Illuminare i punti ciechi: Un’alternativa al dominio della paura – parte 3

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Illuminare i punti ciechi: Un’alternativa al dominio della paura – parte 3

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Illuminare i punti ciechi: Un’alternativa al dominio della paura Parte 2

Illuminare i punti ciechi: Un’alternativa al dominio della paura Parte 1

 

MASSACRA IL PIÙ DEBOLE

 

Stazione ferroviaria di Manchester Piccadilly, una mattinata nuvolosa dell’estate del 2018. Ho un appuntamento con un notaio in centro, a 15 minuti da qui (una menatata burocratica da risolvere, per la modica cifra di 250 sterline). Esco dalla stazione e attraverso la strada. C’è un uomo che dorme sul marciapiede al lato di una caffetteria (Costa? Starbucks? Non ricordo).

È bianco, britannico, dimostra 45 anni ma è probabilmente più giovane. Dopo 5 minuti, ne ho giá contati tre. Al momento di arrivare a destinazione, ne ho contati 16. Se non conoscessi il nord ovest dell’Inghilterra (ovvero, molto lontano dalle ingannevoli luci della megalopoli londinese e dalla montagna di stupidaggini sulla ‘cool Britannia’ che ci sono state propinate dalla fine della guerra in poi), sarei basito.

A Liverpool, la situazione è simile, e a Lancaster, dove ho vissuto per quasi sei anni, anche. A Morecambe è peggio, ed è ancora peggio a Blackpool, dove la Trainspotting generation è stata macellata in modo tragico. Ci sono buone sacche di solidarietà, ma devo dirvelo, in Inghilterra come in Italia e ovunque, la narrativa sta prendendo piede: “la povertà l’hanno scelta loro.” E qui arriviamo ad un cencro che ha sempre divorato la nostra società: l’aporafobia.

Sì, la pattumiera ideologica che conosciamo sotto diversi nomi può essere riassunta in una parola, che denota il disprezzo verso il più debole, il più povero, il più disperato. Non è solo una questione di soldi, ma partiamo da lì.

Ad esempio, è cristallino che il razzismo sia vivo e in buona salute ovunque, ma che cos’è davvero? Ha senso chiamarlo “razzismo”?

Sono l’unico ad avere l’impressione che il “negro” sia tale solo finché è povero? Voglio dire, è facilissimo insultare il tizio che chiede l’elemosina in una strada del centro, ma qualcuno avrebbe il coraggio di fare lo stesso con Colin Powell? Ok, questo è perfino troppo ovvio, ma non serve puntare così in alto: è molto probabile che troverete il vostro razzista medio a farsi un selfie con la barista caraibica in un locale della passeggiata, che potrebbe essere anche essere “non proprio bianca” ma alla fine chissenefrega, è carina e se fai il simpatico, magari, un giorno… (spoiler, frae, non succederà mai: ti sopporta perchè è abituata a considerarla parte del suo lavoro – e già non dovrebbe essere cosí – ma si taglierebbe le vene piuttosto che fare “qualcosa” con te… giustamente, aggiungerei io). Il punto è che il razzismo non colpisce tutti allo stesso modo e, come sempre, quelli che lo subiscono di più sono quelli che non si possono difendere, non lo scopro certo io.

Gente come Salvini prospera alimentando ogni giorno la gente disperata che arriva qui con i mezzi più improbabili… qualcuno insulta mai gli sceicchi per questioni di pelle o religione? Ma va, sono ricchi e potenti. C’è un codice di vigliaccheria vigente qui: non mostrare pietà, ma solo con quelli più deboli di te. Sii forte con i deboli e zerbino coi potenti (sí, nel giro di 20 parole ho citato gli Slayer e Frankie Hi Nrg). Non è tanto una questione di razzismo o xenofobia, l’aporofobia è la chiave.  Un certo numero di inglesi che ho conosciuto a Lancaster sono confusi dagli italiani che odiano gli immigrati: gli italiani sono sempre stati migranti. Certo, ma qualcuno tirerà fuori la storia che noi eravamo “migranti migliori”. Se poi menzioni il fatto che i gruppi della criminalità organizzata più violenta negli USA all’inizio del ventesimo secolo fossero italiani, comincerà un demente scambio di accuse tra italiani del nord e del sud. Non puoi vincere, c’è sempre una narrativa del cacchio per giustificare qualunque stupidaggine. Il punto, tuttavia, è che non si tratta di essere immigrati, ma di essere vulnerabili.

