. Al netto di tutto questo, visto che spesso siamo su queste pagine per parlare di musica, la domanda in conclusione è…










