Hoops – Routines

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Sono tornati gli anni ‘80, gli anni del college rock, del chorus, delle armonie pop sospinte dal basso melodico pulsante. Degli HOOPS, che in questo spazio si parla, noto con piacere che sono arcinotevolmente bravi a farmi piacere sonorità che rievocano quei tempi; trovo “Routines” un album speciale, un disco sfaccettato, e tali sfaccettature sono soffuse in una nebbiolina che si concentra sul corpus del lavoro, per cui il bravo musicologo deve seguire come un segugio le tracce lasciate dagli HOOPS, compito non tanto facile quanto appassionante, specie nella ricera degli highlights. (“Sun’s out”, “Rules”, la mia preferita su tutte “On Top” e la finale “Worry” ove risalta un sax sfila sentimenti!)

La chitarra sciorina jangle come fossero sushi spediti out dal nastro trasportatore del ristorante Japanese verso bellissime spiagge esposte al sole palmizio, esortando gli spiaggianti a godere di quelle delizie servite, il tutto preso con distacco, sotto la calma generale del tran tran quotidiano, proprio mentre alla TV fanno gran baccano internazionale i politici e i militari, coinvolti nei minacciosi spauracchi, negli omicidi di massa, protèsi come atleti, del martello o del peso, al lancio di bombe atomiche e tric trac; appunto la chitarra di Keagan è qui viva e presente pronta ad elargire un carnet di deviazioni (assoli, tocchi, arpeggi, jangle) capaci di aprire voragini nell’ascolto, alla stregua di lievitare nell’aria in quei pochi intensi minuti prima di aprire il paracadute, o semplicemente cadere dall’amaca durante la siesta di un pomeriggio estivo a causa di un innocuo ragno gigante che vi solleticava la schiena insistentemente, al punto che, con mano protratta sul vostro profilo posteriore, cercavate, ancora rapiti da Morfeo, di liberarvi del fastidioso formicolio con sognante non curanza, sino al reale del tonfo definitivo sul pavimento per lo spavento preso dalla aracnoscoperta. Detronizzante.

Loro ce la mettono tutta a costruire un mondo sordo, almeno musicalmente, alle merdate che abbiamo appena esposto sopra, aprendo ad una controcutura che escluda il pensiero catastrofista che tanto appassiona i fruitori del genere splatterato dalle mass-media corporations; il fatto curioso è che gli HOOPS aprono una porta segreta, come quella di Harry Potter alla stazione di Londra, che parallelamente immette su un altro lido o binario… c’è da dire che HOOPS è una parola scaturita dalla fantasia del grande capo Drew, sapete, dopo un’esperienza di lavoro nelle serre agricole, essendo quei capannoni sovrastati da impalcature semi circolari, beh, hanno fatto pensare a Drew di appiccicare quel nome alla band, e se a ciò aggiungiamo pure il fatto che l’esperienza agricola gli ha permesso di coltivare e ampliare l’amore per la natura, rinveniamo l’ulteriore precedente ispirazione ambient che Drew svolgeva in cameretta solo.

Ed è proprio la cameretta di Drew che ha dato i natali al progetto-band, coinvolgendo poi fidati amici, sino a formare il quartetto attuale. I ragazzi per divertimento (e per che cos’altro se no?) hanno piantato due EP su musicassetta e diversi video apparsi su siti di hype music che gli hanno reso una certa popolarità, soprattutto grazie all’inconsueto modo di fare musica, registrando su un 4 piste, senza synth.

Non solo chitarra dunque, ma il disco attuale, che ancora non circola perché uscirà il 5 maggio, è dotato di un magico miscuglio sonoro: dal drumming inconsueto, al basso incontentabile e ricco, dalle tastiere solarizzate, alla voce soffiata/filtrata, mettendo a frutto sonorità intriganti in cui districarsi: comunque un po’ hanno del brio dei Bloc Party, echi dei Police, Men At Work, ma soprattutto Smiths, shoegaze anni ’90 attraversati da un vago disincanto new wave… Per la verità i riferimenti sono infiniti e disparati, per cui bisogna starci sopra, non perderli di vista per cogliere le sfumature evocative, anche le più minute, che sembrano riempire il tutto e offuscarne le diffuse linee dream pop. Al luccichio echoey della chitarra, fa da spalla l’ottimo basso indefesso che è più di un supporto, provate a seguirlo.

In questo lavoro vi è racchiuso molto di quello che è la storia del rock a partire dagli albori dei primi anni ottanta, sintetizzando le influenze college/alt dell’epoca e il DIY, che rappresentano le passioni primarie dei confluenti nella band, di sicuro rivisitate dal loro promettente sentire che li ha preparati nella stesura “di qualcosa che è più grande di loro” come recita la review della loro casa discografica, la Fat Possum, che per l’occasione, la lunga distanza, li ha portati in un vero studio di registrazione, alla Rear House Recording a Greenpoint, Brooklyn, con Jarvis Taveniere alla produzione (Widowspeak, Quilt) qui condivisa con gli stessi membri della band, i quali hanno poi rielaborato le registrazioni delle sessions in studio nelle loro cantine, rispettando la logica Lo-Fi a 4piste che ha dato alla luce il personalissimo e genialoide “Routines”.

E’ interessante sapere che durante i live è possibile che i quattro di Bloomington, città statunitense dell’Indiana, si scambino gli strumenti e rendano più avvincente lo spettacolo, poiché loro sono già personalità dotate di enorme senso da palcoscenico.

TRACKLIST
1. Sun’s Out
2. Rules
3. On Top
4. Benjals
5. Burden
6. On Letting Go
7. The Way Luv Is
8. Management
9. All My Life
10. Underwater Theme
11. Worry

LINE-UP
Drew Auscherman – vox, chitarra
Kevin Krauter – vox, basso
Keagan Beresford – vox, tastiere, chitarra
James Harris – batteria

Engineered by Jarvis Taveniere
Additional engineering by Hoops
Mixed by James Harris & Hoops
Mastered by Mike Bridavsky
Will Chen – Tape Op (Track 3, 5, 7, 9)
Dustin Roper – Drums (Track 2, 4)
Jason Arce – Saxaphone (Track 11)

Artwork by Jenna Beasley

VOTO
8,85

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https://www.facebook.com/hoopsband/?fref=ts

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