Ripeto, non é necessariamente una questione di denaro e potere, a volte riguarda semplicemente la capacità. Oh sì, si sentono spesso frasi banali e, francamente, prive di significato come “si dovrebbe giudicare una società dal modo in cui si tratta la categoria X”.

Beh, non ho mai visto questo X = i disabili perchè altrimenti ci toccherebbe ammettere a noi stessi quanto siamo vergognosi (e anche smetterla con il mito di “tutte le minoranze sono discriminate allo stesso modo” – mi spiace essere brusco ma semplicemente non è vero – e qualcuno prima o poi doveva dirlo). Potreste pensare che la situazione non sia così male, beh, vi prego, pensateci meglio.

Se vivete in Europa, la prossima volta che fate un giro per la vostra città fate caso: quante rampe di scale troverete che non hanno nessuna ragione valida per essere lì? Quanto spesso potrebbero essere semplicemente sostituite con degli scivoli? Quanto spesso le porte dei locali pubblici sono abbastanza ampie da permettere l’accesso con sedia a rotelle? È deprimente vedere per quanti locali pubblici sia più importante fornire l’accesso ai cani che non ai disabili (fermo restando che è importante che i cani possano accedere ai locali, soprattutto i cani guida). Quanti bar e ristorante sono -davvero, aldilà della dichiarazione d’intenti- attrezzati per accogliere persone che hanno disabilità motorie? Fate caso ai bagni. Vi sembra accettabile che qualcuno debba godere di meno diritti degli altri perché vivono in una condizione diversa (più difficile già di suo, tra l’altro).

Dov’è l’indignazione? Un silenzio assordante sarebbe la risposta, probabilmente, ma non arriviamo nemmeno lì, perché la domanda non viene nemmeno posta. Questo è particolarmente assurdo visto che chiunque un giorno potrebbe trovarsi nella stessa condizione. Sì, il nostro corpo è stupendo ma tremendamente fragile. Sono sempre stato un cosiddetto “normodotato” fino ad oggi, ma sul domani non ci sono garanzie… a volte un secondo può bastare per cambiare la vita nostra completamente – potremmo trovarci all’improvviso a raccogliere i frutti della nostra indifferenza. Certo, siamo cosí abituati a questa impostazione mentale per cui ci sembra naturale pensare che queste cose non ci riguardino. Per fare un esempio pratico, faccio una domanda a tutti i guidatori: quanti di voi non hanno mai parcheggiato l’auto su un marciapiede, onestamente? Vi chiedete mai se state causando un potenziale impedimento per gli utenti di sedia a rotelle?

È importante guardarci allo specchio. Certo, ha la massima importanza opporsi al razzismo, al sessismo, all’omofobia, alla transfobia, alla xenofobia, ecc., ma l’oppressione si manifesta in molteplici forme. Beh, nel caso in questione, credo che molto pochi di noi possano dichiarsi “non colpevole”. Una catena è forte quanto il suo anello più debole e le persone con disabilità sono sempre state l’anello più debole – non per la loro condizione fisica (o mentale, ci sono tanti tipi di disabilità) ma a causa della nostra sconcertante indifferenza, ovvero perché non ci disturbiamo a muovere un dito per rendere la loro vita più facile e migliore.

Contrariamente a uno stereotipo diffuso, i disabili non sono necessariamente infelici, molti in realtà amano la propria vita più di molti “normodotati” (o “privilegiati”, forse rende meglio l’idea) – il vero mostro che devono affrontare non è la loro condizione, ma le limitazioni che noi, come maggioranza dominante, gli imponiamo. Finché tutti gli anelli saranno rafforzati al massimo, le fondamenta della nostra società sono condannate alla fragilità. Che sia ora di smettere di scrollare le spalle e dare un seguito pratico a quello che spesso predichiamo?

