Jaye Jayle “Prisyn” (Sargent House)

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Jaye Jayle “Prisyn” (Sargent House)

Jaye Jayle

Jaye Jayle
“Prisyn”
(Sargent House)

Inizialmente nato come progetto solista di Evan Patterson, Jaye Jayle è diventato poi nel corso degli anni un qualcosa di più esteso, che arriva a coinvolgere oggi, nella sua formazione più recente, altri tre musicisti che lo accompagnano.

Tutto nasce nel 2013, quando Patterson decide di omaggiare il grande folk blues statunitense, ricontestualizzandolo al giorno d’oggi.

Album dopo album, collaborazione dopo collaborazione (tra cui non possiamo non segnalare quella con Emma Ruth Rundle per l’EP “Time between us” del 2016) Jaye Jayle muta forma continuamente fino ad arrivare a questo inquieto 2020 in cui trova, almeno per il momento, la sua incarnazione (forse) definitiva.

“Psisyn” [Sargent House Records] esce nel pieno di questa estate assolata in cui i concerti sono solo un ricordo e lo streaming pare essere l’unico modo di potersi “refrigerare” dalla canicola agostana. Nasce quindi sotto il sole ma è un album decisamente “notturno”. Sia per tematiche che per sonorità ed approccio.

È un album che si apprezza nella sua deframmentata interezza col calar del sole, quando la luna, al suo sorgere nei pressi del crepuscolo appare all’orizzonte tonda e rosseggiante, come un fuoco che illumina il buio circostante.

Deframmentato perchè si tratta, di primo acchito, di brani che tra loro sembrano poco inclini a procedere in sincrono, ma che poi, col proseguire degli ascolti, individuano una comunione di intenti che volge alla totalizzante simbiosi sonora.

Patterson arriva da Louisville, Kentucky. Dal cuore pulsante degli States che vibra e trasuda blues, whiskey e pianure sconfinate. È qui, tra la sonnolenza e l’indolenza degli stati del sud e lo spirito imprenditoriale di stampo industriale del nord che ha dato vita ai suoi progetti musicali. JayeJayle è solo la sua ultima incarnazione, che segue Young Widows, Breather Resist, Bad Secrets e The National Acrobat.

A distanza di due anni dal precedente “No trail and other unholy paths” l’album rappresenta il sunto di tutti i dayoff del recente tour che ha intrapreso con Young Widows. Tra pensieri e stralci di conversazioni annotate sul prorio diario di viaggio Patterson ha dato forma e sostanza ad un allucinato viaggio attraverso il lato più oscuro, deviato e personale della propria mente.

Patterson si è infatti fatto le ossa nella scena hardcore di Louisville, di cui è un autentico veterano. Da qualche anno però ha iniziato ad allargare le proprie visioni andando a sperimentare altri lidi sonori, pur mantenendo come cardine un certo tipo di crossover tra elettronica e postpunk. Il tutto virato al nero di una visione disincantata del nostro quotidiano.

È un disco intenso e caldissimo, che parla direttamente al cuore di chi lo ascolta, grazie ad azzeccate alchimie sonore. Minimale al punto giusto, ma anche umorale e per certi versi teatrale “Prisyn” riesce a definire alcuni istanti della vita recente di Patterson, alle prese con il racconto della “sua” realtà, che considera decisamente mediocre soprattutto da un punto di vista culturale.

Scenari urbani desolanti, rapporti umani sfaldati, dipendenza dalla tecnologia e deriva mentale sotto l’effetto lisergico di addittivi chimici sono solo alcuni dei momenti che l’album racconta nei suoi quasi quaranta minuti suddivisi in dieci tracce.

Disco perfetto per nottate insonni disturbate da pensieri deliranti che si rincorrono confusamente senza darvi tregua nè punti di riferimento.

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