Miti e leggende degli Indiani d’America di Richard Erdoes e Alfonso Ortiz

“Miti e leggende degli Indiani d’America” di Richard Erdoes e Alfonso Ortiz, edito da CDE

Miti e leggende degli Indiani d’America di Richard Erdoes e Alfonso Ortiz

In questo libro sono raccolte centocinquanta leggende provenienti dal cuore e dall’anima dei popoli nativi del Nord America.

Alcune sono raccontate da migliaia di anni, altre create prendendo spunto dalla visione di un uomo o di una donna d’oggi, ma nessuna è raccontata per diletto, istruire o divertire: sono credute.

Emblemi di una religione vivente, queste leggende danno forma a un corpo di credenze e tradizioni che legano la gente di oggi agli antenati che l’hanno preceduta da millenni.

 

Potrete leggere passaggi come questi:

 

  • La terra è ancora viva, ma è molto cambiata. Il suolo è la sua carne, le rocce sono le sue ossa, il vento è il suo respiro, gli alberi ed i prati sono i suoi capelli. Essa si estende ovunque, e noi viviamo su di lei. Quando si muove, noi abbiamo un terremoto. (“La creazione del mondo animale” – Okanogan)
  • L’uomo bianco si lamentava perché aveva i capelli sbiaditi ed arricciati, e la pelle pallida e slavata. L’uomo bianco era sempre imbronciato ed egoista. Ogni cosa che vedeva, doveva averla subito per sé. Era stato creato infantile e avido. (“Il gemello buono e il gemello malvagio” – Yuma)
  • La terra galleggia sulle acque come una grossa isola, appesa con quattro funi di pelle grezza legate alle sommità delle quattro sacre direzioni. Le funi sono legate alla volta celeste, la quale è fatta di duro cristallo di rocca. Quando le funi si spezzeranno, questo mondo andrà in rovina e tutte le cose viventi cadranno con lui e moriranno. Allora ogni cosa sarà come se la terra non fosse mai esistita, perché l’acqua la coprirà. Forse l’uomo bianco causerà tutto ciò. (“La creazione della terra” – Cherokee)
  • Il Grande Spirito creò tre specie di esseri umani: prima quelli che avevano tutto il corpo cosparso di peli; poi gli uomini bianchi, che avevano peli su tutta la testa, sul viso e sulle gambe; infine i pellerossa, che avevano soltanto peli molto lunghi sulla testa. I popoli pelosi erano forti ed attivi. Gli uomini bianchi dalle lunghe barbe appartenevano alla categoria dei lupi, perché entrambi erano le creature più imbroglione e più astute di quel bel mondo. I pellerossa erano buoni corridori, agili e veloci, ai quali la Grande Magia aveva insegnato a catturare ed a mangiare i pesci quando nessuno degli altri popoli sapeva ancora mangiare la carne. (“La grande magia crea una bella regione” – Cheyenne)
  • Dalle pianure del Wyoming si erge la Torre del Diavolo. È veramente una rocca, visibile per un centinaio di miglia all’intorno, un immenso cono di basalto che sembra toccare le nuvole. Spunta dalla piatta prateria come se qualcuno l’avesse spinta su da sotto terra. Naturalmente, Torre del Diavolo è un nome dell’uomo bianco. Non c’è nessun diavolo nelle nostre credenze e siamo andati avanti bene per tutte queste centinaia di secoli senza di lui. Voi gente avete inventato il diavolo e, per quanto mi riguarda, potete tenervelo. Ma al giorno d’oggi ognuno conosce quella rocca sublime con questo nome, così è la Torre del Diavolo. (“Una leggenda della Torre del Diavolo” – Sioux)
  • (…) un centinaio d’anni fa, gli uomini bianchi volevano che gli Indiani andassero nelle prigioni chiamate “riserve”, per rinunciare alla loro libertà di errare e di cacciare il buffalo, per rinunciare ad essere Indiani. Alcuni si sottomisero senza opporre resistenza e si stabilirono dietro i fili spinati di quelle istituzioni, ma altri non lo fecero. Quelli che andarono nelle riserve per vivere come gli uomini bianchi furono chiamati “amici”. Quelli che non vollero andare furono chiamati “Nemici”. In realtà, quelli non erano nemici. Loro non volevano combattere; tutto ciò che volevano era di essere lasciati in pace a vivere secondo il costume indiano, che era un buon costume. Ma i soldati non li lasciarono in pace. Decisero di effettuare una grande battuta a cavallo e di catturare tutti i “nemici”, di uccidere quelli che opponevano resistenza e portare indietro gli altri nelle riserve come prigionieri. (“Dove la ragazza salvò suo fratello” – Cheyenne)
  • Toro Seduto (…) non era, come alcuni pensano, il condottiero che aveva sconfitto Custer a Little Bighorn. Egli era un uomo santo, il capo spirituale della nazione Sioux. Andava di buon accordo con alcuni bianchi, aveva persino alcuni amici bianchi, ma diceva sempre: “Io voglio l’uomo bianco accanto a me, non sopra di me”. (…) Diceva pure che tutti i bambini – rossi, bianchi, neri, gialli – erano simili nella loro innocenza, e che se crescendo fossero rimasti bambini nei loro cuori, tutto sarebbe andato bene. (“Il cavallo danzante di Tatanka Iyotake” – Sioux Brule)
  • Noi non ci interessiamo molto alle elezioni dell’uomo bianco. Chiunque vinca, noi Indiani perdiamo sempre. (“I cani hanno una elezione” – Sioux Brule)
  • Osservate i buffali: quando questo nuovo uomo arriverà, i buffali entreranno in un buco della montagna. Proteggete i buffali, perché il Bianco Gambalunga li prenderà tutti. Vi porterà quattro cose: malattie, odio, pregiudizio, crudeltà. Cercherà di darvi il suo nuovo Grande Spirito e di farvi abiurare il vostro, di farvi scambiare il vostro Wakan Tanka con questa nuova divinità, per farvi perdere il vostro mondo. (…) Questo nuovo uomo che sta arrivando viene per vivere tra di voi. Mentirà, e non smetterà mai di mentire. Metterà un triste, funesto colare intorno al mondo. (…) Lo conoscerete come washi-manu, ruba-tutto, o meglio con il nome di sottrae-il-grasso, wasichu, perché prenderà il meglio della terra. Divorerà ogni cosa, almeno per un certo tempo. (“La venuta del Wasichu” – Sioux Brule)

 

Cos’altro aggiungere?

Alcuni odierni sciamani affermano di comprendere il linguaggio di certi animali.

Quando un intervistatore della televisione rise dell’allusione di Cervo Zoppo di poter comprendere gli uccelli, lui replicò: “Nella vostra Bibbia una signora parla ad un serpente. Io, per lo meno, parlo alle aquile”.

 

 

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Luca Ottonelli. E’ nato a Genova nel 1969 e ho completato i primi studi artistici avendo come maestro di Figura G. Fasce.