 

NUTRENDOCI DI DISTRUZIONE

Ho sentito parlare di veganismo per la prima volta quando ho cominciato ad interessarmi di musica rumorosa e punti di vista politici poco convenzionali: era il 1998 e avevo 14 anni, molto prima che il veganismo prendesse campo, al punto da diventare quasi di moda (si vedono perfino vegani di estrema destra!). Immediatamente, mi sono trovato a simpatizzare con l’idea di smettere di nutrirmi dello sfruttamento di altri esseri viventi. Certo, ero poco più che un bambino e non c’era assolutamente possibilità che potesse realizzarsi presto. In realtà, non la volontà è rimasta latente fino a poco tempo fa, risvegliandosi occasionalmente ogni tanto. Nel 2016 sono diventato vegetariano e, più recentemente, mi sono detto “ok, basta con la pigrizia!”. Qui cercherò solo di menzionare alcuni argomenti che ritengo degni di essere presi in considerazione (ognuno valuterà se accettarli, rifiutarli, o qualunque cosa stia nel mezzo).

Normalmente, quando si chiede a un vegano la ragione della sua scelta, vengono menzionati tre aspetti: l’etica, la salute e l’ambiente. Mentre credo che tutti questi siano validi, sospetto che la situazione sia più complessa di come venga spesso dipinta, tanto dai detrattori quanto dai sostenitori del veganismo, come succede in molti dibattiti. Io qui mi focalizzerò solo su alcune ragioni che mi hanno portato a smettere di mangiare carne e, progressivamente, eliminare gli altri derivati animali. È un misto di etica e coerenza, nel mio caso.

Sí, sono cosciente che gli esseri umani abbiano sempre mangiato animali, ovvio. La carne ci ha sostenuto per molto tempo. Tuttavia, mi chiedo che rilevanza possa avere questo fattore oggi. Non siamo all’Età della Pietra e nemmeno nel Medio Evo.  Abbiamo alternative, possiamo nutrirci di soli vegetali e, onestamente, mi ha disturbato per molto tempo l’idea di nutrirmi della morte di altri esseri viventi senzienti quando esistono alternative. Infatti, c’è un controargomento abbastanza facile al fatto che abbiamo sempre mangiato animali: una volta, tutti uccidevano le proprie prede e le mangiavano.

Oggi, eccetto per alcuni professionisti del settore, quanti di noi ne sarebbero capaci?

Sareste capaci di ucciderli con le vostre mani (a parte le zanzare e altri parassiti, si tratta di difesa, comunque cerco nei limiti del possibile di farli uscire, invece di ucciderli)?
Io so per certo che non potrei uccidere un coniglio, un pollo, un maiale, o altri animali con le mie mani. È facile prendere una fetta di prosciutto e mangiarla: non vedi il maiale sanguinare, gridare di terrore). Mi ha sempre disturbato la mia stessa incoerenza nel mangiare carne e allo stesso tempo amare gli animali (è una contraddizione, infatti). E non è nemmeno un controargomento valido parlare dei tempi di Guerra, perché è ovvio che in situazioni di emergenza si adottino soluzioni di emergenza, ma non mi pare una ragione per adottare soluzioni di emergenza quando l’emergenza non c’è.

E onestamente, mi disgusta l’ipocrisia monumentale di tutti quelli che si inalberano perché in alcune culture orientali si mangiano i cani ma allo stesso tempo loro stessi si gustano felici e soddisfatti l’agnello a Pasqua. Lo so che i cani e i gatti sono nostri amici, ma questo è un fattore culturale. N

on c’è nessuna ragione per cui si possa dire che mangiare un agnello vada bene mentre mangiare un cane sia crudele e barbaro. L’agnello soffre meno? La soluzione è alla nostra portata: perche´non dare un’opportunità ai vegetali?

