NINA SIMONE – The Montreux Years

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NINA SIMONE – The Montreux Years

Nelle scorse settimane la nipote di Nina Simone, ReAnna, ha accusato l’attuale vice-presidente degli USA di aver privato la famiglia di sua nonna – negli anni in cui Kamala Harris era ancora Procuratore Generale della California – della possibilità di gestirne l’eredità e ricevere royalties.

Pochi giorni dopo una grossa multinazionale del disco, la BMG, in collaborazione con il Festival Jazz di Montreux, ha pubblicato una selezione di brani tratti dai concerti registrati dalla cantante durante il festival svizzero, in un arco di tempo che va dal 1968 al 1990, in versione rimasterizzata e con molto materiale inedito.

E la recensione potrebbe finire qui, per evitare di fare pubblicità a qualcosa che con tutta evidenza è una delle tante operazioni commerciali che sono state compiute, da viva e da morta, su una delle più grandi cantanti e musiciste del secolo passato.

E anche se non è dato sapere se vi sia una relazione certa fra i due fatti succitati, certamente il rapporto di Nina Simone col mondo dello show business fu sempre travagliato.

Il che in parte dà un senso al ricordo di un concerto milanese, nella periodo successivo alla “riscoperta” dovuta alla pubblicità Chanel, del quale resta solo l’immagine di una signora svogliata che guardava l’orologio, impaziente di finire al più presto la sua performance.

E tuttavia, ma questo lo si scopre col tempo e andando a ritroso, Nina è decisamente molto di più – a intermittenza certamente e con molta routine in mezzo – e alcune sue realizzazioni discografiche e concertistiche si pongono in un luogo isolato e unico, meraviglioso e in gran parte misterioso, a dispetto di una biografia troppo morbosamente indagata.

Quindi forse è opportuno ugualmente affrontare l’ascolto e la recensione di questa raccolta, uscita in contemporanea ad un’altra simile, dedicata invece a Etta James.

Come descrivere dunque quel luogo strano e incantato in cui vive in taluni momenti l’arte sublime di Eunice Kathleen Waymon che scelse il suo nome d’arte, si dice, in omaggio all’attrice Simone Signoret?

Certamente una immagine ce la può dare la visione, in larga misura possibile in rete, di uno dei concerti qui raccolti, quello del 1976, celeberrimo per i lunghi monologhi deliranti che annunciano alcuni brani e per la danza quasi sciamanica e rituale che si protrae per vari minuti, scandita solo dalle percussioni in sottofondo.

Nina Simone in quell’occasione fu allo stesso tempo una straordinaria cantante che a 43 anni è nel pieno possesso della totalità dei suoi registri vocali, una straordinaria pianista che vive ampiamente di rendita degli studi giovanili che solo il razzismo congenito della società americana del tempo non permise che conducessero a una carriera di concertista classica, un’intellettuale impegnata che mette in musica la poesia di Langston Hugues (uno degli alfieri della Harlem Renaissance) e una performer piena di energia in grado di entrare immediatamente in contatto col pubblico, con sincerità e feeling, unendo la musica black con quella europea dei secoli precedenti, l’Africa immaginata e concreta con una spiccata sensibilità per la parola poetica.

E anche, aggiungerei, una jazzista di grande valore, se per jazz si intende quel modo di suonare e trasformare incessantemente la musica attraverso l’improvvisazione e la rielaborazione in tempo reale, la composizione e la ri-composizione istantanea.

Tutte cose che possiamo ascoltare nella ripresa di una song di Cole Porter, Little Girl Blue già molto originale di suo, che Nina Simone reinventò bachianamente nel suo primo disco e che a distanza di 15 anni è ancora ulteriormente trasformata e rivissuta nel concerto svizzero di cui il disco restituisce pienamente a livello sonoro (e ci mancherebbe) la bellezza e l’incanto, il mistero appunto.

Naturalmente ci sarà sempre chi tenterà di svelarlo ricorrendo a una diagnosi psichiatrica, le biografie sono piene di aneddoti in questo senso e la cosa è ormai ben nota.

Eppure nessuna patologia pare poter scalfire, almeno in quel 1976, il pieno possesso della sua arte musicale, strumentale e performativa.

Lo si può verificare anche negli altri brani tratti dallo stesso concerto e in tutti quelli degli anni successivi, mentre ben diverso è l’effetto che suscita l’ascolto del concerto sessantottino, di minore qualità audio e che copre l’intero secondo cd della raccolta, dove Nina Simone appare ancora costretta in una vocalità di stampo soul quasi sempre emessa nel registro di petto, accompagnata da un gruppo decisamente troppo orientato al r&b.

In questo concerto, a differenza degli altri riprodotto per intero, appare evidente il tentativo, da parte del suo entourage produttivo, di costringerla in un ruolo di mera interprete di cover che non le calza del tutto a pennello, tranne forse nella ripresa di una canzone dei Bee Gees (sic!), Please Read Me, che non a caso viene eseguita in solitudine al pianoforte e con le consuete armonizzazioni e contrappunti in stile quasi barocco che sono il suo marchio di fabbrica, fin dalla prima ora.

Questo dunque pare essere il luogo segreto dell’arte di Nina Simone, un luogo solitario in cui fa tutto da sola, cantando e accompagnandosi al pianoforte, con al massimo un leggero punteggiare percussivo di altri musicisti, il più delle volte sconosciuti e fidati.

Nina non è una compositrice e le canzoni a sua firma si contano sulle dita di due mani in tutta la carriera (e in questa raccolta ne compaiono alcune anche rare, come il Liberian Calypso dedicato al paese africano che la accolse dopo il definitivo abbandono della residenza statunitense).

Malgrado ciò la sua “arte della cover”, a differenza della collega Etta James, è tutta inserita nel pensiero jazzistico della ri-composizione che è anche il modo di rivivere il brano e consegnarlo al pubblico come nuovo, come mai ascoltato prima, innervato di tutte le esperienze musicali ed esistenziali della vita, con disarmante sincerità e grandissimo senso della poesia.

E a conferma di questo si provi ad ascoltare da youtube la versione originale del suo più grande successo, My Baby Just Cares for Me, uno standard degli anni ‘30 che Nina Simone rivolta come un calzino fino a farne un brano del tutto nuovo e di cui si permette anche di cambiare le lyrics nella più pura eredità del canto jazz e blues che, alla fine, non è altro che una delle tante forme della musica di tradizione orale, una forma di cui lei è stata senza dubbio una delle esponenti più importanti.

La raccolta pare destinata a un pubblico di fan impallinati da cofanetto ma certamente può funzionare egregiamente anche per le giovani generazioni che ormai, ovunque nel mondo, riconoscono in Nina Simone un riferimento sicuro e l’inizio di qualcosa che è tuttora vivo in altre cantanti venute dopo di lei.

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Ciccillo
ciccillo@autistici.org

Boomer, musicista, insegnante per ora ancora precario, ascoltatore decisamente saturo, dai tempi dei 45 giri nel mangiadischi al presente dei file scaricati con torrent. In generale non ama molto il rock - a meno che non sia “in opposition” - e l’elettronica spesso lo annoia. Legge prevalentemente saggi e ne ha pure pubblicato uno ma ogni tanto si concede qualche romanzo, sempre degli stessi 7 o 8 autori. Negli ultimi vent’anni è diventato anche un cinefilo casalingo incallito, cui il lockdown ha dato il colpo di grazia. Il suo blog di condivisione di materiali musicali è: aldezabal.blogspot.com

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