PROF. BAD TRIP

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PROF. BAD TRIP

L’incontro con GIANLUCA LERICI ha rappresentato un punto di svolta nella mia vita.

Al tempo non ero ancora consapevole di trovarmi di fronte ad un mostro sacro dell’arte grafica non solo italiana ma addirittura internazionale. Per me era solo uno di quei personaggi da cui sentivo che c’era solo da imparare, uno dei pochi che al tempo avevo “mitizzato” sin dalle mie prime frequentazioni al CSA KRONSTADT di La Spezia.

Ero poco più che adolescente ed era quindi facile proiettare entusiasmi, ammirazione e parafanatismo nei confronti di quegli “adulti” che vedevo “liberi”. Anagraficamente aveva solo otto anni più di me, non un’esagerazione, ma ero in quell’eta in cui otto anni sembrano venti. Io mi affacciavo alla vita e lui aveva già preso una sua direzione netta e definita.

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Impossibile non restarne affascinato. Credo di non avergli mai detto più di tre quattro parole, lui probabilmente nemmeno si è mai accorto della mia presenza. Preferivo ascoltare e guardarlo mentre raccontava “che cosa significava vivere liberi” seduto su un divano del Kronstadt, immerso tra i suoi disegni e il punk. Ho saputo solo a posteriori del suo passato con gli HOLOCAUST che mai ho avuto modo di ascoltare e credo mai ascolterò, probabilmente non ci sono regitrazioni del tempo di facile ed immediata reperibilità o forse sono solo troppo pigro per andarle a scovare in qualche angolo della rete. In fondo mi interessa di più il lato umano del prof. quello che emerge da ogni tratto che è uscito dalle sue mani.

Non voglio fare un quadro nostalgico e retorico, nè scivolare nel patetico. Il PROFESSOR BAD TRIP non era un mio amico, non sono qui a raccontare episodi che testimonino chi fosse. Ci sono i suoi disegni e le sue opere che parlano e che parleranno per sempre. Io sono solo uno dei fortunati che ha visto di persona le sue creazioni in tempo quasi reale e basta.

Non voglio annoiare nessuno, cerco solo di raccontare come le nostre vite si siano incrociate. Al tempo come detto non avevo idea di che cosa avrei voluto fare da grande, mi bastava solo andare a sentire i FALL OUT (quelli veri, quelli del sette pollici e del primo disco “Mondo Criminale” non tutto quello che è venuto dopo soprattutto quando Benzo ha lasciato, è inutile stare a raccontarci le favole, i Fall Out senza Benzo sono come i Dead Kennedys senza Jello Biafra o i Minor Threat senza Ian McKaye) e innamorarmi dei disegni del Professor Bad Trip.

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Era un periodo relativamente felice quello, c’era una realtà variopinta ed eterogenea che animava il Kronstadt. Eravamo e qui parlo per – noi più “piccoli” – forse tutti figli dell’ingenua speranza di riuscire a creare una sacca di resistenza al degrado mentale che iniziava a infilarsi nei vicoli della città e che ora a distanza di quasi trent’anni ha infettato ogni centimetro quadrato di Spezia e che ha chiuso le porte in faccia ad ogni parvenza di umanità.

Gianluca Lerici era uno che aveva preso una strada che aveva iniziato ad essere lastricata di soddisfazioni – come le collaborazioni con FRIGIDAIRE e DECODER inizialmente e con Mondadori e Derive ed Approdi in seguito. Non c’era invidia al tempo (il germe che oggi la fa da primattore non era nemmeno stato scoperto in quel periodo) il successo di uno era il successo di tutti.

Ciò che contava era la crescita della scena, indipendentemente da chi in quel momento fosse la punta di diamante del movimento. Se dovessi dire che cosa più di lui o meglio delle sue opere mi attraesse non ho dubbi in proposito. La descrizione di quel futuro che artisti della parola come BURROUGHS, BALLARD e DICK avevano delineato. Il passaggio cioè dalle parole dei loro libri alle immagini dei suoi disegni. Era come ritrovare nei suoi tratti quanto letto e riletto la sera prima di andare a dormire.

Bastava un attimo per ritrovarsi catapultati in quel futuro distopico e psichedelico – da alcuni definito cyberpunk – raccontato quaranta e rotti anni prima dai pionieri della “fantascienza sociale” sopracitati. Qualcuno lo ha giustamente definito come esponente dell’arte popolare a sfondo sociale. Credo che questa possa essere una delle definizioni che di lui descrivano al meglio la sua personalità e la sua comunicazione visiva.
Noi di Toten Schwan siamo particolarmente legati alle sue opere dal momento che grazie alla moglie Jenamarie abbiamo potuto fregiarci delle stesse per l’artwork della nostra prima compilazione in cd. E possiamo dire a distanza di anni che a nostro modo abbiamo fatto nostra la sua voglia di scuotere le coscienze, stimolare le rivolte (mentali) e di credere fermamente nell’ autoproduzione come scelta di lotta “sociale”.

In futuro cercheremo di raccogliere quante più informazioni possibili sul suo progetto OMI – ORGANIC MUTATION INSTITUTE di cui ora come ora possiamo solo riportare l’autodefinizione testuale che lo individua come “un progetto artistico, politico e culturale fondato per salvare la fantasia umana, per combattere la violenza industriale e fermare l’uso eccessivo di droghe, alcol, medicine e pesticidi da parte dell’uomo”.

Per ora restiamo in silenzio di fronte alle sue opere.

 

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