Ora, qualche argomentazione interessante è state proposta di recente, secondo cui coltivare vegetali per l’ambiente sarebbe peggio dell’allevamento di animali, in termini di inquinamento. Potrebbe esserci del vero in questo, anche se sono scettico, troppi studi affermano il contrario (non sono sicuro perché non sono uno scienziato dell’ambiente, ma l’entusiasmo con cui la suddetta proposta è stata accolta da molti onnivori mi rende ancora più scettico – un alibi atteso a lungo?).

C’è un altro controargomento, apparentemente più forte: per soddisfare la richiesta di soia ecc. in Europa e America del Nord, le grandi compagnie distruggono villaggi e culture locali in America Latina e questo, certamente, non è il cambiamento che vogliamo. Tuttavia, c’è un problema alla radice di questa affermazione. La grande maggioranza della produzione di soia non è destinata agli esseri umani, bensì, per la produzione di mangimi per animali da allevamento. E qui arriviamo al paradosso dello spreco dell’acqua e delle proteine della soai per fare cibo per animali che dopo vengono uccisi per mangiarne le carni allo scopo di assumere… proteine. Inoltre, mentre i prodotti a base di soia sono ricchi di proteine, non sono tutto nell’alimentazione di sceglie il veganismo (ci sono vegani che non assumono soia per niente). Ci si può alimentare in gran parte di vegetali locali: legumi, cereali, frutta, verdura, etc. Onestamente, mi sento sempre meglio da quando smesso di mangiare carne: ho molta più energia, stamina, mi sento più forte mentalmente e più rilassato, anche se mi also alle 5.30 del mattino (chiaro, alla sera vado a dormire presto, di un minimo di ore di sonno si ha bisogno sì o sì). Potrebbe anche, questo è vero, non esserci una correlazione tra le due cose ma non è solo una questione di abitudini alimentari. Mi sono liberato di un peso gigantesco (a proposito, un numero sempre maggiore di sportivi sta smettendo di mangiare carne, non credo sia un caso). Chi di voi sia familiar con alcune tecniche di meditazione, come la mindfulness, sentirà l’espressione “compassione” quasi ogni giorno. Per me, il veganismo è esattamente questo: un atto di compassione per il pianeta.

C’è anche un altro aspetto qui, che ci riporta alla sezione 2
: i veri uomini devono mangiare carne e per me questa è un’altra ragione per rifiutare tutto questo. In una certa misura, il mito del vegetariano come viadinho (credo che la parola portoghese funzioni meglio qui, l’equivalente italiano potrebbe essere “frocetto”) persiste.

Beh, in effetti Tex Willer non sarebbe Tex Willer senza bistecche – potrebbe un vero uomo preferire fagioli e insalate alla carne? Dai su, siamo seri: una bella rissa, qualche sparatoria in allegria, chili di manzo e un fiume di birra, vuoi mettere? Il Far West non è un posto per mezzi uomini che si sentono offesi dalla crudeltà sugli animali e dagli abusi sulle donne (anche se, a dire il vero, c’è qualche forte personaggio femminile nella narrativa di Tex, come ad esempio Satania). Oppure, John Wayne interpretava personaggi vegetariani? Che io sappia, no.

Si potrebbe andare Avanti: lo stereotipo dell’eroe è generalmente maschio, bianco, mangia carne e beve birra, a meno che non abbia bisogno di mascherare la sua identità, nel qual caso potrebbe fingere di essere abbastanza viadinho (é il caso, ad esempio, di Clark Kent e soprattutto Don Diego de la Vega, ma si tratta di una finzione. Nel 2019, ci sono credenze di questo tipo che persistono. Non credo sia un caso che noi uomini rappresentiamo meno del 30% dei vegani. In un libro recente, la giornalista Marta Zaraska ha sollevato un punto simile: essere vegano o anche vegetariano è più difficile per un uomo che per una donna (per chi conosce lo spagnolo, lascio il collegamento alla sinossi del suo libro Enganchados a la Carne, link). In un certo senso, un uomo si dimostra “debole” perché non mangia carne. Nell’antichità, il manzo era considerate troppo forte per le donne e si considerava potesse far loro perdere inibizione sessuale (ahi ahi!). E allora ci ricolleghiamo al “machismo”/“verouomismo” che dicevo prima: è piú socialmente accettabile per una donna essere vegetariana perché le donne devono essere intrinsecamente più deboli degli uomini (e comunque, cos’è questa mancanza di inibizione, mie care, mica avrete l’ardire di decidere voi cosa fare con le vostre vite?). È anche più accettabile per gli omosessuali perché loro sono esclusi ex definitio dalla categoria “veri uomini”. È mia opinione che quelli che ho definito (alcuni de)i punti ciechi della nostra società tendano ad essere interconnessi. Liberi di dissentire. Io, per quanto mi riguarda, rifiuto la cosa in toto.

 

LA VIA D’USCITA? CONCENTRARCI SU QUELLO CHE CI UNISCE

Io credo fermamente che esista una via d’uscita, certamente c’è e, altrettanto sicuramente, richiede l’azione collettiva. La chiave è sempre la stessa, la comunicazione. Si potrebbe ragionevolmente obiettare che, é difficile comunicare quando esistono così tante divisioni che ci fanno credere di essere così diversi gli uni dagli altri. È vero, ma credo che un buon punto di inizio potrebbe essere rovesciare la prospettiva. Non é così problematico, a pensarci bene.

Pensate, ad esempio, ad un momento – passato o presente – della vostra vita, in cui siete passati attraverso una sofferenza molto, molto profonda. Non importa nè la ragione, nè come ne siete venuti fuori, nè chi vi ha dato una mano: focalizzatevi solo su quel momento, solo sulla vostra sofferenza. Dimenticatevi della vostra identità e concentratevi solo su quell’esperienza di dolore intenso. Ok, dopo esservi tolti tutti gli strati della vostra identità e potete sentire la connessione con quel dolore, pensate ad un’altra persona. Potrebbe essere uno sconosciuto o perfino qualcuno che non vi piace.

Rifate lo stesso esperimento già fatto con voi stessi: pensate che si trovi in una condizione di intensa sofferenza, non cercate neppure di immaginare una ragione, non importa. Poi, dimenticative della sua identità e dell’esperienze personali che potreste avere avuto con lei/lui, liberate questa persona da tutto quello che sapete di lei/lui e concentratevi sulla sensazione. Sapete cosa la/lo sta attraversando, ci siete stati voi stessi (in questo caso, ho scelto un’esperienza dolorosa perché ho pensato fosse l’esempio più efficace, ma potrebbe essere qualunque altra). Ora, cosa abbiamo? Due individui della stessa specie, liberati da tutte le etichette socialmente imposte, che stanno vivendo la stessa esperienza. Non vi viene semplicemente naturale provare empatia per l’altra persona? Non pensate che, alla fine, nel nucleo più profondo del nostro essere, non siamo così diversi, una volta che dimentichiamo tutti quei fattori legati alla nostra identità che sono, ovviamente, di capitale importanza ma non sono nucleari, arrivano ad uno stadio successivo dello sviluppo personale? Non sarebbe più facile se, in un momento di conflitto, cercassimo di ricordare che, a prescindere da quanto possano essere importanti le nostre differenze, al livello esperienziale più basico, abbiamo qualcosa in comune con la nostra controparte? Ok, questa è una cosa di livello basico ma credo fermamente che potrebbe essere il punto di inizio di qualcosa di più grande. Certo, I cambiamenti non si vedrebbero sul breve termine ma credo che, cominciando a farlo, vedremmo tutti migliorare le nostre vite.

Questo potrebbe essere la base per un cambiamento a livello sociale. Ci sono infatti vari modi di incoraggiare l’interazione che ci aiuterebbero a creare il nostro proprio ecosistema, che non deve essere parallelo al mondo “esterno”, ma funzionarne all’interno. L’obiettivo non deve essere “cambiare il mondo”, questo nessuno di noi farà a tempo vederlo, è un processo troppo lungo. Piuttosto, possiamo semplicemente fare proattivamente qualcosa per migliorare le vite nostre e di chi ci sta intorno. Senza aspettative enormi, è solo una questione di piantare qualche seme. La pianta lentamente crescerà; nel frattempo, noi vivremo meglio. Ci sono realtà che stanno facenndo già molto in questa direzione e le attività che gravitano intorno a IYE a Savona (come One Love FC) ne sono un esempio. Il punto focale, secondo me, è liberarci della paura socialmente imposta del mondo che ci circonda. È una questione di aprire una gabbia, solamente accettando noi stessi e gli altri così come sono, così come siamo. Ovviamente, questo non significa che valga tutto. Le ideologie tossiche saranno sempre da tenere fuori: ogni cosa anche remotamente associate a fascismo, razzismo, misoginia, xenofobia, omofobia, tutta la paccottiglia basata sulla prevaricazione deve essere tenuta distante. Aparte non lasciare spazio all’intolleranza (il cosiddetto “paradosso della tolleranza”, sì), non c’è ragione per rifiutare punti di vista diversi: sarà un’opportunità per creare spazi di interazione tra persone con storie diverse alle spalle. IYE sta facendo molto in questa direzione, molto altro si può ancora fare, tutti dovremmo prendere parte al cambiamento ed evitare di lasciare la responsabilità a pochi: in questo modo, da una parte evitaremmo di avere gente esausta perché deve sbattersi per tutti e allo stesso tempo potremmo ottenere risultati migliori. E credo che in generale sarebbe importante coinvolgere i bambini. Bisogna trasmettere valori reali alle generazioni future: la televisione non lo farà, l’inerzia sociale sicuramente nemmeno, la scuola potrebbe ma dipende dalla volontà dei singoli insegnanti. Per evitare divisioni interne, conflitti e l’emergere di fazioni, penso sia necessario fare pratica nel dimenticare le nostre sovrastrutture e vedere l’altro – nel suo nucleo più basico – come un riflesso di noi stessi. Non appena riusciamo a farlo, vivremo una vita più libera, più soddisfacente e sicuramente migliore. Siete scettici? Vi capisco. Lo sarei anche io. In effetti, lo ero. Cosa c’è da perdere a provarci, tuttavia? Per me, è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita. E, col passare del tempo, sono sempre più convinto che Chinua Achebe avesse ragione “La sofferenza deve essere creativa, deve dare vita a qualcosa di buono e amabile”. Concentriamoci su quello che ci unisce anziché su quello che ci divide e cominciamo a illuminare i punti ciechi. È tempo di costruire un’alternativa positive all’attuale scenario grigio, alimentato dalla paura, no? J

 

 

 

CHI SONO

 

Nato a Genova nel 1984 e cresciuto nel negozio di dischi Distorsioni di Luca Calcagno (a.k.a. Il Santo) a Varazze, sono sempre stato un grande fan dell’hardcore/crust punk e del metal estremo; in particolare, i Sepultura hanno avuto una forte influenza sul mio sviluppo personale. Tuttavia, negli ultimi anni, ho aperto la mente a tanti altri generi musicali, inclusi quelli da classifica (la vita è troppo breve per le rivalità musicali). Sono vegano, pratico mindfulness, ormai 100% astemio, tifoso del Genoa e del Deportivo La Coruña. Politicamente, gravito intorno alle filosofie di Bertrand Russel e George Orwell, con alcune puntate verso l’anarchismo (specialmente in ambito scientifico, in stile Paul Feyerabend). I miei interessi includono la linguistica e le lingue moderne (che, attualmente, è anche il mio lavoro), la storia, la scrittura, il disegno a matita, i tatuaggi, la cucina e la natura. Credo sia tutto. Amor e luz, namastê! J

 

Mi trovate online:

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